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La Pianista Pazza (di Carlotta Bonsegna) Stampa
Racconti
Scritto da Joel   
Mercoledì 02 Settembre 2020 10:00
La Pianista Pazza
La Pianista Pazza (di Carlotta Bonsegna)

Un giorno, a dispetto di tutto, quel campanello sugli abissi, suono'.
Tutto cio' che mi rendeva felice si trovava all'interno delle mie quattro mura, cosi' cercavo di uscire di casa il meno possibile.
Non mi interessa sapere come stai e non mi interessa che tu sappia come sto io, pensavo, continuamente, a proposito delle conversazioni obbligate dalla circostanza. Ti sorrido ma in realta' ti butterei in mare, il garbo prima di tutto.
Non riuscivo piu' a sostenere il peso di incontrare persone che non mi suscitavano nessun interesse.
Fermarmi per strada a blaterare del piu' e del meno, con chiunque, mi dava sui nervi. Udire le chiacchiere da bar, gli aggiornamenti meteorologici, le confidenze spicciole e tutte quelle banalita' quotidiane, erano diventate attivita' bandite dal mio codice di comportamento.
Poi i rumori... le grida umane, i clacson, le sirene delle ambulanze, i fischietti di chi dirigeva il traffico, le saracinesche dei negozi, i martelli pneumatici dei "lavori in corso", le suonerie dei telefoni, i campanelli delle biciclette e quello del citofono, mi provocavano un moto di irritazione al quale non riuscivo piu' a sottrarmi. Nei momenti di maggior nervosismo anelavo la sordita', ma poi, quando mi calmavo, ricordavo che cio' mi avrebbe impedito di vivere di musica, cosi' mi rivolgevo all'ausilio dei preziosi tappi per le orecchie. Ne avevo comprate centinaia di confezioni.
L'intolleranza che avevo sviluppato verso la stragrande maggioranza del genere umano non mi lasciava altra possibilita': andarmene.
Avrei raggiunto il mio locus amoenus.
Mio padre dirigeva una multinazionale e, questa volta, il suo potere sarebbe stato il mio grande alleato.
"Papa', ti prego, solo tu puoi fare in modo che il mio sogno diventi realta'".
"Angustias, vedro' cosa posso fare, devo chiedere molte autorizzazioni. Ma non ti sembra una scelta un po' estrema?"
"Per niente!" risposi speranzosa.
Ero a conoscenza dell'esistenza di una grande quantita' di piattaforme marine abbandonate per l'estrazione di idrocarburi. Dove i giacimenti si erano esauriti, le strutture imponevano comunque la loro solida mole e ormai non ci viveva piu' nessuno. Ne avrei scelta una e l'avrei adibita alla mia casa.
In mezzo al mare, vicino al nulla.
Quando le autorizzazioni arrivarono ero al settimo cielo. Si dovevano soltanto definire i dettagli per la ristrutturazione e per il trasloco.
La struttura aveva un'area di quattrocento metri quadrati: un terzo circondato da mura e coperto da un tetto, il resto una grande terrazza, sugli abissi.
Per l'interno scelsi di ricoprire le pareti di carta da parati dalla fantasia provenzale. Il glicine e l'indaco erano i miei colori preferiti. Una squadra di operai si occupo' di arredare l'ambiente secondo le richieste e disloco', non senza sforzo, tutti i miei beni mobili.
Chissa' se ha sofferto, povero tesoro. Speriamo che non gli abbiano fatto male, pregavo per il mio pianoforte.
"Figliola, e' tutto pronto. Prepara la valigia".
"Davvero? Sono troppo contenta!"
"Ah, dimenticavo di dirti che ho firmato un contratto che ti permettera' di ricevere gli approvvigionamenti alimentari. Una volta alla settimana l'elicottero ti portera' la spesa".
"Papa', sei il migliore del mondo. Grazie infinite!" e lo abbracciai.
Quando arrivai nella mia nuova residenza, il cuore mi scoppiava di gioia. Fui investita da una felicita' irrefrenabile. Pregustavo i silenzi, la quiete, la pace.
Beata solitudo, sola beatitudo, scrissi nella targhetta all'entrata, concedendomi l'ulteriore vezzo di attaccare fuori dalla porta un campanello, dal suono meccanico e trapanante, cosi' da apprezzare maggiormente il fatto di sapere che nessuno mai lo avrebbe premuto.
43.42° N di latitudine e 8.89° E di longitudine era il mio nuovo indirizzo.
Una poesia.

