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Mauro Orrico - Pillole Anarchiche Stampa
Libri
Scritto da sberla54   
Martedì 30 Giugno 2009 07:17
Mauro Orrico - Pillole Anarchiche
Mauro Orrico - Pillole Anarchiche

Molti di "noi" si professano anarchici, non fosse altro che per istinto, per un'innato desiderio di essere liberi o per una sorta di auto-condizionamento, dovuto ai testi urlati dalle band che ascoltiamo. Pochi pero', a mio avviso, conoscono veramente il pensiero anarchico e si sono mai presi la briga di leggere le teorie dei piu' importanti pensatori libertari, il che credo sia obbligatorio se si vuole onestamente dichiarare d'appartenere ad un determinato movimento, e non ci si vuole limitare a fare i fighi con gli amichetti.
A questo proposito, "Pillole Anarchiche" di Mauro Orrico (edito dalla grandissima Malatempora Edizioni, della quale ho gia' recensito "La Tortura Nel Bel Paese") e' un ottimo punto di partenza, in quanto si propone come riassunto schematizzato delle piu' rinomate sfaccettature della teoria anarchista, elencando i diversi filosofi che le hanno partorite ed i loro rapporti con lo Stato, la morale, il diritto, la rivoluzione, il lavoro, la giustizia, la religione, l'istruzione, la cultura, l'autogestione ed, in generale, l'autogoverno.
I nomi che incontriamo nel libro (nato come tesi di laurea e diventato poi, grazie all'aiuto dell'editore, il lavoro d'esordio dell'autore), sono quelli che qualsiasi anarchico di lunga data vi consiglierebbe di leggere; si parte dalla storia classica e dalle origini, con personaggi come Michail Bakunin, Max Stirner, Pierre-Joseph Proudhon, William Godwin ed il nostro Errico Malatesta, arrivando sino agli scrittori contemporanei, quali il famoso Noam Chomsky e Murray Bookchin, nuovi studiosi della possibile applicazione di un pensiero centenario ed immortale alla nostra inedita societa' capitalista, radicalmente diversa da quella di pochi anni fa.
Poco piu' di 100 pagine che custodiscono perle di amore, liberta', rispetto e convivenza, tra le piu' illuminate mai scaturite dalla mente umana. Pillole Anarchiche e' pieno zeppo di riflessioni semplici e di citazioni tutt'altro che intellettualoidi ed incomprensibili, le quali sapranno sicuramente rubarvi l'animo se, anche solo per un attimo, avete sentito la fiaccola dell'anarchia ardervi in corpo. Il libro, inoltre, con la sua schiettezza, ci aiuta a sfatare il mito negativo che classifica come utopici gli ideali di liberta' totale, affermatosi, forse, anche per merito della propaganda, di destra quanto di sinistra, (anche estrema) che per secoli ha deriso il movimento, affezionata com'e' all'autorita' ed al potere centralizzato; le ipotesi espresse dai diversi pensatori, infatti, riportano la fantasia e la lotta ad un livello decisamente reale e pratico, proponendo metodologie dalle molte similitudini ma anche dalle importanti differenze, che, pur essendosi attuate solo sporadicamente ed in brevi periodi storici (cosa, anche questa, che molti ignorano), non sono per nulla vaneggianti o impossibili, ma tutt'al piu' sono rese difficili dall'ignoranza e dalla cattiveria dell'uomo dei giorni nostri, istruito ed abituato a servire o a comandare, a subire o ad abusare, preoccupato solo dei propri vani interessi.
Coloro che mi hanno colpito maggiormente, tanto per darvi un'idea, sono Bookchin, con il suo municipalismo libertario, semplice esempio di democrazia diretta, puramente no-global e molto simile alla originale democrazia delle citta' stato di stampo ateniese, Max Stirner, con il suo egoismo anarchico (perdonatemi il termine, un po' tirato per le orecchie), fortemente individualista, ateo (come tutti) e disinteressato alla morale, quindi, proprio per questi motivi, probabilmente piu' conciliabile con lo schifo di civilta' in cui viviamo; oltre a questi, non posso non citare Malatesta, le cui parole mi colpiscono piu' di tutte le altre (forse perche' sono nate in italiano e non sono filtrate da alcun tipo di traduzione), con il suo anarco-comunismo, che unisce la socializzazione dei mezzi di produzione, dei beni e delle risorse, cosi' come la liberazione dal salario, all'abbattimento dello Stato e di qualsiasi forma di potere, oltre a Noam Chomsky, con la sua lucida conoscenza delle logiche dell'odierna societa' dello spettacolo. Per finire, non posso tralasciare Bakunin, altro grandissimo scrittore e pensatore, forse il piu' trascinante, che basa i suoi ideali semplicemente sulla ricerca della liberta' totale, sull'uguaglianza, sull'anti-statalismo e l'anti-autoritarismo, oltre che sul radicale ateismo e sul federalismo libertario, per certi versi simile al municipalismo libertario e comune a molti altri suoi compagni, Proudhon in primis.
Detto questo, e' evidente che "Pillole Anarchiche" di Mauro Orrico sia destinato ad essere un po' dispersivo ed a tratti complicato, visto la vastita' e l'atipicita' delle idee che si propone di riassumere; considerando quanto e' corto, pero', io l'ho riletto un paio di volte ed ora sento veramente di avere un quadro quasi completo dal quale prendere spunto per iniziare a scoprire, nel dettaglio, le teorie che piu' mi hanno affascinato.
Anche questa recensione, ovviamente, non punta a farvi comprendere il pensiero anarchico, nonostante ve ne abbia citato qualche scorcio, perche' e' inevitabilmente troppo corta.
Fidatevi: comprate il libro e ci pensera' lui a schiarirvi le idee ed a farvi entrare nel movimento dalla porta principale.
sberla54

