Quarto Diario Di Un Mese In Palestina Con Operazione Colomba (di Peo) Stampa
Racconti
Scritto da sberla54   
Martedì 12 Maggio 2015 09:00

Ecco il mio quarto "diario di viaggio" scritto durante il quarto mese passato in Palestina come volontario dell'associazione Operazione Colomba.
Sono tutti pensieri di getto, che non intendo modificare per tenerli piu' fedeli allo stato d'animo del momento in cui li ho scritti.

Una piccola premessa: ho impiegato piu' di un anno a trascrivere questo diario e sono dovuto tornare nuovamente in Palestina nel 2015 per ritrovare la forza di tornare a guardare quanto avevo vissuto ad inizio del 2014. Uno dei protagonisti di questi racconti, un ragazzo che ho avuto la fortuna di poter chiamare compagno e che in un breve mese mi ha insegnato molto, ha deciso di lasciarci a meta' dello scorso anno.

Il suo ricordo e' stato per molti mesi a venire qualcosa di molto difficile da affrontare. Ancora oggi lo e', ma quando la mente smette finalmente di cercare spiegazioni, si lascia infine andare al diritto al ricordo. Dicono che chi ha compagni non muore mai. Parole che tornando quest'anno in Palestina hanno assunto un significato diverso, piu' vero. Per sempre assieme, nelle Colline a Sud di Hebron, lottando contro l'ingiustizia di soldati e coloni. Un saluto compagno Jean.

.IL DIARIO.

16.01.2014
E quattro! La tensione dell'aeroporto si tramuta in gioia! Poche domande, nessun controllo, il tipo al cambio soldi mi ha parlato in ebraico pensando fossi israeliano... magie della mancanza di barba?! Comunque sono dentro, di nuovo, e sono veramente felice.

17.01.2014
Giornata in svacco, G. e' arrivato intorno alle 4 e ci siamo quindi svegliati tardi. Giro a Gerusalemme per mostrargli questa magnifica citta' per la prima volta. E' sempre fantastica la citta' vecchia. Visita al muro del pianto all'inizio dello Shabbat: sempre un'esperienza potente, tutte quelle persone che pregano, tutte assieme ma non in un rito collettivo, ognuno con la sua fede, ognuno che esprime il proprio dolore e la propria fede davanti a cio' che rimane di un antico tempio. Gli ebrei hanno un approccio alla preghiera che non capisco ma mi colpisce. Per la prima volta ho visto quella specie di "rituale" dei soldati che in cerchio ballano, immagino per l'inizio o la fine della leva. Uomini contriti in una preghiera dolorosa ed in mezzo soldati armati che cantano e ballano. Una bellissima immagine per esprimere le contraddizioni di questa nazione.
Vedere ragazzi con armi da guerra cariche, mani e dita vicine al grilletto, girare in mezzo a una folla stipata di fedeli. Ovunque sarebbe considerato pericoloso ma anche irrispettoso. Qui no, questo e' Israele.
Domani si va al villaggio, nel giorno piu' caldo di un periodo caldo. Insh'Allah sara' un buon giorno, di certo non vedo l'ora di vedere le persone e i paesaggi di un luogo che oramai possiede un posto speciale nel mio cuore.

18.01.2014
Benvenuto!
Appena arrivato al villaggio si va verso una delle valli perche' alcuni pastori sono fuori con le pecore e oggi e' Shabbat e i coloni creano problemi. Come predetto, mentre stiamo riaccompagnando il pastore verso il villaggio, escono un gruppo di 12 coloni intorno ai 20 anni che scendono nella valle e si fermano proprio dove dobbiamo passare. Ci fermiamo per capire cosa fare e avvertire palestinesi, altre colombe e attivisti israeliani che erano rimasti al villaggio. Nel mentre arrivano anche i soldati e incrociamo i coloni senza troppi problemi. Volano parole tra coloni e palestinesi e i soldati decidono di cercare di mandare tutti verso le loro case. Il pastore pero' non ci sta, quelle sono le sue terre e ha un permesso delle DCO per pascolare li'. Nel mentre arrivano altri palestinesi, altri soldati, polizia e altri coloni. Volano urli, i soldati dichiarano zona militare chiusa. Il pastore decide di non andarsene lo stesso e la polizia fa per arrestarlo. Mentre lo prendono finisce a terra, dove viene ammanettato. I palestinesi si scaldano e i soldati sgomberano la zona, intimando a tutti di andarsene, palestinesi, israeliani e internazionali. D. e' stato quasi arrestato, lo stesso soldato mi ha detto di seguirlo e poi si e' scordato, e il pastore palestinese e' stato realmente arrestato. Ovviamente anche se quella zona e' stata dichiarata off-limits per i coloni dall'esercito israeliano, nessun colono e' stato nemmeno redarguito. Un ritorno caldo al villaggio.
Problemi a parte, rivedere il villaggio e' stato potente, rivedere i ragazzini ormai ragazzi cresciuti, quasi uomini; salutare alcuni uomini del villaggio e alcuni Ta'ayush, strette di mano, abbracci e sorrisi, "Welcome", "Ben tornato" in italiano. La sensazione e' ancora diversa, e' trascorso il tempo piu' lungo rimanendo in Italia da quando ho iniziato a venire in questa terra, ma la sensazione di essere a casa e' fortissima. Confidenze con uno dei ragazzi che conosco meglio.

Per G. primo giorno molto caldo, con subito un assaggio di questa terra piena di problemi.

Nota atmosferica: qui la sera fa freddo, ma oggi si stava in maniche corte per il caldo. Che sia finito l'inverno molto presto quest'anno in Palestina?

19.01.2014
Continuano giorni intensissimi. L'ordine di demolizione ad una serra, coloni che lavorano terre non loro vicino all'avamposto di Havat Ma'on, polizia che insieme a molti coloni gira nelle terre vicino all'avamposto e infine soldati che inseguono i pastori in una valle dove la colonia si vuole espandere. Succede spesso negli ultimi mesi ed e' una strategia per far mollare quelle terre ai palestinesi e fare espandere le colonie. Oggi i soldati hanno preso un pastore mentre altri sono riusciti a fuggire. Due nostri volontari sono rimasti con lui e gli stessi militari di ieri li hanno trattenuti. I coloni hanno chiamato la polizia dicendo che pastori e volontari erano entrati nelle terre private dei coloni (falso) e quindi hanno portato tutti alla stazione di polizia in una colonia vicina. Il pastore e' stato rilasciato 4 ore dopo mentre dopo altre 5 ore i nostri volontari stanno venendo interrogati. Non avendo fatto nulla non gli faranno probabilmente niente, ma cercheranno di spaventarli e li terranno fino a tarda notte "rilasciandoli" poi nel bel mezzo della colonia, molto lontano. Stare tutto il pomeriggio ad aspettare notizie, senza sapere nulla, senza che agli avvocati e agli arrestati dicessero nulla e' stato snervante. Attendere senza poter fare nulla dopo aver avvertito avvocati e attivisti israeliani amici. Ingannare l'attesa con alcuni lavori d'ufficio lasciati indietro, tentando di non pensare troppo, sperando Insh'Allah che tutto vada a finire bene e non li strapazzino troppo.