***

Il mio nuovo tempo era scandito da impegni regolari. Colazione, pulizia, studio, pranzo, siesta, sport, di nuovo studio e cena. Una vita sana e disciplinata. Un equilibrio impeccabile.
Quando il meteo era buono mi sdraiavo in terrazza; tardai qualche giorno ad abituarmi a quanto fosse paradisiaco prendere il sole senza avere nessuno tra i piedi.
Nessun bagnino doveva salvare alcun vacanziero in procinto di affogare, le imbarcazioni da diporto non sfrecciavano nelle immediate vicinanze, infatti non mi disturbavano con le loro onde modeste. I palloni non si azzardavano a sfiorarmi come nemmeno le palline dei racchettoni dei bagnanti.
Il sole baciava la mia pelle ardente e la brezza, solerte come un'ancella premurosa, la rinfrescava, mentre il silenzio confortava il mio cuore, caricato di rinnovata energia naturale.
La terrazza della piattaforma era collegata alla superficie del mare da una scaletta di acciaio. Quei venti metri di pioli mi regalavano la selvaggia immersione nelle acque mediterranee. Li' non c'erano scarichi provenienti dalle fogne o dalle vesciche delle nonne che portavano i nipoti in spiaggia.
L'acqua era pura e di notte veniva dipinta da particelle bioluminescenti.
Scintillava nell'oscurita'.
Il mare si illuminava e mi faceva piacere pensare che lo facesse solo per me.
La quotidianita', via via, si stava impreziosendo grazie all'avvento di nuovi soggetti.
Il canto mattutino dei gabbiani mi stimolava la levata dal letto a un orario che, secondo le mie consuete abitudini, era ideale. Poi, rapidamente, si azzittivano.
Quando spolveravo, il vento calava, e quando avevo bisogno della corrente d'aria necessaria per asciugare qualcosa, come per malia, si alzava. Gli elementi erano dalla mia parte.
"Ora possiamo toglierlo il pedale della sordina", mi ripeteva, soddisfatto e fiducioso, il mio Steinway & Sons a gran coda da concerto mentre suonavo con le finestre spalancate.
"Non ancora mio caro. Dobbiamo aspettare che torni l'accordatore. Non voglio rischiare di farti del male. Abbi pazienza", gli sussurravo accarezzando il suo nero legno lucido.
L'"adagio sostenuto" della Sonata Op. 27 n. 2 di Beethoven ormai mi veniva bene. Dopotutto, le ore necessarie per migliorare la tecnica e raffinare l'interpretazione non mi mancavano di certo.
Quando quelle note incantevoli si spargevano nell'aria, si creava un'atmosfera magica: i gabbiani, in fila, si posizionavano sul davanzale della finestra. Avevo un pubblico.
Una volta udii dal mare dei fragori inusuali che mi incuriosirono. Cosi', mi affacciai alla finestra e rimasi senza fiato dallo spettacolo che avevo di fronte. Innumerevoli ed enormi pinne caudali emergevano e riemergevano dalle onde. Era un branco di delfini che, attraverso suggestivi salti fuori dall'acqua e potenti sfiatate, probabilmente rendeva omaggio all'armonia beethoveniana.
Un'esibizione spontanea, una danza improvvisata.
Forse, anche gli animali volevano dimostrare, in quel modo, di essere dalla mia parte. Il pubblico aumentava, soprattutto di notte, al chiaro di luna.
Nonostante la gratificazione data dall'affluenza degli ascoltatori appartenenti al mondo animale, la severa autocritica, che mi accompagnava da sempre, non ammetteva sconti, cosi' che il livello della mia autostima pianistica registrava valori altalenanti.
Beethoven, so che ora sei orgoglioso di me, pensavo durante i picchi di alto, come Scusami Ludwig, ti starai rigirando nella tomba, perdonami se puoi, durante quelli di basso, dopodiche' mi dedicavo a fare altro.
Non passava un minuto in cui non desiderassi di essere in quel luogo sperduto. Mi ero perfettamente abituata al ritmo di vita che io stessa mi ero scelta. Non mi mancava niente, mi sentivo completa, quasi beata nella mia solitudine volontaria.
Capitava spesso che i miei pensieri si rivolgessero all'origine del mio nome: Angustias. La traduzione dall'evidente origine spagnola suggerisce un significato sinistro: angoscia, ansia, nausea.
Inoltre e' al plurale... i miei genitori non dovevano essere tanto contenti quando sono venuta al mondo, mi domandavo, per poi pensare subito ad altro.
Scorsi uno scuro oggetto volante che si stava avvicinando alla terrazza, cosi' ricordai che era il giorno della consegna della spesa. Avevo stilato una lista minuziosa che, tramite posta elettronica, avevo inviato alla ditta di fornitura scelta da mio padre. Il cibo e le bevande non sarebbero mai dovute mancare in quantita' e qualita'. A dispetto delle aspettative, l'elicotterista dimostro' una delicatezza che non mi sarei mai aspettata da uno sconosciuto.
Infatti calo', con un lungo filo, un contenitore legato a un moschettone. Lo staccai e recuperai il nutrimento settimanale per le mie membra. Non atterrando sulla terrazza, quell'uomo mi risparmio' il disturbo della conversazione di circostanza. Una rara persona, sensibile e rispettosa.
Lo ringraziai con tutta la voce che avevo, e credo mi abbia sentito da lassu'.
Con l'elicottero se ne ando' anche il sole. Vidi, in avvicinamento, un ammasso di nubi nere; il vento e il mare si stavano rapidamente alzando.
Nell'arco di poche ore quell'ambiente sereno e pacifico si era trasformato in un campo di battaglia meteorologico. Le raffiche che Eolo scagliava avevano una potenza pari a quella delle onde che si infrangevano contro i piloni della piattaforma. Una forza spaventosa.
Inizialmente ebbi paura soprattutto perche' mi aspettavo che la struttura iniziasse a ondulare per poi crollare rovinosamente. Poi ragionai sul fatto che progettare piattaforme a prova di tempesta fosse un mestiere le cui responsabilita' non lasciavano spazio al margine di errore; gli ingegneri sono precisi e affidabili per antonomasia, cosi' decisi di fidarmi di loro.
Aprii una latta di pistacchi e mi preparai un gin tonic: un aperitivo non poteva che farmi bene. Mi avvicinai alle finestre chiuse, notando che la visuale era completamente impedita dall'accumulo di sale depositatosi all'esterno dei vetri.
Cosi', mi misi al pianoforte e suonai fino all'alba.
La tempesta non si smorzava e le note erano diventate un tutt'uno con i suoni estremi del vento e del mare. Mi inceppai a lungo su un passaggio che mi costava fatica eseguire in modo corretto e, ormai stremata da tutta quell'energia palpabile nell'aria, decisi di andare a dormire.
Solo allora, il campanello suono'.