.PER L'ACQUISTO.
Vi consiglio di acquistare il libro direttamente dalla sezione "Lampi" del catalogo della Malatempora. Leggete le istruzioni per ordinare: e' possibile pagare con PayPal, con carta di credito e con bollettino postale.
In alternativa, potete ordinare dal piu' famoso Libreria Universitaria.
Prezzo (in entrambi i casi): 10 euro.

.NOTA.
In appendice al libro c'e' una breve raccolta di testi di canti anarchici, molti dei quali sono scaricabili qui su puNk4free, all'interno della raccolta Canti Anarchici - [2008] Volume 01.
Mentre scrivo queste righe, inoltre, la Malatempora Edizioni accusa un gravissimo lutto, con la morte di Angelo Quattrocchi, loro storico editore, scomparso prematuramente pochi giorni fa.
Un vero colpo per chi, come me, ha amato cosi' tanto i suoi editoriali e tutta l'opera della Malatempora.
Spero che il collettivo riesca comunque a portare avanti l'ottimo lavoro fatto in questi anni.

.ANARCHIA.
Home Page Anarchopedia: http://ita.anarchopedia.org/
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Wikipedia Anarchia: http://it.wikipedia.org/wiki/Anarchia
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Wikipedia Liberta': http://it.wikipedia.org/wiki/Libert%C3%A0
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.PENSATORI ANARCHICI.
Wikipedia Anarchici: http://it.wikipedia.org/wiki/Anarchici
Michail Bakunin: http://it.wikipedia.org/wiki/Michail_Bakunin
Max Stirner: http://it.wikipedia.org/wiki/Max_Stirner
Pierre-Joseph Proudhon: http://it.wikipedia.org/wiki/Pierre-Joseph_Proudhon
William Godwin: http://it.wikipedia.org/wiki/William_Godwin
Petr Alekseevic Kropotkin: http://it.wikipedia.org/wiki/P%C3%ABtr_Alekseevi%C4%8D_Kropotkin
Errico Malatesta: http://it.wikipedia.org/wiki/Errico_Malatesta
Emma Goldman: http://it.wikipedia.org/wiki/Emma_Goldman
Alexander Berkman: http://it.wikipedia.org/wiki/Alexander_Berkman
Noam Chomsky: http://it.wikipedia.org/wiki/Noam_Chomsky
Murray Bookchin: http://it.wikipedia.org/wiki/Murray_Bookchin
John Zerzan: http://it.wikipedia.org/wiki/John_Zerzan
Alfredo Maria Bonanno: http://ita.anarchopedia.org/Alfredo_Maria_Bonanno
Renzo Novatore: http://it.wikipedia.org/wiki/Renzo_Novatore

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.CITAZIONI (QUOTES) ED AFORISMI.