20.01.2014
Continuano le giornate intense. Sveglia alle 4.20 avvertiti di un check-point lungo una strada vicina. Alle 6.20 altra chiamata perche' i soldati hanno inseguito e trattenuto due bambini palestinesi che portavano le pecore al pascolo nella valle vicina al loro villaggio. Quando la polizia e' giunta sul posto, il capo della sicurezza della colonia vicina ha denunciato due donne palestinesi affermando che lo avevano colpito con una pietra. Le due donne sono state arrestate e portate alla centrale di polizia, trattenute per circa 6 ore e poi rilasciate senza accuse. I villaggio di Umm Al Kheer e' un villaggio beduino e la colonia ha costruito case a meno di 10 metri dalle case dei beduini, rubando alcune loro terre, e sta tentando di prendersene altre coltivandole abusivamente. Hanno denunciato i beduini perche' i loro forni mandano i fumi nelle case colone, chiedendo 100.000 shekel di risarcimento (circa 22 mila euro).
I beduini sono gente allegra, sorridono con noi, scherzano, ci ringraziano quando riusciamo ad andare e se non riusciamo dicono che troveranno come fare. E., uno di loro, ha sempre parole gentili e un sorriso per noi, ma il suo volto era molto serio mentre andavamo via.

Nella tarda mattinata, il capo della sicurezza della colonia vicino al villaggio dove viviamo ha tentato di scacciare alcuni pastori che erano con le pecore poco sopra il villaggio.

Stuolo di ragazzi in casa. Scherzano in arabo e fa un po' strano vederli cosi' cresciuti. Quasi uomini per alcuni.

Elicotteri avanti e indietro sopra il villaggio di notte. Una specie di stella cadente che potrebbe essere un flare, enorme, lunghissimo. Viene automatico chiedersi se ci sono stati problemi a Gaza.
Il cielo stellato sopra il villaggio terso e luminoso. Altre chiacchiere con alcuni ragazzi. Finalmente qualche momento di pace e serenita' dopo il molto lavoro d'ufficio.
Ora cena e poi confronto su come cambiare strategia vista l'aggressivita' dei soldati.
Insh'Allah domani ci sara' piu' pace per fare qualche visita ad amici che non vedo da troppo tempo.

22.01.2014
Molte, troppe cose da scrivere. Oggi accompagnamento di altre 6 ore sotto il sole, con un paio di "viste" di coloni. Ieri notte, cena e dormire a Tuba, in grotta. Risate guardando la televisione e O. che riempie di domande G., nuovo volontario che chiaramente gli sta molto simpatico. Tutta la famiglia sdraiata (figlie a parte perche' ci siamo noi) attorno a padre e madre. Scene che in Italia non credo di avere mai visto. Fa pensare, come in una terra cosi' dura e riarsa dal sole, in mezzo a pericoli e prevaricazioni quotidiane, si trovi questo tipo di gioia, momenti di serenita'. I legami di famiglia qui sono forti, potenti come l'immagine di due ragazzini che escono dalla grotta mano nella mano. Fratelli che da noi a quell'eta', 7 e 11 anni, si vergognerebbero a farlo.
Oggi in accompagnamento T. e' caduto mentre correva a recuperare le pecore prima di scappare da un colono che ha deciso di arare le valli dove i pastori vanno al pascolo da centinaia di anni. Chiedo a T. se si e' fatto male, risponde di no con sufficienza, con uno schiocco della bocca tipico dei palestinesi. T. sorride sempre, ha credo 16 anni e si muove super-molleggiato. E' sempre di buon umore, mai visto serio o senza il sorriso, e' simpaticissimo, scherza sempre. Credo uno dei ragazzi che mi mette piu' allegria che conosco.

Per la prima volta mi trovo a moderare, alcune sere fa, la spinta fortissima di sdegno e rabbia di un altro volontario. Mi fa strano essere io a ricordare che noi supportiamo questa lotta ma non puo' essere la nostra. Non puo' perche' perderemmo di efficacia e non sarebbe nemmeno giusto. Di solito sono dall'altra parte del discorso. Anche questo e' la Colomba, bilanciarsi a vicenda per rimanere in equilibrio.

I ragazzi sono cresciuti, quasi uomini e mi rendo conto che anche i sentimenti che provo cambiano. Non piu' ragazzini da proteggere, ma compagni di lotta da supportare. Alcuni hanno gia' visto il carcere, altri lo vedranno presto, ma ogni volta fieri e decisi in prima linea a rivendicare i loro diritti. La stima che provo per queste persone cresce di giorno in giorno ad ogni evento che vedo.
Senso di pienezza e serenita' sotto il cielo limpido e stellato di Tuba e Tuwani. Non e' facile metterlo su carta, tirarlo fuori dal petto e dall'anima. Questa e' Vita ben spesa, con la V maiuscola, perche' e' vita piena, che da' serenita' di animo, per quanto assurdo possa essere. Qui vivo sentendomi nel giusto, sentendo che non spendo, ma dedico a qualcosa di buono ogni attimo della mia giornata, ogni stilla della mia energia. Mi sento piu' sereno del passato, come se la rabbia avesse lasciato il posto a qualcosa di diverso, che chiamo determinazione ma suona piu' di pienezza e completezza. Come dicevo e' molto difficile spiegarlo a parole, e' necessario viverlo. D. qualche giorno fa mi diceva che alla formazione in Italia le cosa che lo ha colpito e convinto di piu' stato vedere la luce negli occhi di noi volontari che eravamo li'. Io oggi vedo quella luce nei suoi occhi, percepisco quella vibrazione nelle sue parole. Questa e' la Colomba, questa e' la nonviolenza, lo splendore della lotta senza odio, la trasformazione della rabbia in determinazione, il senso della giustizia che non sia mai prevaricazione dell'altro.
Avrei altre mille cose da scrivere ma anche se sono solo le 22 sembra ora tarda, il sole preso si fa sentire e diventa stanchezza, la sveglia suona presto, ma non prestissimo perche' la scuola dei bambini e' chiusa per un'altra settimana. Un ultimo pensiero per i compagni e le compagne di lotta e di vita, dalla Val di Susa ai lidi imolesi: la loro forza e' la mia forza, le esperienze condivise e raccontate si tramutano qui in ricchezza da condividere e usare.