***

Udii quel suono meccanico e martellante persuadendomi che fosse il frutto di un effetto sonoro dovuto alla tempesta, cosi' non gli detti peso.
Ma il suono si ripete' una seconda volta.
Spalancai gli occhi in preda al terrore. I battiti del cuore sembrava volessero far esplodere la mia cassa toracica.
Non posso piu' far finta di niente, devo andare a vedere chi c'e' dietro alla porta. Coraggio Angustias, affronta il problema, mi spronai, tremando.
Cosi', aprii la porta in modo deciso e un refolo di vento salmastro mi investi'. Non potevo credere ai miei occhi.
Avevo di fronte una persona dai contorni sfocati e circondata da un alone di nebbia sottile.
Un uomo alto con i capelli grigi, scompigliati.
Notai che aveva inserito l'apparecchio acustico retroauricolare.
"Buongiorno Angustias", mi disse, ma il mio sbigottimento non mi permise di proferire parola, ero paralizzata.
"Allora, dovrei essere orgoglioso di te o dovrei rigirarmi nella tomba?" mi domando' con tono grave.
Capii e sentii che le gambe non mi reggevano piu'. Mi girava la testa e un attimo prima di stramazzare a terra avvertii il suo braccio che, sostenendomi, impedi' la mia caduta.
"Prego, entri, le offro un gin tonic" riuscii a bofonchiare.
"Grazie, ma quello lo rimandiamo a dopo. Prima dobbiamo risolvere il passaggio".
Si diresse verso il panchetto del pianoforte e mi fece segno di sedermi accanto a lui. Lo spartito era ancora aperto proprio alla pagina delle battute complicate.
"Vedi, non usi le dita giuste", prese la matita e scrisse i numeri sotto alle note, "prova cosi'".
Ma le mie mani erano in preda a un tremore che le rendeva inutilizzabili. Mi veniva di nuovo da svenire e mi vergognai.
"Rilassati e non preoccuparti, non e' un esame e nemmeno un concerto. Coraggio!" la sua voce era diventata cosi' carezzevole che non potei che seguire il suo suggerimento.
E ci riuscii. Mi sembro' un miracolo.
"Adesso tu usi solo la destra e io la sinistra". Obbedii, notando che il tremore era scomparso, le nostre mani erano in perfetta sintonia.
Improvvisamente si alzo' e sollevo' l'ala del pianoforte, in modo tale che la musica si propagasse con tutta la sua potenza.
"Ora sei pronta. Tutto da capo, da sola. Ricorda: suona la mia musica per te".
Con l'ultimo accordo mi accorsi che la furia del vento e del mare si era placata e l'uomo dai capelli scompigliati era scomparso.
Trovai un bicchiere vuoto.
Uscii in terrazza notando il solito pubblico marino, cospicuo e caloroso.
Torni presto a trovarmi!
Carlotta Bonsegna

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