.Michail Bakunin.
http://it.wikiquote.org/wiki/Michail_Aleksandrovi%C4%8D_Bakunin
  • Noi non desideriamo affatto uccidere le persone, desideriamo invece abolire gli status e i loro plusvalori e l'anarchia non significa affatto la morte delle persone che costituiscono la borghesia, bensi' la morte della borghesia come entita' politica e sociale economicamente distinta dalla classe lavoratrice.

  • Quando si sta portando avanti una rivoluzione per la liberazione dell'umanita', si deve avere rispetto della vita di ogni uomo e di ogni donna.

  • Noi chiediamo che tutti gli uomini abbiano i mezzi materiali e morali che consentano loro di sviluppare la propria umanita'.
    Principio che si traduce nel seguente compito: organizzare la societa' in modo tale che ogni individuo, maschio o femmina, che nasce alla vita trovi i mezzi pressoche' uguali per lo sviluppo delle sue diverse facolta' e per la loro utilizzazione per mezzo del proprio lavoro.
    Organizzare una societa' che renda impossibile lo sfruttamento del lavoro altrui e faccia si che ognuno partecipi al godimento delle ricchezze sociali solo in quanto abbia contribuito a produrle con il suo lavoro.

  • Cos'e' l'autorita'? E' forse la potenza delle leggi naturali che si manifestano nel concatenamento e nella successione dei fenomeni del mondo fisico e del mondo sociale? Infatti, la rivolta contro queste leggi, e' non solanto proibita, ma impossibile. Possiamo misconoscerle o non conoscerle ancora, ma non possiamo violarle perche' costituiscono la base e le condizioni stesse della nostra esistenza...
    Noi siamo assolutamente schiavi di queste leggi: ma non v'e' nulla di umiliante in questa schiavitu'. Poiche' la schiavitu' suppone un padrone esterno, un legislatore che si trova fuori da colui al quale comanda; al contrario queste leggi non sono al di fuori di noi: esse sono in noi e costituiscono il nostro essere, tutto il nostro essere corporale, intellettuale e morale...
    Fuori di esse non siamo nulla, non esistiamo. Da dove ci verrebbe dunque il potere e il volere di rivoltarci contro di esse? Di fronte alle leggi naturali, non c'e' per l'uomo che una sola liberta' possibile: riconoscerle e applicarle sempre di piu', conformemente allo scopo, cui egli tende, d'emancipazione o di umanizzazione collettiva e individuale.

  • Distruggere l'influenza di ogni dispotismo in Europa, mediante l'applicazione del diritto di ogni popolo, grande o piccolo, debole o potente, civile o non civile, di disporre di se stesso e di organizzare spontaneamente, dal basso in alto attraverso la via di una completa liberta', al di fuori d'ogni influenza e d'ogni pretesa politica o diplomatica, indipendentemente da ogni forma di stato, imposta dall'alto in basso, da un'autorita' qualunque, sia collettiva, sia individuale, sia indigena, sia straniera, e non accettando per basi e per leggi che i principi della democrazia socialista, della giustizia e solidarieta' internazionale.

  • Il cristianesimo e' precisamente la religione per eccellenza, perche' espone e manifesta nella sua pienezza, la natura, l'essenza d'ogni sistema religioso, che e' l'impoverimento, la servitu', l'annientamento dell'umanita' a profitto della divinita'. Poiche' Dio e' tutto, il mondo reale e l'uomo sono nulla. Poiche' Dio e' la verita', la giustizia, il bene, il bello, la potenza e la vita, l'uomo e' la menzogna, l'iniquita', il male, la bruttezza, l'impotenza e la morte. Poiche' Dio e' il padrone, l'uomo e' lo schiavo. Incapace di trovare da se' la giustizia, la verita' e vita eterna, non puo' arrivarvi che per mezzo di una rivelazione divina. Ma chi dice rivelazione, dice rivelatori, messia, profeti, preti e legislatori, ispirati da Dio stesso; e questi una volta riconosciuti come rappresentanti della divinita' sulla terra, come i santi istitutori dell'umanita' eletti da Dio stesso per dirigerla nella via della salvezza, debbono necessariamente esercitare un potere assoluto.
    Schiavi di Dio, gli uomini devono esserlo anche della Chiesa e dello Stato, in quanto quest'ultimo e' consacrato dalla Chiesa.
    Se Dio esistesse, l'uomo sarebbe schiavo: ora, l'uomo puo', deve essere libero: dunque Dio non esiste.

