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La Battaglia Di Cortina (di La Privata Repubblica) Stampa
Racconti
Scritto da Joel   
Martedì 07 Gennaio 2014 09:00
La Battaglia Di Cortina (di La Privata Repubblica)

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La Privata Repubblica

1. Alemagna

L'albero sbarrava la statale Alemagna, incurante dei programmi dei turisti e delle loro furiose imprecazioni. La Pazza - il direttore di un importante settimanale reazionario/gossipparo di Milano - era bloccato nella sua macchina, accanto alle due collaboratrici poco piu' che ventenni sull'orlo di una crisi di nervi. C'era neve ovunque, e la coda aveva ormai raggiunto svariati chilometri.

La Pazza gridava da circa un'ora. Era imbacuccato nel suo Moncler, aveva il volto paonazzo e stava abusando verbalmente dell'autista, imputandogli impossibili responsabilita' per il che aveva colpito la statale: "Cristo, ti vuoi muovere? Fai qualcosa, Cristo! Si gela qui, e alle sei di pomeriggio devo moderare la presentazione del libro della Illy!". L'autista sbuffo' e riaccese il motore, tanto per fare qualcosa. Le due collaboratrici eruppero in un risolino fuori luogo e si scattarono un selfie a casaccio.
La Pazza roteo' gli occhi, diede un buffetto scherzoso alle cosce delle due signorine e penso' al suo prossimo editoriale - una cronaca infuocata sulla disfunzionalita' delle strade italiane che portano a Cortina.

Davanti a loro borbottava una Mini fucsia, mezza sepolta dalla neve. Dalla porta anteriore sbuco' un'improbabile signora sui quarant'anni, bardata con una pelliccia di visone, leggings e stivalacci a tacco dieci. In braccio reggeva un inguardabile chihuahua addobbato come Babbo Natale. La donna poso' a terra la bestia e scoppio' in un pianto nevrastenico. Dalla portiera del guidatore usci' un uomo allampanato, con un agghiacciante smanicato di pelliccia e un cappellaccio con la piuma, che diede due ceffoni alla signora urlandole di tornare indietro e risparmiarsi quella scenata di merda. Poco piu' in la' due giovani stavano pisciando sul bordo della strada, dandosi di gomito alla vista della neve schizzata di giallo. L'aria era totalmente satura di gas di scarico. Nonostante fossero fermi da piu' di un'ora, nessuno era stato minimamente sfiorato dall'idea di spegnere suv, fuoristrada e station wagon.

"Oddio, adesso quello uccide qualcuno!", starnazzo' una delle due collaboratrici all'interno dell'abitacolo. Fuori dai finestrini La Pazza vide un uomo che brandiva una sega elettrica e si sgolava con gli occhi fuori dalle orbite: "Sono un ex pompiere, fate largo! Via, via!". Alla vista dell'attrezzo, la maggior parte dei guidatori e passeggeri che erano usciti dalle loro macchine per fumare/scattare foto si rintano' nuovamente negli abitacoli. L'ex pompiere raggiunse con decisione l'albero e comincio' a lavorarlo, tagliandosi una manica del Refrigiwear color ghiaccio nella foga.

Dopo appena quindici minuti la strada era libera. L'uomo alzo' la motosega al cielo ed esulto' in maniera scomposta, convinto di aver ridato prospettiva e speranza al Popolo dello Struscio & degli Aperitivi. Le macchine ripresero frettolosamente la loro marcia; nessuno ringrazio' l'ex pompiere, nemmeno con una misera clacsonata. Anzi: piovvero palle di neve, bestemmie, bottigliette vuote e scarti di autogrill. L'uomo si accascio' sul ciglio della strada, colpito al petto da una lattina semi-vuota e sconvolto dalla mutilazione del suo prezioso piumino.