23.01.2014
Prima giornata tranquilla. Finalmente. Mattina accompagniamo i pastori beduini di Umm Al Kheer per evitare che anche oggi i coloni gli spacchino i coglioni quando escono con le pecore. Assurdo vedere il dondolo in legno con tavolino che hanno messo sulla collina che i pastori attraversano quando escono. Tutto attorno hanno iniziato a piantare alberi per chiudere il villaggio sul terzo lato e rendere la vita dei pastori ancora piu' difficile. Ci fermiamo a fare due chiacchiere con T. mentre aspettiamo il service per il ritorno. Impariamo che una macchina usata in Palestina costa anche 30.000 shekel, 6.000 euro. Assurdo. Come suo cugino qualche giorno fa, il sorriso scompare dal suo volto mentre andiamo via. E' strano e lascia un senso di amaro in bocca.
Ieri mattina tutta di lavoro d'ufficio. Dopo pranzo (G. e' un gran cuoco), scazzo di un volontario con dei ragazzi del villaggio. Non e' sempre facile la convivenza quando i ragazzi esagerano un po'. Speriamo non esplodano gli ormoni quando arrivera' la nuova volontaria.
Pomeriggio, prima giochiamo un po' a pallone con A., un ragazzo down del villaggio, a cui un ragazzo piu' grande ha insegnato a giocare a palla. E' bravino, fa le finte, stringe il cuore vederlo sorridere e divertirsi come un pazzo. Poi partita di calcio, Italia batte Palestina in 2 match e 1 pareggio sul finale. Ci voleva una giornata cosi'.

24.01.2014
Giornata iniziata con altri casini, i coloni a casa il venerdi hanno deciso nell'ordine di continuare a coltivare la terra nella collina che attraversano con le pecore a Umm Al Kheer. Quando sono usciti i pastori hanno chiamato i soldati e assieme hanno scacciato le pecore e i pastori. Quando sono arrivati due dei nostri c'erano piu' di 50 coloni e una trentina di palestinesi piu' i soldati che litigavano. Caos e la polizia a cui la DCO non voleva dire dell'esistenza di un documento israeliano che garantisce ai pastori palestinesi il passaggio li'. Guy e' dovuto correre da noi a casa a stamparlo. Ste scorrettezze sono veramente incredibili. Alla fine i palestinesi sono potuti passare, dopo oltre tre ore, i coloni non hanno avuto conseguenze per la loro aggressione e hanno potuto continuare a lavorare quelle terre non loro.
E' arrivata M. stasera. Subito giro del villaggio e bombardamento di informazioni. Speriamo di introdurla con qualche ragazza piu' serena a parlare con noi uomini per darle accesso al mondo femminile, per noi "vietato".
Jean e' tornato sereno e riposato dallo stacco. Lo stress degli ultimi giorni lo aveva un po' provato. Gestire tutte le chiamate e le incombenza delle emergenze e' veramente pesante. Ne abbiamo avuto un piccolo assaggio nei due giorni di assenza con un decimo dei casini e in tre, e gia' si e' sentita.
Oggi G. e' stato nuovamente scambiato per palestinese. Ora si spiegano tutte le domande quando e' entrato sulle origini della sua famiglia.

25.01.2014
Mattinata di azioni, in tutte e due i casi a cui abbiamo partecipato i militari hanno dichiarato preventivamente l'area "zona militare chiusa" impedendo cosi' ai palestinesi di entrare in quelle terre, di loro proprieta', dove i coloni spessi gli danno dei problemi. Nel terzo caso dove non eravamo, ma c'erano attivisti israeliani, una scelta poco accurata del "capo villaggio" palestinese ha trasformato una potenziale vittoria in una sconfitta. H. era molto contrariato per questo, perche' in quel villaggio, Umm Al Kheer, per tutta le ultime settimane i coloni hanno creato parecchi problemi ai pastori mentre uscivano al pascolo.
La sveglia oggi e' stata alle 6.20 per essere pronti a partire per le 7, anche se siamo stati prelevati alle 9 e 20 circa. Nel pomeriggio ero molto stanco, direi che piu' per le ore di sonno (oltre 7) o per la fatica, per a tensione delle azioni: occhi sempre aperti per capire se sta per succedere qualcosa per riprendere o fotografare in tempo. Sopportare le cazzate dei soldati e i loro gesti cretini. Oggi uno si metteva a 30 cm dalla telecamera fingendo di riprendermi con l'iPhone per impedirmi di riprendere, anche se non stava succedendo niente, cosi' solo per rompere i coglioni, con un bel sorrisino idiota sul volto.
Calata la tensione e fatto qualche ora dopo un brevissimo accompagnamento le energie sono tornate come per magia.

Breve nota sull'arrivo di M.: finalmente una donna. Ieri sera mega spiegazione con un po' di terrorismo preparatorio per le azioni di oggi. Arrivare la prima volta di venerdi' pomeriggio o sabato e' sempre uno shock.

26.01.2014
Bei discorsi in 4 dopo cena, leggendo come spunto due pezzi di Kappa. Sono felice di poterlo chiamare maestro. Penso di aver preso una decisione sul mio prossimo sport in Italia: non piu' MMA ma Yoga. E' tempo di ricaricare la mia forza non piu' nel fisico ma nell'anima. Penso sia questo che mi potrebbe aiutare di piu' nella mia personale lotta contro la paura, la violenza e le insicurezze che muovono il mio animo.
Un ultimo pensiero per gli amici della Val di Susa: voglio scrivere una cosa per loro, un modo per cercare di trasmettergli la forza e la tenacia della nonviolenza pratica, della lotta sulle piccole cose (*) che qui non solo si pratica ma porta a grandi risultati. Da un villaggio che ha iniziato, in 10 anni siamo passati a 13. Ezra oggi ci ha detto "Nel nord della Palestina niente poteva rimanere vicino alle colonie, ogni villaggio palestinese e' stato evacuato o spostato. Qui abbiamo spezzato questo schema". Infine, una frase di H. ieri che mi ha subito fatto pensare ai No Tav: alla fine si capisce che i poliziotti o soldati, che tanto fanno paura nelle loro divise, non sono altro che uomini come noi e smettono di farci paura.