.Errico Malatesta.
http://it.wikiquote.org/wiki/Errico_Malatesta
  • L'insofferenza dell'oppressione, il desiderio di essere libero e di poter espandere la propria personalita' in tutta la sua potenza non basta a fare un anarchico.
    Quell'aspirazione all'illimitata liberta', se non e' contemperata dall'amore degli uomini e dal desiderio che tutti gli altri abbiano eguale liberta', puo' fare dei ribelli, ma non basta a far degli anarchici: dei ribelli che, se basta loro la forza, si trasformano subito in sfruttatori e tiranni, (dunque) noi siamo anarchici per un sentimento, che e' la molla motrice di tutti i sinceri riformatori sociali, e senza il quale il nostro anarchismo sarebbe una menzogna o un non senso.
    Questo sentimento e' l'amore degli uomini, e' il fatto di soffrire per le sofferenze altrui.

  • Anarchia vuol dire non-violenza, non-dominio dell'uomo sull'uomo, non imposizione per forza della volonta' di uno o di piu' su quella degli altri. E' solo mediante l'armonizzazione degli interessi, mediante la cooperazione volontaria, con l'amore, il rispetto, la reciproca tolleranza, e' solo colla persuasione, l'esempio, il contagio e il vantaggio mutuo della benevolenza che puo' e deve trionfare l'anarchia, cioe' una societa' di fratelli liberamente solidali, che assicuri a tutti la massima liberta', il massimo sviluppo, il massimo benessere possibili. Vi sono certamente altri uomini, altri partiti, altre scuole tanto sinceramente devoti al bene generale quanto possono esserlo i migliori tra noi. Ma cio' che distingue gli anarchici da tutti gli altri e' appunto l'orrore della violenza, il desiderio e il proposito di eliminare la violenza, cioe' la forza materiale, dalle competenze tra gli uomini.

  • Gli anarchici non hanno ipocrisia. La forza bisogna respingerla colla forza: oggi contro le oppressioni di oggi; domani contro le oppressioni che potrebbero tentare di sostituirsi a quelle di oggi.
    Noi vogliamo la liberta' per tutti, per noi e per i nostri amici come per i nostri avversari e nemici. Liberta' di pensare e di propagare il proprio pensiero, liberta' di lavorare e di organizzare la propria vita nel modo che piace.

  • Un'organizzazione anarchica deve essere fondata sulle seguenti basi: piena autonomia, piena indipendenza, e quindi piena responsabilita', degl'individui e dei gruppi; accordo libero tra quelli che credono utile unirsi per cooperare ad uno scopo comune; dovere morale di mantenere gl'impegni presi e di non far nulla che contraddica al programma accettato.
    Su queste basi si adottano poi le forme pratiche, gli strumenti adatti per dar vita reale all'organizzazione. Quindi i gruppi, le federazioni di gruppi, le federazioni di federazioni, le riunioni, i congressi, i comitati incaricati della corrispondenza o altro.
    Ma tutto questo dev'essere fatto liberamente, in modo da non inceppare il pensiero e l'iniziativa dei singoli, e solo per dare maggiore portata agli sforzi che, isolati, sarebbero impossibili o di poca efficacia.
    In tutti i casi una data organizzazione dura fino a che le ragioni di unione sono superiori alle ragioni di dissenso: altrimenti si scioglie e lascia luogo ad altri aggruppamenti piu' omogenei.
    Ma la durata di una organizzazione libertaria deve essere la conseguenza dell'affinita' spirituale dei suoi componenti e dell'adattabilita' della sua costituzione ai continui cambiamenti delle circostanze: quando non e' piu' capace di compiere una missione utile meglio che muoia.
    L'organizzazione, che poi non e' altro che la pratica della cooperazione e della solidarieta', e' condizione naturale, necessaria della vita sociale: e' un fatto ineluttabile che s'impone a tutti, tanto nella societa' umana in generale, quanto in qualsiasi gruppi di persone.
    E l'oppressione millenaria dele masse da parte di un piccolo numero di privilegiati e' stata sempre la conseguenza della incapacita' della maggior parte degl'individui di accordarsi, di organizzarsi con gli altri lavoratori per la produzione, per il godimento e per la eventuale difesa contro chi volesse sfruttarli ed opprimerli.
    Per rimediare a questo stato di cose e' sorto l'anarchismo, il cui principio fondamentale e' l'organizzazione libera, fatta e mantenuta dalla libera volonta' degli associati senza nessuna specie di autorita', cioe' senza che nessuno abbia il diritto di imporre agli altri la propria volonta' o scopo comune da raggiungere.