Quella ingrata, insensata violenza affascino' La Pazza. Gli ricordava vagamente i suoi subdoli killeraggi politici, quasi sempre portati a termine inventandosi di sana pianta nefandezze private e spargendo allucinanti calunnie. Rise di gusto e guardo' l'ora: erano le 17.48, e non sarebbe mai arrivato in tempo. Poco male: non era mai stato puntuale. L'autista ingrano' la prima, le due collaboratrici accennarono a una danza sui sedili posteriori e La Pazza si scatto' una foto con l'iPhone per poi metterla su Twitter con il seguente testo: "Paura e delirio sulla statale per Cortina !!! Qui teniamo duro...Hotel Cristallo, aspettami !!!!! :-)))"

Quando La Pazza arrivo' alle pendici dell'Hotel noto' che la citta' era tagliata fuori dal mondo. Non c'era luce, gli impianti sciistici erano irraggiungibili, i collegamenti con l'esterno erano tagliati e persino la radio locale, Radio Cortina, era fuori uso. La Pazza scese dalla macchina, varco' le soglie del Cristallo (che si autoalimentava con un generatore) e sali' nella Presidential Suite "Peter Sellers", divertito e inquietato al tempo stesso. Per festeggiare l'impresa, La Pazza aveva stappato un ottimo Cristal e si era messo a sorseggiarlo di fronte alla finestra. Erano le sette passate, e la presentazione del libro era andata. Poco male: la Illy, data la situazione emergenziale, avrebbe sicuramente capito.

La Pazza ancora non lo sapeva, ma sotto quella distesa di buio e neve c'era qualcosa che si agitava, ribolliva, si dimenava. Stava per sbocciare un esperimento sociale fuori controllo che qualcuno avrebbe dovuto dominare.

2. Blackout

Le torce guizzavano nell'oscurita' di Corso Italia. L'esercito di turisti in stivaletti griffati e mantelli di leopardo batteva la via dello struscio alla ricerca spasmodica di merci da comprare a prezzi folli e costosissimi drink da ingurgitare. Ma tutti i negozi erano chiusi. L'unico aperto era la Cooperativa, che si alimentava con un imponente generatore elettrico ed era diventata - molto piu' di quello che gia' era - la cattedrale dei beni di consumo, il rifugio di turisti infreddoliti e il paradiso dei consumatori compulsivi. Dal momento che gli appartamenti affittati a peso d'oro erano praticamente inutilizzabili, un nutrito gruppo di romani si era accampato dentro il centro commerciale in pianta stabile e dormiva avvolto nelle buste di tela gialla con la margheritona stilizzata. La direzione tollerava a stento, ma non aveva alternative.

Il blackout durava ininterrottamente da tre giorni, e il braccio di ferro tra Comune e societa' elettrica pareva non aver fine. Nessuno sapeva quando la luce sarebbe tornata a Cortina. Neve e burocrazia avevano momentaneamente sospeso l'abituale ordine sociale della "perla delle Dolomiti". Ma per ora andava bene cosi'. Mezza Italia rideva delle disavventure dei "ricchi"; quest'ultimi, inaspettatamente, erano eccitati dalla prospettiva di vivere un'esperienza diversa dal solito. I social network erano gremiti di "avventure di sopravvivenza" e foto di caminetti. Gli unici a mostrare segni d'insofferenza erano le poche migliaia di residenti locali.

Il Montanaro si sistemo' la bandana sui capelli selvaggi e fece un giro di perlustrazione nelle vie semi-deserte della citta'. Era in maniche corte e si riscaldava unicamente con bottiglioni di vino rosso. Dalle finestre delle villette proveniva la luce tremola delle candele. Le signorotte passavano alle colf straniere casse di derrate alimentari e residui del cenone natalizio da seppellire sotto la neve per tenerli al fresco. Qualche passante riconobbe il Montanaro, facendogli i complimenti per i suoi libri - indigeribili romanzetti pseudobucolici che da anni erano sempre gli stessi e, probabilmente proprio per questo, rimanevano saldamente in testa alle classifiche. Il Montanaro rispondeva ruttando, sputando per terra e allontanando i supporter con eloquenti gestacci. Non era venuto qui per ricevere plausi - non questa volta, almeno.