(*) Ecco il pezzo scritto:
La lotta dei piccoli passi.
Ne ho gia' scritto in passato, ma dopo un anno in valle con gli amici No Tav torna a colpirmi il modo di concepire la lotta di resistenza di questo villaggio e del suo comitato. Ci sono obiettivi sul lunghissimo periodo, parliamo di dieci venti trenta persino quaranta anni; poi si scende via via sulla scala temporale fino ad arrivare al singolo giorno, alla singola mattina, al singolo gesto quotidiano apparentemente insignificante. Jean dice che l'immagine che questo gli trasmette e' di una lunghissima partita di scacchi in cui ogni mossa e' preparatoria per lo "scacco matto" finale, e per impedire all'avversario di colpire troppo a fondo. Andare a pascolare ogni giorno in una determinata zona e' un atto di resistenza; scappare dai soldati e dai coloni non e' una sconfitta, e' parte della lotta, e la piccola vittoria e' tornare comunque li ogni singolo giorno, nonostante arresti e botte. Non e' solo una questione di principio o di dimostrazione, e' una vera e propria vittoria accedere sempre e comunque alle proprie terre. Aver reso il proprio animo inscalfibile dalle angherie e dai soprusi del "nemico" li rende pressoche' invincibili. Aver lasciato da parte la ricerca della "grande vittoria", rappresentata dal poter accedere alle proprie terre senza problemi, li avvicina a quell'obiettivo ogni giorno di piu', molto di piu' che cercare una risoluzione veloce del problema. Poi ogni tanto, in tempi e modi a lungo ragionati, l'azione dimostrativa di grande effetto, pratico e mediatico, per poter dare un segnale ad avversari e spettatori; tornando poi in seguito alla lotta dei piccolissimi passi di ogni giorno.
Non e' facile da descrivere, ma ogni gesto quotidiano, ogni piccola mossa sulla scacchiera, e' parte integrante del grande piano, e' vista nell'ottica dell'obiettivo sul lunghissimo periodo.
Quando il nemico, come qui, e' troppo forte per affrontarlo con armi simili alle sue, bisogna trovare altre armi, cambiare il campo da gioco e le sue regole. Quando ci si trova contro fucili e un potere in proporzione smisurato, si sceglie di contrapporgli non armi piu' piccole, non una forza minore, ma di cambiare completamente contesto di confronto. Alle armi e al potere di ferire, uccidere, arrestare, si e' scelto di contrapporre la costanza, la decisione inscalfibile, l'imperturbabilita' dell'animo e la forza morale. E' una scelta consapevole e ragionata, una strategia che oppone a grandi operazioni militari con enormi dispiegamenti di armi e denaro, la forza altrettanto grande dell'animo dei giusti, la capacita' di non retrocedere mai di fronte a qualsiasi minaccia o ripercussione, la stupefacente lucidita' di mettere l'altro di fronte alla scelta di ferire o uccidere senza scusanti, senza attenuanti, nemmeno minime. Rivendicare i propri diritti con piccoli gesti quotidiani toglie dal contesto di due forze che si combattono, e palesa a spettatori, ma soprattutto ad avversari, che per continuare le vessazioni devono essere pronti ad assumersi il fardello della consapevolezza di essere carnefice, senza scuse o grigi morali.
Per me che sono italiano questi piccoli gesti di resistenza sono inizialmente quasi invisibili, rischio di perderne la forza ed il profondo significato; abituato a vedere un orizzonte corto e vicino nel futuro. Sono portato a voler far finire l'ingiustizia se non oggi domani, a voler osservare risultati concreti in tempi brevi. Ma quando il nemico e' molto piu' forte e potente questo non e' possibile. La ricerca di una vittoria veloce e' deleteria, ci porta anzi molto lontano dalla possibilita' di trionfare. In piu' le frustrazioni avvelenano l'animo e non solo fanno perdere di lucidita' ma indeboliscono anche quella che credo sia l'arma piu' forte in una lotta di resistenza: la tenacia che scaturisce dalla consapevolezza di essere nel giusto.
H. spesso dice "It's hard, but the only thing we can do it's our best". Potrebbe risuonare quasi fatalista o arrendevole, ma penso invece sia tutt'altro. Penso che il significato sia che non importa quanto potente, crudele e apparentemente infermabile e' l'avversario, comunque faremo del nostro meglio, giocheremo con regole e gesti scelti da noi, piccoli, quotidiani, ma costanti, instancabili e quindi inarrestabili.

28.01.2014
Saltatempo e' un libro molto bello, voglio regalarne una copia ai compagni No Tav.

29.01.2014
Qalandia. Uno dei tre campi profughi piu' grandi della Palestina, 70.000 persone rinchiuse in meno di 1 Km quadrato. Quando e' stato creato qui sono stati evacuati gli abitanti di 52 villaggi. Attorniato da tre basi militari ed una colonia in continua espansione per seguire il plan della Grande Gerusalemme.
Arriviamo inattesi al Children Center dove H. (preferisco omettere il nome) ci accoglie insieme ai suoi colleghi e colleghe. Nonostante non fossimo riusciti ad avvertirlo si rende disponibile a farci vedere il campo profughi dove e' nato e vive. Rimane con noi per oltre tre ore e mezzo e ci racconta le terribili storie di questo luogo di prigionia e tortura.
Durante la prima intifada ti arrestavano o sparavano anche solo perche' indossavi la kefiah. Durante la seconda intifada quando arrestavano qualcuno, o lo uccidevano negli scontri, buttavano giu' anche la casa dove viveva la sua famiglia. Ora fanno dei raid, perlopiu' notturni, cercano di arrestare ed uccidere qualcuno e finiscono per ammazzarne o mutilarne tanti. Usano proiettili dum dum (proiettili ad espansione, sono progettati per espandersi all'interno del corpo del bersaglio, aumentando cosi' la gravita' delle ferite) e quando la gente reagisce lanciando pietre, sparano all'impazzata. Giungono spesso dai lati delle tre basi militari e dal check-point all'entrata del campo per accerchiare e terrorizzare, ma "Noi non abbiamo paura di morire, perche' qui non c'e' nulla. Non temiamo la morte perche' questa non e' vita. Abbiamo solo dignita' ed orgoglio e quelli non possiamo permetterci di perderli".
Entrano nelle case e distruggono tutto, senza dare spiegazioni, a volte ti arrestano e puoi passare anni in carcere senza capo di accusa, per poi venire liberato ed essere ucciso il giorno dopo. Questa e' la tragica fine di uno degli amici di H., in carcere in detenzione amministrativa, senza capo di accusa e con la prigione rinnovata ogni sei mesi per tre anni di fila; infine liberato senza che vi fosse alcun processo, per venire ucciso da un colpo di fucile alla testa la notte seguente.
H. ci parla di una realta' dove non esiste il lavoro, non ci sono soldi per pagare nemmeno gli spazzini, dove la paura e la rabbia vengono instillate con scientifica volonta', per poter spezzare ogni forma di societa', ogni voglia e forza di organizzarsi.
"Vogliono che per noi esista solo l'odio e la rabbia, cosi' che non possiamo organizzarci e riprenderci cio' che ci spetta".
Non c'e' pace nell'animo di H.. Non c'e' pace o volonta' di pace nelle sue parole, solo il bisogno di combattere e resistere per sconfiggere coloro che hanno rubato tutto alla sua gente, mutilato il suo passato e cancellato per lui il concetto stesso di futuro. Lavora per cercare di dare un'organizzazione al campo, per rispondere ai bisogni di base che potrebbero dare alla sua gente la possibilita' di organizzarsi in qualcosa di piu': risolvere il problema dei rifiuti, seguire i ragazzi per evitare si perdano nella droga e nella mancanza di istruzione, aiutare coloro che sono stati resi disabili.
"L'Autorita' Palestinese era una cosa buona, poi loro hanno ucciso tutti i nostri migliori leader, tutta la prima schiera, la seconda e la terza, e oggi ci rimangono solo cani che non tengono alla giustizia per il nostro popolo".
H. parla veloce un buon inglese pieno di parolacce, come e' normale in un ragazzo di citta' di 27 anni. Qui non ci sono campi, qui non ci sono pecore o terra da difendere, qui non c'e' nulla se non la rabbia per una storia di torti, mutilazioni e morti.
"Prima che ci fosse il muro c'era una grande recinzione. Hanno legato un ragazzo alla rete una notte, gli hanno sparato a mani e piedi e lo hanno lasciato li a sanguinare fino all'alba, senza permettere a nessuno di soccorrerlo. Non esistono diritti umani, sono parole senza significato. Non esiste pace. Non esiste eguaglianza. Tutto questo non ha senso se non e' preceduto dalla giustizia. Agli americani che vengono qui, come alle grandi organizzazioni, dico che sono le loro tasse a dare ad Israele le armi per ucciderci e tenerci prigionieri. Non voglio i vostri soldi o il vostro aiuto, voglio che torniate a casa e convinciate il vostro governo a lasciarci in pace, a farsi i fatti suoi e a lasciare che siamo noi e gli israeliani a sbrigarcela".
Le parole di H., anche se dette con un'espressione leggera sul viso, suonano durissime nel mio animo. Parla del diritto al ritorno dei rifugiati, parla di una storia di torti, di incredibili crudelta', di omicidi e punizioni di massa; parla di un odio volutamente provocato e scavato cosi' a fondo da non lasciare spazio per altro.
"Quando vedo quei palestinesi che lasciano che i coloni facciano cio' che voglio, mi incazzo. Cosa sono pecore?! Come fai a non difendere nemmeno la tua casa?! Qui abbiamo solo pietre, ma quando cercano di entrare nelle nostre case, usiamo quelle per difenderci, perche' non e' giusto che lo facciano e non sarebbe giusto che glielo permettessimo".
Incontriamo un uomo, un pazzo, parla cinque lingue tutte assieme, mischiandole. Vive in strada, la sua mente ha ceduto quando gli hanno sterminato la famiglia davanti agli occhi. H. e' contento che siamo passati, ci dice che se torneremo ci fara' vedere le attivita' dei vari centri del campo. Vuole che vediamo le cose con i nostri occhi perche' i media sono tutti bugiardi, servi dei potenti, che anche quando si fingono amici in realta' vogliono solo avvelenare l'animo dei popoli. Non credo sia religioso, dice che la religione viene usata per comandare e imporre regole assurde, quando invece dovrebbe parlare solo di come fare del bene. Non riesco a ricordare ogni frase, ogni racconto, troppo forte hanno risuonato le parole di un ragazzo che parla con orgoglio di come riescano comunque a combattere, ma non apprezzi le dimostrazioni perche' servono solo a procurarsi morti e prigione, distraendo dai veri problemi del campo profughi.
"A cosa serve cercare di passare di corsa il check-point, e' impossibile e porta solo morte e prigione. Meglio occuparsi del problema dei rifiuti o del lavoro".
Parla di una societa' pronta a soccorrere e dare conforto alle famiglie degli arrestati o degli uccisi, a ricostruire assieme le case distrutte, ma che rimane come una giungla per i mutilati, perche' non piu' abbastanza forti da affrontare la durezza della vita nel campo profughi.
"Mi chiedono sempre perche' non mi sposo e non faccio figli. Perche' dovrei? Per mettere al mondo altri bambini senza futuro?! Io non posso proteggerli da tutto questo e li condannerei soltanto alla galera, alla sofferenza ed alla morte. Chiedo spesso a mio padre perche' ci ha fatto nascere, qual'e' il motivo, che senso ha?".