.Max Stirner.
http://it.wikiquote.org/wiki/Max_Stirner
  • Il comportamento dello Stato e' violenza, ed esso chiama legge la sua violenza, mentre chiama crimine quella individuale.

  • Noi cerchiamo la giustizia, vogliamo aver ragione ed essere nei nostri diritti, e ci rivolgiamo per questo al tribunale. A quale? Ad un tribunale regale, papale o popolare. Il tribunale di un sultano potra' forse pronunciare un diritto diverso da quello che le leggi del sultano prescrivono? Potra' darmi ragione se io avanzo delle pretese su di un diritto che non si accorda con il diritto stabilito dal sultano? Potra', ad esempio, in quanto tribunale censorio, concedermi il diritto di esprimere liberamente le mie opinioni se il sultano non vuole saperne di questo mio diritto? Che cosa cerco allora da questo tribunale? Io cerco il diritto del sultano, non il mio: cerco un diritto estraneo. Nella misura in cui questo si accorda con il mio, potro' trovare ovviamente il secondo nel primo.
    Il diritto e' lo spirito della societa'. Se la societa' ha una volonta', questa e' appunto il diritto: la societa' esiste solo grazie al diritto. Ma siccome esiste solo per il fatto che esercita un dominio sui singoli, il diritto non e' che la volonta' del dominatore.

  • Si crede ancora che la societa' dia cio' di cui abbiamo bisogno e che noi le siamo percio' obbligati, che le dobbiamo tutto. Si resta ancor fermi al punto di voler sentire un supremo essere dispensatore di ogni bene. Ma che la societa' non sia affatto un io che possa dispensare, conferire o concedere, bensi' uno strumento o un mezzo dal quale possiamo trarre vantaggio: che non abbiamo doveri sociali, ma esclusivamente interessi al cui conseguimento la societa' deve servirci; che non dobbiamo nessun sacrificio alla societa', ma, invece, se sacrifichiamo qualcosa, lo sacrifichiamo per noi: a tutto questo, i socialisti non pensano.

  • Lo Stato non e' pensabile senza il dominio e la schiavitu' (sudditanza); deve dominare tutti coloro che ne fanno parte: questa si chiama appunto volonta' dello Stato. Ogni stato e' dispotico, sia il despota uno solo oppure siano molti o addirittura tutti. Lo Stato non puo' sopportare che l'uomo abbia un rapporto diretto con gli altri uomini: vuole fare da mediatore, deve intervenire. Esso e' diventato cio' che un tempo fu Cristo, cio' che furono i santi e la Chiesa: un mediatore. Esso divide l'uomo dall'uomo.

.William Godwin.
http://en.wikiquote.org/wiki/William_Godwin
  • Chi possiede l'autorita' di fare le leggi? Quali sono le caratteristiche di quell'uomo o di quel gruppo, a cui spetta la tremenda facolta' di prescrivere agli altri membri della comunita' cio' che essi devono fare o devono evitare?

  • La legislazione, come generalmente la si intende, non e' un affare di competenza umana. Il vero legislatore e' l'immutabile ragione, ai cui decreti ci dobbiamo ricondurre. Le funzioni della societa' si estendono non gia' alla creazione, ma all'interpretazione della legge; essa non puo' decretare, puo' solo dichiarare cio' che la natura delle cose ha stabilito, la cui priorita' scaturisce irresistibilmente dalle circostanze.

  • Esistendo un'unica ragione tout-court, non sara' mai troppo profondamente impresso il concetto che le societa' e comunita' umane non possono avere il potere di stabilire assurdita' ed ingiustizia; che la voce del popolo non e', come e' stata a volte ridicolmente stabilita, la voce della verita' e di Dio e che il consenso universale non puo' trasformare il torto in ragione.