Era piombato in citta' non appena aveva saputo del blackout. Si era installato presso la casa di un suo amico, un vecchio residente disgustato dalla deriva kitsch-turboliberista in cui era piombato il suo borgo natio da trent'anni a questa parte. In quelle lunghe notti intorno al focolare, l'amico del Montanaro si era esibito in furiose tirate contro i "calabresi", i "terroni arricchiti del cazzo" e i "cafoni romani" che avevano deturpato l'immagine della citta'. "La definitiva mutazione c'e' stata quando dalle Ferrari Testarossa ho visto uscire uno stuolo di puttane in Moon Boot di pelo e gioielli d'oro, che esibivano sfacciatamente anche di pomeriggio. Lasciamo perdere il fatto che nessuno di questi animali sapesse sciare. Lasciamo perdere. Lo sfregio assoluto e' stato vederli indossare il nostro tipico costume ampezzano, il dirndl. Non dovevano farlo, i bastardi. Ah! Ma la pagheranno cara prima o poi. Carissima".

Mentre ascoltava le lamentele sempre piu' livide e rabbiose, il Montanaro aveva cominciato a maturare dentro di se' una sublime ossessione: quella di guidare la rivolta degli autoctoni contro i turisti. Voleva riportare Cortina nell'era pre-Vacanze di Natale 1983. Voleva sfasciare i suv dei cumenda, ridurre in polvere la paccottiglia esposta nelle vetrine, riaccendere la bellezza abbagliante della citta', ridare dignita' alle Dolomiti e restaurare quell'inimitabile connubio di raffinatezza, aristocrazia e sobrieta' montanara. La Natura aveva preparato la resa dei conti; il blackout aveva dissodato il terreno del risentimento; ora serviva qualcuno pronto a incendiare la miccia della rivolta.

Il Montanaro si fermo' in Corso Italia, in mezzo alla folla e alle torce. Diede una poderosa sorsata al vinaccio e se lo verso' addosso, inondando i capelli e il petto villoso. Il freddo non esisteva. Fisso' i turisti, bestemmio' fragorosamente e infine lancio' la bottiglia vuota contro una Jaguar abbandonata sulla via. Il rumore dei cocci fu sovrastato da quello dell'allarme antifurto. I turisti, spaventati da quella ferina esplosione di violenza, scapparono come vermi, strisciando e scivolando sui marciapiedi ghiacciati.

Lo scrittore penso' che senza luce elettrica e senza riscaldamento si sarebbero cominciati a calcolare la velocita', la densita' del buio e la profondita' dell'ignoto. La montagna avrebbe creato qualcosa di piu' grande e di veramente piu' profondo. La popolazione local era con il Montanaro: finalmente le parole e il sangue sarebbero tornate a scorrere.

I turisti finora si erano divertiti, ma le cose sarebbero cambiate molto presto. Loro non sapevano accendersi un fuoco, non sapevano cavarsela in condizioni proibitive e non erano per nulla autosufficienti. La loro resistenza sarebbe stata fiaccata molto presto. Queste notti nere e gelide erano l'occasione perfetta, quella che il Montanaro aspettava da una vita. L'occasione di creare enclavi incontaminate, isole di salvamento, riserve etniche depurate dalle incrostazioni del consumismo e dello spettacolo. Le sue parole d'ordine: Dostoevskij e decrescita felice. Autarchia e Tradizione. Apocalisse e Cabernet.

Si', tutto era pronto, tutto era apparecchiato: il ventre caldo e autentico della citta' era pronto per la Resa Dei Conti, smanioso di accogliere la Fine Dei Tempi.

3. Lounge Ottanta

"Stai schiacciatino, Oscar". Quante volte aveva ripetuto quella fottuta frase? Quante volte l'aveva sentita? Tranquillo, Oscar. "Stai schiacciatino". Ma chi cazzo era Oscar? E soprattutto, dove si trovava ora? Era sdraiato da qualche parte, su un divano. Respirava a malapena: qualcuno doveva avergli perforato i polmoni - come minimo.