30.01.2014
Compagno, deriva dalla parola cum panis: che mangiano lo stesso pane.

01.02.2014
Ancora l'azione "sale della terra". Siamo partiti ieri in due insieme a una quindicina tra uomini e ragazzi dei villaggi vicini. L'unica cosa che sapevamo era che saremmo andati ad una "big action" e che saremmo stati fuori a dormire almeno una notte. Il luogo era segreto, nemmeno tutti i palestinesi lo sapevo. Un ex villaggio palestinese con un monastero cristiano-ortodosso evacuato, a quanto ci dicono, intorno al '70. Nel viaggio facciamo tappa nella moschea di Betlemme per pregare, poi piu' volte in attesa delle indicazioni per evitare eventuali blocchi. Ne evitiamo uno per un pelo, e ci fermiamo a Gerico in attesa che la gente del posto ci indichi la strada migliore e ci dia l'ok per andare. Partiamo, arriviamo, scendiamo di fretta dal pullman e di corsa raggiungiamo questo palmeto con case diroccate in mezzo. Nel corso della giornata altri gruppi sono stati bloccati e arriveranno solo molto dopo. Nel posto fa caldo, siamo parecchio sotto il livello del mare e c'e' una polvere infernale. Lo scopo dell'azione e' ripulire il luogo per renderlo, credo simbolicamente, di nuovo abitabile. Questo gesto oltre a rivendicare il possesso palestinese di questa terra, vuole essere una risposta agli accordi promossi da Kerry che vorrebbero lasciare la valle del Giordano a Israele per moltissimo tempo, forse per sempre, visto come si rispettano qui i patti.
Arrivano palestinesi nel corso del pomeriggio e della sera da molti luoghi: Bil'in, Nabi Saleh, Ramallah, Gerico, Nablus, Al Masara, Tuwani e altri che non ho compreso. Canti e musica ad ogni arrivo. Ci sono anche parecchi internazionali dei vari gruppi e associazioni che lavorano in Palestina. Scambiamo un po' di chiacchiere con internazionali e palestinesi. Ci sono anche un bel numero di giornalisti, CNN e Al Jazeera sono i due nomi piu' importanti che ho sentito. La CNN ha intervistato uno dei pastori di Muffaqarah. Vengono costruiti "tetti" per le case diroccate con i rami delle palme secche: piu' simbolici che altro. La notte fuochi, musica, cibo che viene distribuito o pane cucinato sul momento. Passano un buon numero di soldati e di border police, ma si limitano ad osservare. Lo scorso anno per un'azione simile sono arrivati in 500 per sgomberare 250 persone. Difficile dire quanti eravamo ieri sera, di sicuro qualche centinaio, io direi piu' di 300 e azzarderei 500. Vengono fatti dei fuochi per ripulire la legna del palmeto, ma per poco, per almeno due volte, non si rischia l'incendio. I palestinesi non sono di certo un popolo di boscaioli. Finiamo per andare a letto tardi, dopo almeno un'ora di canti tradizionali dei pastori della nostra area. Credo di non averli mai visti ridere cosi' tutti assieme, e' come se la scorza della dura vita del pastore si fosse spezzata per qualche ora, facendo uscire gioia e voglia di ridere e scherzare.
Veniamo svegliati dopo meno di due ora per un falso allarme di incursione della polizia. Zaino fatto alla velocita' della luce e telecamera pronta, per tornare a letto dopo meno di 10 minuti con il sacco a pelo immerso nella polvere. La notte e' incredibilmente umida, dormo male e mi sveglio prima dell'alba. Unica cosa buona il sorgere del sole oltre le montagne della Giordania con il fiume Giordano a forse qualche km da me. Questo luogo in arabo si chiama Giochi di acqua perche' la notte, immagino per un fenomeno simile alla marea, una fonte al centro del palmeto sgorga acqua fortissima, un'acqua quasi calda.
Oggi e' iniziato lento sotto il sole crescente. Molti sono andati via nella tarda notte o a inizio della mattina. Rimaniamo in circa 150 e iniziano i lavori di pulizia del bosco. Stare a guardare e non poter prendere parte, limitandosi a riprendere, e' una mezza tortura. Non mi piace e non mi appartiene. Ma e' necessario.
Unica nota: la visita di alcune camionette di soldati, travolte pero' dai cori e dagli sfotto' dei molti shebab (letteralmente "ragazzi") presenti. Dopo poco vanno via un po' mesti. Per la prima volta vedo dal vero le kefie messe a coprire tutto il volto, solo gli occhi scoperti. Sono ragazzi sui 20 e non sembrano avere paura di nulla.
Stando ai piani che ci hanno comunicato questa mattina, dovremmo rimanere qui almeno questa notte ancora, sempre che non ci sgomberino prima, cosa che avverrebbe sicuramente di notte. Non capisco come mai non sia nemmeno arrivato un ordine di lasciare l'area, e' strano dopo piu' di un giorno. Forse l'attenzione mediatica...vedremo.
Nella notte due chiacchiere con H. sul movimento No Tav e su come cercare di portare la nonviolenza in Italia come forma pratica di lotta. Le sue parole sono state sagge, ma infondo non ha fatto altro che confermare cio' che in realta' gia' sapevo. Bisogna chiedersi quale risultato si voglia ottenere, realmente, sul lungo periodo, ed agire nel modo migliore per farlo. La sua autorevolezza lo rende pero' estremamente credibile e la sua vita e le sue scelte lo hanno reso quasi inattaccabile su questo tema.
Unica nota negativa: in meno di un giorno ho finito un pacchetto di paglie. Oggi sono senza, ma e' meglio cosi', sto gia' sputando i polmoni.