.Noam Chomsky.
http://it.wikiquote.org/wiki/Noam_Chomsky
  • Bakunin aveva previsto che ci sarebbero stati due tipi d'intellettuale moderno: il primo appartenente a quella che chiamava la "burocrazia rossa", che utilizza le lotte popolari per cercare di prendere il controllo del potere statale ed istituire le piu' spietate e corrotte dittature della storia; il secondo appartenente al gruppo di quelli che ritengono che in tal modo non si possa accedere al potere e che quindi diventano servitori del potere privato e della democrazia capitalista di stato attraverso la quale, nelle sue parole, "bastonano il popolo con il suo stesso bastone", ossia fanno gran parlare di democrazia, ma solo per rivolgerla contro il popolo stesso.
    Che io sappia, nelle scienze sociali questa e', di fatto, una delle poche previsioni che si siano avverate, e mi sembra piuttosto perspicace.

  • Con il capitalismo, gli interessi che devono essere soddisfatti sono quelli dei capitalisti; altrimenti, non c'e' nessun investimento, nessuna produzione, nessun lavoro e nessuna risorsa per essere devota, anche marginalmente, ai bisogni della popolazione.

  • La teoria leninista sostiene che il partito d'avanguardia debba assumere il potere dello stato e guidare il popolo verso lo sviluppo economico e, per qualche miracolo non spiegato, anche verso la liberta' e la giustizia. Si tratta di un'ideologia che naturalmente affascina grandemente l'intelligentsia radicale, cui fornisce una giustificazione per il loro ruolo di gestori del potere statale.
    Non riesco a trovare alcuna ragione, ne' logica, ne' storica, per prenderla sul serio.
    Il socialismo libertario (e gran parte del marxismo piu' comune) ha abbandonato, giustamente, con sdegno queste posizioni.

  • Prima parlavo dello scopo dei media e delle elite opportunamente indottrinate.
    Ma che dire della maggioranza ignorante e intrigante? Essa deve in qualche modo essere distratta. Le si possono propinare semplificazioni e illusioni emotivamente potenti, cosicche' sia capace di scimmiottare la linea di partito. La linea principale e' comunque tenerla fuori. Le si lasci fare cose prive di importanza, la si lasci urlare per una squadra di calcio o divertirsi con una soap opera.
    Cio' che si deve fare e' creare un sistema adatto nel quale ciascun individuo rimanga incollato al tubo catodico. E' un noto principio delle culture totalitarie quello di voler isolare gli individui: se ne discute dal secolo XVIII.
    Per la cultura totalitaria e' estremamente importante separare tra loro le persone.
    Quando la maggioranza "ignorante e deficiente" sta insieme puo' capitare che si faccia venire strane idee. Se invece si tengono gli individui isolati, non e' interessante se pensano e quello che pensano. Dunque bisogna tenere la gente isolata, e nella nostra societa' cio' significa incollarla alla televisione. Una strategia perfetta. Sei completamente passivo e presti attenzione a cose completamente insignificanti, che non hanno alcuna incidenza. Sei obbediente. Sei un consumatore. Compri spazzatura della quale non hai alcun bisogno. Compri un paio di scarpe da tennis da 200 dollari, perche' le usa Magic Johnson. E non rompi le scatole a nessuno. Se vuoi uccidere quel bambino vicino a casa tua, fallo pure, questo non ci preoccupa. Ma non cercare di depredare i ricchi. Uccidetevi fra voi, nel vostro ghetto.
    Questo e' il trucco. Questo e' cio che i media hanno il compito di fare. Se si esaminano i programmi televisivi trasmessi dalla televisione si vedra' che non ha molto senso interrogarsi sulla loro veridicita'. E infatti nessuno si interroga su questo.
    L'industria delle pubbliche relazioni non spende miliardi di dollari all'anno per gioco. L'industria delle pubbliche relazioni e' un'invenzione americana che e' stata creata all'inizio di questo secolo con lo scopo, dicono gli esperti, "di controllare la mente della gente, che altrimenti rappresenterebbe il pericolo piu' forte nel quale potrebbero incorrere le grandi multinazionali".
    Questi sono i metodi per attuare questo genere di controllo.