Si sporse in avanti e apri' gli occhi con enorme fatica. Il maglione di lana eighties era completamente spalmato di vomito - una fantasia impazzita di pezzettoni violacei che si ergeva disordinata sull'inquietante purea giallognola. Il calzino bianco sul mocasso gridava vendetta, e il tanfo che sprigionava dalla sua bocca sapeva di carogna spolpata e Belvedere rancida. Si tocco' la testa dolorante e incappo' in un paio di Rayban neri e una vistosa pelata insanguinata. Si guardo' in giro: il locale era gremito di ultracinquantenni che si dimenavano al ritmo di Boys, Boys, Boys su una distesa di vetri rotti e una maleodorante pozza di miasmi intestinali. Si riaccascio' sul divano e sbocco' ancora - una lunghissima bava verde accompagnata da lancinanti spasmi addominali. Guardo' l'orologio: erano le undici di mattina. Lui era Il Libidine, e il Monkey Lounge era il suo Regno.

Qualcuno gli verso' addosso del Tanqueray, risvegliandolo bruscamente. Il Libidine venne strattonato da mani ignote e trascinato in pista: "Forza, dobbiamo ballare! Adesso il dj mettera' il remix della sigla di Colpo Grosso, non puoi perdertela!". Le bestemmie si confusero nel frastuono generalizzato. Da quanti giorni era in quello stato? Per quanto si sforzasse, Il Libidine aveva solo vaghi ricordi di quello che era successo.

Il giorno in cui venne a mancare l'elettricita' Il Libidine si era intrattenuto nella sua solita routine ampezzana: krapfen alla Lovat; pranzo al Caminetto; aperitivo al Posta con Bellini e patatine fritte; e l'immancabile seratona revival al Monkey. Era filato tutto liscio fino alle sei di mattina. Una volta usciti dal locale, i discotecari nostalgici si erano avventurati nel gelo della mattina per infilarsi sotto le coperte. La mancanza del riscaldamento li aveva gettati in uno stato di profondo sconforto. Non sapendo cos'altro fare, le centinaia di persone erano tornate al Monkey.

Era stato indetto un revival non-stop, che immancabilmente degenero' quasi subito. Per giorni e giorni turisti e resti umano-catodici della gloriosa era delle televisioni private si erano annusati, avevano ballato, si erano nutriti voracemente di patatine e olive da bar e aveva fuso silicone, botox e pelle avvizzita in un'orgia promiscua e patetica. Non cercavano un semplice rifugio - almeno, non lo cercavano piu'. Il Monkey era diventato qualcosa di molto diverso: una capsula del tempo in cui rivivere gli anni migliori della loro vita, in cui assaporare lo spirito degli anni Ottanta. In preda all'ebrezza etilica, Il Libidine aveva fatto murare l'entrata del locale. Nessuno poteva piu' uscire; nessuno voleva veramente farlo. La gente stava bene, in quella prigione di culto con i suoi eroi e i suoi martiri. Erano apparsi altarini dedicati a Massimo Boldi e Umberto Smaila. La conversazione era abolita: del resto, cosa avevano da dirsi quelle persone? Il loro tempo era finito, e l'unica cosa che potevano fare era recitare a memoria le battute dei filmacci dei Vanzina.

Il Libidine afferro' una boccia di Perrier e cerco' miseramente di sciacquarsi lo sbocco dal maglione. Sui divanetti c'erano persone ricoperte da pellicce e giubbotti, probabilmente morti. Le scorte di alcool stavano per finire; quelle di cibo erano esaurite da qualche giorno. Tre ex starlette sfatte di qualche programma degli anni Ottanta si stavano smanacciando con volutta'. Non appena videro Il Libidine lo invitarono ad unirsi; lui declino' con una tipica battutona delle sue. In realta', Il Libidine tremava. Forse aveva la febbre, o forse si era reso conto che loro, di fatto, erano dei condannati a morte. Presto la musica e l'euforia sarebbero finiti, e i discotecari si sarebbero sbranati a vicenda per cercare di sopravvivere.