Ragazzino di 16 anni, forse 15, con una cicatrice da petto a inguine: uno sparo di un soldato nell'Aida Camp.
Sono ragazzi di Fatah, tutti molto giovani ma sia con i soldati che un po' in generale, si comportano da uomini. Non hanno paura dei soldati, anzi ogni volta gli corrono quasi incontro. Stimo il loro coraggio, ma si percepisce uno strano senso di cameratismo, dalla distribuzione del cibo al ruolo del loro "leader", un altro ragazzetto, poco piu' grande di loro, con bombe e fucili sulla maglia.

Iniziamo a capire la strategia dei soldati, hanno cercato di prenderci per sete e fame, tentando di bloccare ogni arrivo di acqua e cibo nella zona. Ma non ci sono riusciti: prima hanno bloccato la macchina della CNN che era stata caricata d'acqua, poi due ambulanze su cui era stato messo il cibo; in tutti e tre i casi gli shebab sono andati a prendersi la roba, con successo, tornando tra i canti e gli applausi.
Per tre volte, quando alcuni internazionali hanno fatto per andare via, i soldati hanno provato a bloccarli, ma anche qui e' andata come per il cibo.

Arrivata la notte la situazione si scalda. Noi dovremmo partire intorno alle 00.30. vediamo le luci della Border Police che sia avvicinano a uno dei fuochi dei ragazzi piu' esterno, si piazza li' a fari spianati. Cercano di alzare la tensione. Un gruppetto di soldati si fa un giro nel bosco con le pile. Parte qualche coro, alcuni ragazzi vanno in la' ma vengono subito richiamati. Le persone dei villaggi che seguiamo decidono di andare via prima. I soldati lanciano una flare a illuminare la zona. Non ci penso, i palestinesi mi dicono di andare e andiamo. Usciamo per lo sterrato di lato, corriamo nel buio. H. rimane indietro, non si capisce perche', suo figlio torna a cercarlo e finiamo per aspettare piu' lui di H. Un'altra flare questa volta sopra di noi. Ci immobilizziamo fino alla fine della luce. Ci nascondiamo contro delle collinette mentre passano un paio di jeep sulla strada che illuminano i dintorni con il faro sul tetto. Nel mentre qualcuno ha chiamato l'autista del pullman per venirci a prendere prima. Procediamo nel buio attendendo a tratti in quello che poi impareremo essere una zona militare chiusa permanente. Se ci avessero trovato li sarebbe stato molto peggio che se ci avessero arrestato nel villaggio. Riusciamo a prendere il pullman e partiamo. Come uno schiaffo torna il pensiero che non saremmo dovuti andare. Durante il viaggio non ho idea di cosa stia succedendo di la. H dice che cosi' abbiamo evitato problemi legali per la gente dei nostri villaggi, ma non mi convince. Con che faccia potra' ripresentarsi domani se a qualcuno di quei giovani ragazzi sara' successo qualcosa sta notte? Saremmo potuti rimanere io e J. li? Sarebbe andato contro le regole della Colomba o sarebbe stato il suo vero spirito? Non me la sento di parlare ora con H., ho paura di dire cose fuori luogo, ho bisogno di schiarirmi le idee. Imparo strada facendo che le persone in piu' sull'autobus avrebbero dovuto scendere al villaggio ma hanno scelto di non farlo per via dei soldati. H. mi dice che chi e' rimasto sapeva che stavamo andando. Una piccola consolazione che sparira' in un attimo se sta notte succedera' qualcosa di brutto. Mi vergogno per non aver pensato di restare comunque, prima di andare. Penso che Jean (lungo periodo) e dalla sede sarebbero stati contrari, non conosciamo per nulla quei ragazzi e di certo non hanno fatto una scelta nonviolenta, ma e' sufficiente per lasciarli da soli a quell'eta' contro soldati armati? La paura e' qualcosa che odio, e' come un morbo contagioso che se lasciato libero offusca ogni cosa. Non penso di aver realmente avuto paura oggi, non come in valle a luglio, ma la necessita' e la fretta di andarsene dei palestinesi che erano con noi ha offuscato la mia mente, mi sono lasciato travolgere. L'unico ricordo positivo sono le risate dei palestinesi nel buio, mentre ci nascondevamo, per spezzare la tensione. Tatticamente un'idiozia, ma efficace per dare un po' di serenita' anche a chi come M (15 anni) mentre lanciavano la prima flare mi ha detto senza vergogna "I'm scared". Ora attendiamo il mattino per leggere come e' andata a quei giovani ragazzi coraggiosi che cantavano sotto le flare. Insh'Allah il loro dio li proteggera'.

02.02.2014
Con la jeep: rischia di essere sequestrata ogni giorno perche' porta i bambini a scuola nella Firing Zone 918, o porta gli insegnati tra le scuole perche' non ha i permessi per girare. La jeep e' stata pagata dal governo giapponese ma nell'ultimo anno e' gia' stata sequestrata piu' volte.