.Murray Bookchin.
http://it.wikiquote.org/wiki/Murray_Bookchin
  • Gli esseri umani hanno bisogno del diritto per modellare in modo creativo le strutture sociali, basate non tanto su una supposta genetica o su certe usanze, ma soprattutto su "forme di liberta'" (come le definivo gia' negli anni sessanta) razionalmente costituite che servono a organizzare ed esprimere il potere in forma tanto collettiva quanto personale.
    Percio', se oggi dovessi riscrivere in forma piu' estesa il mio articolo "The Forms Of Freedom", vi aggiungerei che sono necessarie costituzioni e leggi formulate per mezzo di assemblee di democrazia diretta e aperte al dialogo.
    In effetti, per molto tempo sono stati gli oppressi a richiedere e a pretendere costituzioni e leggi, quali strumenti di controllo, anzi di eliminazione del potere arbitrario esercitato da re, tiranni, nobili e dittatori. Ignorare questo fatto storico e regredire a un "istinto di solidarieta'", a un "istinto rivoluzionario", a un "istinto di condivisione", significa abbandonare un auspicabilissimo mondo civile per ritirarsi nel mondo della bestialita', optare per una zoologia sociale che non ha senso applcare all'umanita' intesa come specie dalle capacita' d'innovazione che crea e ricrea se stessa come crea e ricrea il mondo.

  • Il municipalismo libertario e' decisamente un'espressione politica antistatale che vuole la democrazia, il rapporto diretto, faccia a faccia, il dialogo, il confronto.
    E' soprattutto attento alle questioni fondamentali del potere. Pone questi interrogativi: dove dovra' sussistere il potere? Quale parte della societa' dovra' esercitarlo? Quali istituzioni sono necessarie per rendere possibile ed efficace un esercizio del potere non statale? Se e' vero che vivere/lavorare in una cooperativa puo' essere una cosa buona per instillare nelle persone valori, interessi, relazioni di stampo collettivista, le cooperative non offrono i mezzi istituzionali per l'acquisizione del potere.
    Consentitemi di sottolineare questo termine, "istituzioni", perche' mi viene in mente uno slogan degli anarchici spagnoli che diceva: "Guerra alle istituzioni, non al popolo". Io ritengo che uno slogan del genere crei confusione e disorientamento, perche' lascia intendere che le persone politically correct siano individui "autonomi", liberi da ogni obbligo istituzionale, mentre le istituzioni in quanto tali sarebbero una sorta di gabbie che impediscono all'individuo di scoprire il proprio "io autentico", e di realizzarsi.

  • Riesaminando una gran mole di materiali relativi alle rivoluzioni del passato, il problema principale che ho incontrato e' stato appunto quello del tipo di organizzazione che potrebbe fare la differenza, tra la sopravvivenza e la morte, in un sollevamento rivoluzionario.
    Mi si e' fatta sempre piu' chiara in testa l'esigenza di creare un'organizzazione capace di operare positivamente e di prendere iniziative (un'avanguardia), che sia impegnata nella propria rigorosa paideia, che sappia formare proprie istituzioni, basate su una costituzione razionale, che s'impegni a cooptare cittadini istruiti e motivati, che abbia una propria struttura e propri programmi.
    Questa organizzazione potrebbe essere benissimo considerata una sorta di polis in via di formazione, capace di tutelare i principi di fondo del municipalismo libertario, evitando che siano assorbiti da qualcuno (destino abituale delle buone idee oggigiorno), che sappia alimentarli, farli crescere e applicarli in situazioni complesse e difficili.
    Ho proposto che si crei attraerso fasi distinte un movimento del municipalismo libertario, un movimento che, credo, in ragione di idee avanzate, della sua preparazione e della sua esperienza abbia tutti i diritti di ritenersi di avanguardia. Certo, qualsiasi altra organizzazione puo' dichiararsi tale. Io non sostengo certo che solo un'organizzazione municipalista libertaria abbia il diritto di negare ad altre la facolta' di ritenersi avanguardie; saranno i fatti e le masse a decidere. Non voglio nemmeno negare ad altre organizzazioni che si dicono d'avanguardia il diritto di farlo, ne' tento di limitare loro questa possibilita'. Ma e' mia opinione che non si verifichera' mai un importante cambiamento della societa' senza un movimento di avanguardia bene organizzato, che prenda molto sul serio la propria struttura e che stabilisca regole precise d'adesione.