Per ora nessuno ci faceva caso: l'importante era ballare, divertirsi e ricordare. La convinzione generalizzata era che quelle fossero le loro montagne, la loro Cortina, la loro realta' - una realta' che dal 1983 non era poi cambiata piu' di tanto, nella loro testa. Il Libidine chiese al barista di fargli un Caipirinha, poi si tolse il maglione e salto' sul piccolo palco. Diede un'occhiata al dj, che capi' al volo: era giunto Il Momento. Il Libidine afferro' il microfono, e gli ultracinquantenni si schierarono compatti davanti a lui, pronti alla Celebrazione.

Maracaibo / balla al Barracuda / si' ma balla nuda / za' za'...

Il Libidine si dimenava sul palchetto, la camicia madida di alcool e sudore. Un urlo primordiale riecheggio' nel Monkey. Il pavimento traballo', la mani cozzarono all'unisono. Qualcuno si mise a piangere; altri vomitarono. Sul pavimento si stava formando una strana schiuma. L'odore nella sala era un composto letale di putrefazione, vodka e liquidi corporei.

Si ma c'era Pedro / con la verde luna / l'abbracciava sulle casse / sulle casse di nitroglicerina...

Il Libidine si stava sgolando, la voce era in procinto di abbandonarlo. Trangugio' avidamente il drink per riprendersi e diede un'occhiata all'ingresso murato. Non era il caso di avere rimpianti o rimorsi. Fuori c'era un'Italia disillusa e corrotta, senza piu' legge ne' desiderio, senza una identita', vittima di un impaurito ripiegamento individuale e del rancore di strati sociali che si erano riscoperti marginali. Gia', fuori c'era un Paese in preda ad un disperato qualunquismo.

Fanculo al Paese, mormoro' Il Libidine. Noi vi abbiamo intossicato con le nostre stronzate edoniste, i nostri rutti, i nostri tormentoni e le nostre faccine divertenti; voi vi siete comprato tutto. Eravate contenti, no? Certo, lo eravamo tutti. Ma quello era il passato, ed era morto stecchito.

Maracaibo / mare forza 9 / fuggire si' ma dove? / Za' za'.

Morto stecchito - come il futuro.

4. Le Camicie Rosa Uccidono

Al quinto giorno di blackout Cortina si era trasformata in un campo di battaglia. Migliaia e migliaia di turisti stagionali vagavano disperati per le strade del centro in cerca di cibo e fonti di calore. Molti erano stati epurati dagli appartamenti dalle squadracce autoctone in dirndl guidate dal Montanaro. Corso Italia era spezzato in piu' punti dalle varie barricate ed era diventato un bivacco di turisti senzatetto, che per riscaldarsi bruciavano suv, fuoristrada e persino case.

L'ordine sociale non era imploso solamente in tre soli posti: il Cristallo, l'Hotel Bellevue (occupato da industriali, capitani d'impresa, alta borghesia e russi), e la Cooperativa. Tutti e tre erano costantemente assediati dalla massa di questuanti, sempre piu' indebolita dai pogrom e dalla violenza di strada. La Cooperativa, in particolare, era retta da una specie di dittatura fascio-consumista capeggiata da un rozzo borghese arricchito - un imprenditore edile pieno di debiti che si faceva chiamare Er Buffo - che aveva esautorato la direzione con la forza e imposto un regime di terrore e tessere fedelta'.

La Pazza, in completo total white, osservava i falo' dalla sua Presidential Suite accarezzando lo stelo di una margherita ed emettendo aggraziati risolini. Per il suo animo sensibile, il fuoco e la sofferenza erano pura poesia - la sorgente nera dell'esistenza da cui miseria e morte zampillavano maestose e davano un senso all'esistenza. Fino a quel momento, le trame e gli inganni mediatici della Pazza avevano funzionato a meraviglia. Fuori da Cortina il mondo pensava che la perla delle Dolomiti fosse tornata alla normalita'. Lui stesso aveva contribuito a distogliere l'attenzione con la pantomima del suo rientro sdegnato a Milano e i tweet autoironici.