Giunge la notizia che durante la notte l'esercito ha provato per tre volte ad entrare nel villaggio occupato. Per tre volte e' stato respinto pare, ma non ci sono altri particolari se non che 9 attivisti di Gerusalemme che hanno provato a raggiungere il villaggio sono stati arrestati. Pare che domani alcuni di Tuwani tornino la' a guidare alcune persone per strade secondarie. Questo mi fa un sacco di piacere, anche se non credo che potro' andare perche' rimarremmo solo 3 al villaggio.

03.02.2014
Ieri lunga condivisione interna al gruppo, lunghe chiacchierate e confronti sull'azione di due giorni fa. Aiuta sentire voci e opinioni piu' esterne, di chi non era presente, per accorgersi che spesso il cuore ci fa perdere di vista il quadro generale, la strategia sul lungo termine e tutti i vari pezzi che compongono azioni cosi' complesse. Rimangono interrogativi personali, dettati dall'indole dagli irrisolti della mia vita, ma andarsene con il gruppo e' stata a quanto pare la scelta migliore. E' proprio vero che assieme siamo piu' grandi della somma di ognuno come singolo individuo.
Nel cielo da questa mattina volano senza sosta caccia militari ed elicotteri da guerra. I bulldozer dell'esercito oggi hanno buttato giu' alberi d'ulivo di un villaggio palestinese che ha la sfortuna di trovarsi vicino a una delle piu' grandi zone di addestramento dell'esercito israeliano, nel deserto del Negev. Anche se la corte israeliana ha imposto all'esercito di attendere una sua decisione prima di sgomberare quei villaggi che si trovano nell'area dove vogliono espandere la zona di addestramento, i soldati di tanto in tanto distruggono proprieta' palestinesi.
Nuovamente questa sera manca la luce nel villaggio.

07.02.2014
E' un po' di giorni che non scrivo, ho fatto il "giro di boa" e non mi e' presa benissimo. Le tre settimane sono volate e tra meno di due torno in Italia. La cosa mi pesa, direi piu' di altre volte, e mi fa pensare. Credevo di aver raggiunto un equilibrio maggiore rispetto al poter scendere per solo un mese all'anno, ma evidentemente non e' cosi', non del tutto per lo meno. La pienezza della vita qui e' cosi' forte da non poter nemmeno essere confrontata con il tram tram della vita in Italia.

M. e' giu' da poco, ci siamo conosciuti per la prima volta qui tre anni fa e da allora ci chiamiamo compagni. La Colomba lega in un modo stupefacente, ti fa conoscere persone speciali.

Oggi in un villaggio qui vicino un ragazzino di 14 anni ha tirato su da terra una specie di flash bang (una granata stordente usata dai soldati israeliani per disperdere i palestinesi durante le azioni). Ora e' in ospedale, ustionato ma non grave. Se fosse stata una granata ora sarebbe morto. Questo e' quello che succede a usare le zone vicine ai villaggi come zone di addestramento. Nel vicino villaggio di Jinba due persone hanno perso una gamba sempre a causa di ordigni inesplosi qualche anno fa.

Ieri i soldati della scorta non si sono presentati e i bambini dopo un'ora e mezzo sono tornati a casa accompagnati da due di noi. Un colono li ha inseguiti e sono arrivati a casa spaventatissimi.

Questa mattina intorno alle 3.00 l'esercito ha sgomberato il villaggio di Ein Hagjli (non ho idea di come si scriva e nemmeno bene della pronuncia, ma e' il villaggio vicino a Gerico della big action). Dopo sette giorni di resistenza nonviolenta l'esercito ha evacuato la zona con botte, lacrimogeni ed arresti. Hanno agito oggi per impedire che molti piu' palestinesi si unissero di venerdi'. Dalla scelta del luogo (di proprieta' della chiesa ortodossa e quindi piu' difficile da dichiarare zona militare chiusa) alla scelta del momento (durante le "trattative di pace" di Kerry che vorrebbe di fatto cedere la valle del Giordano a Israele) alla scelta di coinvolgere cristiani da Betlemme e un sacerdote ortodosso, al coraggio di chiamare anche i comitati non esattamente nonviolenti e addirittura i ragazzi dei campi profughi abituati a scontri accesissimi con l'esercito; questa volta i palestinesi resistendo per giorni in modo nonviolento hanno dato un enorme prova di capacita', volonta' e coraggio. A loro tutto il mio rispetto e la mia ammirazione.

12.02.2014
Altri giorni intensissimi. Sabato scorso e' stata la giornata con piu' incidenti che ricordi: sette! Durante un'azione in un villaggio che da poco si e' unito al Comitato di Resistenza Popolare i coloni hanno attaccato palestinesi, internazionali e attivisti israeliani, sotto lo sguardo non curante dei soldati presenti. Hanno tirato pietre con le sling shot e picchiato un attivista israeliano con calci, pugni e bastonate. Nessun colono e' stato fermato o arrestato, nemmeno all'arrivo della polizia, nonostante due nostri volontari avessero ripreso le varie scene.
I nostri sono stati gli unici a leggere bene quella complicata azione e se non fosse per loro non ci sarebbero, e all'israeliano sarebbe andata molto peggio perche' e' il loro arrivo che ha messo in fuga i 4 coloni che lo pestavano (Video dell'aggressione).
Nei giorni a seguire e' stato un susseguirsi di esercito e coloni che scacciavano pastori o danneggiavano ulivi o minacciavano persone. Per noi e' stata una corsa continua sul campo e una montagna di lavoro di report, archiviazione e comunicati. Siamo stati tutti messi alla prova, fisicamente e psicologicamente, e la stanchezza inizia a farsi sentire. Dal primo gennaio abbiamo avuto quasi 100 serious (incidenti, aggressioni, ecc...) e credo che non sia mai successo. Il tutto non e' casuale, il capo militare della zona e' cambiato e poco piu' di una settimana fa i coloni israeliani hanno fatto una "riunione nazionale" per decidere la strategia da adottare e fermare i colloqui di pace di Kerry (che comunque sono la solita porcheria). Da allora nelle colline e valli qui vicino non manca giorno in cui i coloni si facciano passeggiate e scaccino pastori o chiamino l'esercito a farlo. In questi giorni piu' che mai le pattuglie di soldati sembrano al loro diretto comando. Io sinceramente ho poco tempo per riflettere, pensare e decifrare le emozioni che l'avvicinarsi della data del ritorno mi muove. Cerco di non farmi sopraffare da questa serie continua di soprusi e ho la sensazione che i sorrisi dei palestinesi mi abbiano in qualche modo contagiato e che questa maledetta occupazione stia perdendo il potere di avvelenarmi l'anima. Questa incredibile gente e' riuscita a trasmettermi una parte della loro inspiegabile capacita' di riservare sempre e comunque uno spazio per la felicita' nel loro cuore. Proprio negli ultimi giorni ho fatto discorsi, anche se brevi, con soldati con un approccio gentile e aperto che mi ha stupito.
Anche se oggi pomeriggio sono stanco e l'idea di una sudata dopo sei giorni che non mi lavo e altri 5 che mi aspettano prima di una doccia, sono andato a giocare a calcio con alcuni ragazzi del villaggio. Seguendo il saggio consiglio della mia compagna in Italia cerco di godermi ogni sorriso e ogni attimo di gioia.