  • Il municipalismo libertario si impegna in ogni modo per non affondare nella palude comunitaria, perdendo la propria identita' per dedicarsi alla costruzione, al mantenimento e all'espansione di cooperative, indipendentemente dal fatto che questa sia o no una cosa buona.
    Il municipalismo libertario e' il tentativo di recuperare e superare la definizione aristotelica dell'uomo quale "zoon politikon", animale politico.
    L'uomo, o quanto meno, l'uomo greco, della Politica di Aristotele, e' chi vive nella polis, cioe' in un municipio e non, come speso si ritiene erroneamente, una citta'-stato. E' questo uno dei teloi, dei fini dell'uomo, una forma che si attualizza in quanto essere umano.
    Per esprimersi in termini religiosi, egli e' destinato a essere l'abitante della polis, della citta', nella misura in cui realizza la propria umanita'. I suoi teloi, che comprendono un sistema di leggi (di diritti come di doveri) razionalmente e democraticamente costituito, includono anche la sua facolta' di essere cittadino, vale a dire un essere umano preparato, con una formazione o paideia che dura tutta la vita, in modo da possedere tutte le competenze che servono per assumersi tutti gli impegni di autogoverno.
    Vorrei aggiungere che la paideia richiedere un'educazione ed una formazione rigorose, anzi la costruzione di un carattere di un'integrita' etica, se si deve giustificare la competenza del cittadino (la sua capacita' di sostituire lo Stato).
    E' cosi' non solo eliminando lo Stato, ma anche eliminando la gerarchia.
    Un'educazione e una formazione rigorose implicano a loro volta non fatui tentativi di "espressione dell'io", spesso di un io appena sbozzato e non ancora formato, ma un processo di apprendimento sistematico, programmato con cura, ben organizzato.
    L'umanita' non puo' produrre cittadini se l'educazione e la formazione che essa assicura ai giovani avviene attraverso gruppi d'incontro che si presumono "spontanei", in cui lo studente e' chiamato ad accettare qualsiasi cosa gl venga somministrata.
    Proprio questa attenzione alla paideia rende la Repubblica di Platone un'opera cosi' grande nonostante i suoi tanti difetti: in realta', molti dei testi migliori della filosofia greca racchiudono idee su come educare i giovani per farne dei cittadini capaci non solo di riflettere in modo sistematico, ma anche di usare le armi per difendersi e per difendere la democrazia.
    La democrazia ateniese, vorrei aggiungere, fu raggiunta quando la cavalleria aristocratica fu sostituita dagli opliti, i soldati di fanteria, la guardia civile del quinto secolo avanti Cristo, che assicuro' la supremazia del popolo al posto di quella della nobilta'.

  • La fabbrica e' una scuola gerarchica, di obbedienza e di comando, non e' rivoluzionaria e liberatoria. Riproduce in ogni momento, in ogni ora, il servilismo del proletariato, e non il suo slancio rivoluzionario di portata storica.
    Non impedisce certo che venga ridotto ad oggetto, ma anzi attenta alla sua individualita', alla sua capacita' di trascendere i bisogni. Di conseguenza, visto che l'autodeterminazione, l'iniziativa autonoma e l'individualita' sono l'essenza stessa della "dimensione della liberta'", esse devono essere negate alla "base materiale" della societa', per trovare presumibilmente un'affermazione solo nelle sue "sovrastrutture", almeno fino a quando la fabbrica e le tecniche della produzione capitalista saranno concepite esclusivamente dal punto di vista tecnico, come elementi connaturali alla produzione.
    Dobbiamo presumere, poi, che questo regno disumanizzante dei bisogno, vagliato da un'autorita' imperiosa, possa in qualche modo elevare e accrescere la coscienza di classe del lavoratore disumanizzato, trasformandola in una coscienza sociale universale; e che questo operaio, spogliato e privato di ogni individualita' da una vita di quotidiano lavoro, possa in qualche modo recuperare l'impegno e la competenza sociali necessari ad un processo rivoluzionario su vasta scala e alla costruzione di una societa' veramente libera, fondata sull'autodeterminazione nel senso piu' vero del termine.
    Infine, dobbiamo pensare che questa societa' libera possa eliminare la gerarchia da una parte, mentre la conserva "imperiosa" dall'altra.
    Portato alla sua logica estrema, il paradosso assume proporzioni assurde. La gerarchia, come una tuta da lavoro, diventa un indumento di cui ci si veste nel "regno della liberta'" per tornare ad indossarlo nel "regno dei bisogni". Come un'altalena, la liberta' oscilla nel punto in cui poniamo il fulcro sociale, magari al centro della tavola, in una determinata "fase" della storia, o piu' spostata verso l'una o l'altra estremita' in un'altra "fase", ma sempre in modo che la misura sia sempre rapportabile alla "giornata lavorativa".


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