Quel malsano isolamento auto-imposto era l'unico punto d'incontro tra i gruppi di potere in lotta tra loro. Ognuno, infatti, perseguiva ferocemente i propri obiettivi. Gli industriali/oligarchi del Bellevue sognavano la creazione di uno Stato offshore in cui trasferire la sede legale delle proprie aziende ed evadere il fisco. Er Buffo sognava l'estensione illimitata del centro commerciale, naturalmente da realizzare con la sua impresa decotta. Il Montanaro puntava - senza troppi scrupoli - alla pulizia etnica della citta' e all'autarchia. La Pazza, invece, pensava molto piu' in grande.

Lo stupiva il comportamento dei turisti normali che, pur di rimanere in quell'inferno che li aveva costretti sul gradino piu' basso della nuova piramide sociale, erano disposti a bruciare le loro macchine e a crepare di stenti e botte. La Pazza li conosceva bene: ogni settimana li rimpinzava di veleno e incesti in edicola, e ogni giorno li vedeva attraverso lo schermo. In un certo senso, li aveva educati lui. La Pazza aveva capito che il ceto medio - impoverito, minacciato ed escluso - era entrato in rivolta. Cortina sarebbe stato il primo esperimento, il suo esperimento, di un Nuovo Ordine fondato su gossip nazistoide, disinformazione patinata e isteria da social network. In caso di successo, quel modello avrebbe costituito un redditizio format da applicare in tutta Italia e, perche' no?, in tutta Europa.

Per fare cio' aveva bisogno di portare la massa dalla sua parte. Era ragionevolmente sicuro di farcela: la Cooperativa era stata quasi del tutto saccheggiata, e presto il malcontento avrebbe rovesciato il regime sanguinario del Buffo; il Montanaro era in gamba, ma aveva vedute e forze limitate; gli industriali erano semplicemente troppo distanti dalle esigenze del popolo.

La Pazza istitui' dunque le Camicie Rosa, che ribattezzo' scherzosamente "i Freikorps dandy del XVI secolo". Ogni squadra era capitanata da vip televisivi che aveva raccattato in giro per Cortina. La campagna di reclutamento fu un autentico successo: la massa sbandata di turisti era desiderosa di obiettivi e struttura, e necessitava di un inquadramento. Presto le barricate in Corso Italia scomparirono, e i Freikorps della Pazza confluirono tutte nel Cristallo, divenuto a tutti gli effetti il quartier generale dell'insurrezione.

Cortina non era piu' la perla delle Dolomiti. Cortina era un happy hour ad Aleppo: grida laceranti traforavano il silenzio della notte, rischiarata solo dalle fiamme delle macchine bruciate e delle case sventrate. Erano apparse anche fosse comuni in quelli che una volta erano negozi di lusso. Insomma, la spirale di violenza non accennava a placarsi. Il Montanaro annusava la strada come una bestia in calore, costantemente sovreccitato dal vinaccio e dall'azione cruenta dei pogrom. Le sue squadracce stavano per sferrare l'assalto alla Cooperativa, l'unico obiettivo appetibile rimasto dopo la formazione delle Camicie Rosa e lo svuotamento del bivacco di Corso Italia.

La Pazza decise di lasciarli fare. Che si scannassero pure. Lui aveva calcolato tutto: avrebbe schierato le Camicie dopo la battaglia tra le due fazioni per ripulire il centro; poi avrebbe espugnato il Bellevue, purificandolo con le fiamme; infine, proprio il 31 Dicembre, si sarebbe affacciato al balcone della sua Presidential Suite per annunciare la venuta del Nuovo Ordine.

Un botto terrificante scosse i vetri del Cristallo. Una voluta di fumo si sprigiono' dalle viscere della Cooperativa. La marea primordiale del Montanaro monto' brutalmente, assetata di sangue e buste gialle della spesa. C'era un'intera umanita' in lotta con se stessa: architetti, imprenditori, impiegati, liberi professionisti, dentisti, commercialisti e scrittori - tutti rispettabili borghesi trasformati in spietati fedayyin in fuga dalla noia e dal tedio delle loro vite pulite e ordinate. La Pazza ascoltava le urla di guerriglia, gustava gli spari, si cullava nel moto oscillatorio delle molotov, sussultava per ogni pietra che impattava sulle ossa dei suoi avversari, fremeva per le membrane esplose, i crani sfondati, le disarticolazioni di braccia e gambe. Le casse nella suite, senza alcun motivo, cominciarono a pompare Wham e Renato Zero. La Pazza per poco non si commosse.