Ieri l'altro A. un ragazzino con la sindrome di down, mi ha abbracciato e messo la testa sulla spalla. Gli avevamo messo in tasca un pezzo di cioccolata che prima non voleva accettare per timidezza e poi ha divorato in un boccone. E' molto timido, di solito quando lo guardi abbassa il capo, ma cerchiamo sempre di coinvolgerlo quando giochiamo o anche solo di stare un po' con lui. In cambio da un po' quando ci vede ci regale sorrisi stupendi.

F. e M. sono venuti per incontrare il valutatore UE del progetto. Sono stati pochi giorni, ma sono riusciti a fare alcune visite e siamo stati invitati da alcune famiglie a mangiare del delizioso Maqlube. E' bello vedere l'accoglienza e la gioia che gli viene riservata e vedere che in loro anche solo pochi giorni in questo villaggio siano riusciti a portare un respiro di aria fresca. F. qui rinasce, e' un processo veloce e visibile a occhio nudo e mi colpisce vedere in lui attuarsi quello che sento anch'io stando qui. La vita e' piena in questo luogo dove ogni giorno si lotta ma si rifiuta l'odio.

Per la Palestina pare essere giunto un momento di cambiamento. Questa e' l'aria che si respira. I cambiamenti in questa terra rischiano di portarsi sempre dietro scontri, sangue e atrocita'. Spero solo che l'arrivo "alla ribalta" dell'opinione pubblica palestinese del metodo nonviolento come strategia di lotta popolare non venga soffocato dalle turbolenze dei cambiamenti politici. F. diceva ieri "Per ora e' una piccola fiamma la nonviolenza in Palestina, puo' diventare un incendio ma ha bisogno di tempo". Insh'Allah questo tempo speriamo ci sia perche' potrebbe essere una svolta significativa in questo terribile conflitto.

15.02.2014
Ieri l'altra verifica a fine periodo. Belle parole e bel confronto. Come sempre qui si incontrano belle persone e il dovere e' cercare di non perdersi una volta tornati, ma aver ritrovato anche qui M. che e' un compagno visto di sfuggita tre anni fa in Palestina, e mai piu' perso di vista del tutto, mi fa ben sperare.

I giorni continuano a essere pieni di attacchi dei coloni e angherie dei soldati verso i pastori. Ieri sera abbiamo discusso su come muoverci per evitare che rendano una collina zona off limit per i pastori. E' da tutta la settimana che tutti i giorni, almeno una volta al giorno, i coloni chiamano i soldati a scacciare i pastori in quel luogo. E' oramai evidente che i timori di F. si sono avverati: nella zona non c'e' piu' praticamente Border Police e i soldati sono tutti giovanissimi e freschissimi di leva, per cui prendono praticamente ordini dai coloni. Anche ieri hanno attaccato un pastore sotto gli occhi dei soldati, hanno urlato ad attivisti e palestinesi e persino alla polizia senza che nulla succedesse. Sanno di poter agire indisturbati e senza conseguenze. Il pastore attaccato e' un ragazzo incredibile con occhi veramente buoni come se ne vedono di rado. E' stato piu' volte attaccato e picchiato molto pesantemente, hanno minacciato lui e la sua famiglia, ma lui non solo continua a uscire con le pecore in luoghi considerati pericolosissimi da tutti gli altri pastori, ma dopo ogni attacco insiste per andare alla stazione di polizia per sporgere denuncia. E' credo la prima persona che abbia mai visto sorridere ed essere realmente contento dopo essere stato scacciato e preso a sassate per il sol fatto che questa volta i poliziotti hanno "accettato" di prendere la sua denuncia. Come dice Jean e' un ragazzo che non vuole rinunciare alla speranza che ci sia almeno un briciolo di giustizia in questa terra.

Ieri G. e' stato nuovamente scambiato per palestinese, questa volta pero' da un colono che lo ha ricoperto di insulti in arabo e ha provato a togliergli la telecamera. Quello che prima era un aspetto su cui ridere inizia a dare i problemi che temevo. Dobbiamo trovare il modo di rendere subito visibile e chiaro che e' un internazionale o prima o poi sputi e botte dai coloni non glieli leva nessuno.

Ieri sera eravamo tutti molto stanchi per la giornata assurdamente piena di eventi corse e stress.
Ora devo smettere di scrivere per un attacco dobbiamo correre fuori casa al volo.

17.02.2014
Ultimo giorno al villaggio, ultimo accompagnamento. E' stato inaspettatamente molto bello. Tutto tranquillo senza intoppi o problemi, siamo arrivati con il pastore praticamente a 20 metri dalle prime case colone. Chiacchiere con suo figlio e un mezzo pranzo condiviso con un uovo e pane. Saluti ai ragazzi e alle persone del villaggio, J., N., H., M. (sabato) tutti che si rattristano quando gli dico che devo tornare al lavoro. "E' troppo poco un mese, ci rivedremo presto, Insh'Allah forse in Italia". L'abbraccio di H. e' stato forte e sincero, l'augurio che riesca a venire in Italia e che riusciamo a portarlo in Valle sembra incredibile con tutti i pensieri che ha, ma si ricorda di quelle chiacchiere sul movimento di piu' di due settimane fa. Quest'uomo e' veramente un grandissimo. Suo figlio, H., mi stringe la mano e mi abbraccia prima che salga sul taxi. Un "Arrivederci amico" sincero da un ragazzo di 17 anni suona forte nell'animo. S. che fa quasi 20 anni ed e' rimasto con noi ad aspettare il taxi mostruosamente in ritardo. I saluti con gli altri volontari, abbracci e la certezza di avere ognuno un pezzetto dell'altro ormai nel cuore.
La sera incontro a Gerusalemme con un gruppo di Italiani che studiano o vivo no li'. Preti, suore, quasi tutti credenti. A detta degli organizzatori abbiamo colpito nel segno, molta la curiosita', moltissimi complimenti e i "Preghero' per voi!". Anche da ateo capisco che e' un augurio dei piu' sentiti e forti se fatto da un credente.
Ci portano a cena le due organizzatrici dopo l'incontro, molte chiacchiere sulla nonviolenza e molta nostra stanchezza.

18.02.2014
Ultimo giorno pieno, ultimi acquisti da fare e l'attesa della fine della seconda lavatrice per stendere: domani Jean e J. tornano al villaggio e servono vestiti puliti. Sono le attese che mi provano, quando la mente e il cuore hanno il tempo di capire che mi allontano da questa terra e da questa gente per un tempo comunque lungo. Sale la tristezza e l'amarezza di non poter restare. Inganno il tempo facendo due chiacchiere con i ragazzi e facendo la valigia, i pensieri di dove mettere le cose comprate a Hebron. Sale anche un po' la tensione per l'aeroporto.
Peo

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