Era l'inizio di un nuovo Big Bang sociale. Era il debutto di un nuovo tipo di essere umano. Era bellissimo.

5. Cristalnacht

Non era rimasto granche' per il cenone di Capodanno. La Pazza agguanto' una latta di Surstromming, la famosa aringa svedese fermentata. La apri'. Dalla confezione usci' un fetore pestilenziale simile a quello di una scarpa di barbone ripiena di merda e ricoperta di burro andato a male. La Pazza gusto' la prelibatezza con compostezza, innaffiandola con lo champagne - l'ultimo del lotto - preso dal frigobar.

La Pazza si rivolse alle sue collaboratici con la voce leggermente stridula: "Allora ragazze, come sto?". Le due donne, completamente strafatte di benzodiazepine, mossero impercettibilmente la testa in segno di approvazione. La Pazza si sistemo' la cravatta rosa davanti allo specchio della Presidential Suite, pronto a uscire sul balcone per proclamare l'avvento dell'Impero. I suoi occhi ardevano; il Nuovo Ordine aspettava solo la definitiva consacrazione.

Fuori dal Cristallo le Camicie Rosa erano estasiate, una folla che schiumava di gioia, una muta pronta ad aggredire l'avvenire con la bava alla bocca. La giornata era stata eccelsa. Le truppe del Montanaro erano state ricacciate nelle loro abitazioni e debitamente piegate al nuovo Regime attraverso torture e pestaggi indiscriminati. Er Buffo era rovinosamente fuggito dalla citta' in fin di vita. L'impresa migliore era stata sicuramente la presa del Bellevue, che ora era poco piu' di un ammasso di macerie fumanti. La colonna guidata dalla giornalista Paola Ferrari aveva svolto un lavoro davvero egregio, con un livello di crudelta' paramilitare assolutamente impensabile per un gruppo di flaccidi professionisti borghesi.

La Ferrari si era pero' macchiata di una leggerezza imperdonabile: aveva messo su Instagram una foto di gruppo delle Camicie Rosa, tutte con braccio rigorosamente teso sullo sfondo dello scheletro martoriato dell'Hotel. Altri avevano fatto lo stesso, anche durante l'assedio, fornendo una sorta di allucinata cronaca di quella che era gia' stata ribattezzata come Cristalnacht. Le immagini e i video avevano fatto il giro dell'Internet, erano approdati sui media nazionali e internazionali e avevano messo in allerta le forze dell'ordine. Il Paese aveva scoperto l'orrore barbaro in cui era piombata Cortina, ed era stato colpito in pieno stomaco dalla devastazione indiscriminata. Le autorita', sospinte dal severo monito del Presidente della Repubblica, avevano deciso di reagire inviando uno spropositato quantitativo di agenti in assetto antisommossa e di militari.

La Pazza, troppo ossessionato dalla grandeur dell'opera per rendersi conto delle interferenze del mondo esterno, ripasso' a voce alta il discorso della Proclamazione. "Qualcuno una volta disse: "Dopo aver visto Raffaella Carra' in televisione mi aspetto solo di incontrare i tedeschi con i carri armati per le strade della mia citta'". Lasciatemi dire una cosa, cari miei birbantelli: i carri armati questa volta siamo noi. Siete voi".

I primi lampeggianti rischiararono la profondissima oscurita' ampezzana. Nel bunker della Presidential Suite, La Pazza non si accorse di nulla e continuo' imperterrito: "Voi, che non sapete piu' distinguere una notizia dal gossip. Voi, che venite a Cortina per mantenere la posizione faticosamente conquistata in una gerarchia sociale totalmente sovvertita dalla crisi. Voi, che dentro gli aperitivi e sulle panche dei ristoranti cercate di soddisfare l'atavica necessita' di essere schiacciati e dominati da una forza superiore. Voi, che per dare un senso al vostro squallore agognate un nazionalsocialismo senza teschi e parate militari ma pieno di farfalline di Belen Rodriguez, sextape di celebrita' e salotti televisivi del primo pomeriggio". La Pazza sospiro' e lesse le ultime righe: "Forza, ragazzi, ci siamo quasi! Oggi possiamo iniziare a realizzare il nostro sogno! Siete meravigliosi! Siamo spaziali!"

Quando si affaccio' al balcone, la Pazza rimase senza fiato e si aggrappo' alla balaustra. I caroselli dei blindati della polizia erano lanciati a massima velocita' sul corso principale della citta'. La coltre di lacrimogeni soffocava Cortina; le Camicie Rosa tossivano, sputavano sangue e stramazzavano per terra. I manganelli roteavano all'impazzata, frantumando arti e velleita' rivoluzionarie. Qualcuno improvviso' una barricata ammucchiando suv bruciati, transenne, tavolini, cadaveri - qualsiasi cosa. Un autoblindo sfondo' l'ultima difesa dei ribelli, che batterono confusamente in ritirata in un tripudio di urla e lacrime. Le ultime sacche di resistenza Rosa - quelle piu' estreme, fanatiche e soprattutto armate - vennero spazzate via dalle sventagliate di piombo dell'esercito, che non esito' a rispondere al fuoco. Era una carneficina, pura e semplice.

Mentre la battaglia infuriava, La Pazza era tornato nella suite e aveva accesso il televisore. Dal giorno del suo arrivo alla fine del 2013 non l'aveva mai fatto, pur avendone la possibilita'. Vide in successione Gerry Scotti, Fiorello, Raimondo Vianello, Gigi Sabani, Valeria Marini in abito da sposa, Mike Bongiorno che rideva, Max Pezzali che cantava il suo ultimo singolo, attori da quattro soldi che ballavano con zoccole sguaiate, le Iene a glorificare viscidamente la peggiore pseudoscienza e spezzoni di film degli anni '80 con Il Libidine - pace all'anima sua.

Il pauroso massacro era ormai alle porte del Cristallo: La Pazza poteva sentire il rumore dei candelotti di gas e le esplosioni sulle scale dei piani inferiori, ma era sorprendentemente rilassato. Quelle immagini televisive riprese dal passato gli infondevano fiducia, speranza e ottimismo.

L'olezzo del Surstromming rimasto aperto si mescolo' con il vapore grigio-maligno dei gas. L'aria era irrespirabile. La Pazza fece alzare le sue collaboratrici e insieme si diressero verso il balcone. Le due ragazze salirono precariamente sulla balaustra. Lui sfioro' le loro mani docili con lo smalto sbeccato. Nel frattempo la polizia aveva fatto saltare la porta della suite. La bocca della Pazza si contorse in una smorfia estatica. Si era trattato di un fallimento cosi' eroico da essere facilmente ridefinito come un successo. Pochi giorni senza i servizi basilari erano bastati a far piombare la citta' nel caos piu' assoluto e annullare consolidati riti alto-borghesi nonche' ogni parvenza di "esclusivita'".

La Pazza si affaccio' sul cornicione e rimiro' l'orizzonte.

Le Dolomiti si stagliavano nelle tenebre, e sotto di lui le fiamme danzavano con le sirene sopra un oceano brulicante di corpi, vetri e carcasse. Cortina sarebbe stato il modello di riferimento per le proteste sociali del futuro - insurrezioni armate prive di senso e rivolte contrassegnate dalla violenza gratuita e immotivata.

La Pazza annuso' a pieni polmoni un fiore appassito che portava nel taschino del completo bianco. C'erano pochi cazzi: lui aveva vinto.

Del resto, nessuna rivoluzione degna di rispetto aveva mai raggiunto i suoi scopi.
Blicero

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Fonte: La Battaglia Di Cortina (di La Privata Repubblica)
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