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Il Disincanto Di Ippolita e Lo Sboom Di Facebook a Wall Street (di UniNomade) Stampa
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Scritto da sberla54   
Venerdì 08 Giugno 2012 05:00
Ippolita - Nell'acquario di Facebook
Il Disincanto Di Ippolita e Lo Sboom Di Facebook a Wall Street (di UniNomade)

http://uninomade.org/disincanto-ippolita-e-sboom-facebook/

UniNomade

Alla fine Facebook e' sbarcata a Wall Street. La prima giornata di vendita delle azioni hanno fatto affluire nelle casse del social network molti miliardi di dollari.
Mark Zuckerberg, uno dei fondatori, e' diventato un piccolo Paperon de Paperoni; lo stesso e' accaduto ad alcuni investitori istituzionali e manager dell'impresa. La divisione della torta ha inoltre previsto piccole porzione anche per i fortunati dipendenti che erano stati premiati con delle stock option nei mesi scorsi. E ieri la Rete ha diffuso un video dove Mark Zuckerberg era attorniato da decine e decine dipendenti che sorridenti festeggiavano l'avvio delle vendita delle azioni.
Un video che i compassati New York Times e The Guardian hanno paragonato alle rituali assemblee delle imprese coreane, giapponesi e cinesi, dove i lavoratori inneggiano al logo e ai padroni che li rendono merce. Immagine plastica di quella comunita' dei produttori che uno studioso liberal come Richard Sennett prospetta per uscire dalla crisi.

I due quotidiani, situati alle due sponde dell'Atlantico, hanno pero' sottolineato anche un'altra cosa: la prima giornata di Facebook a Wall Street non ha suscitato l'entusiasmo che accompagno' l'Ipo (Initial pubblic offering) di Google. Il giornale newyorkese ha anzi messo in rilevo che gli scambi a Wall Street non sono stati trascinati dall'effetto Facebook. I motivi di cio' sono tanti, ma cio' che emerge dalla lettura dei commenti in Rete sono i dubbi sulla fragilita' di Facebook, una societa' ritenuta niente affatto dinamica e innovativa come invece le relazioni pubbliche del social network hanno sempre tentato di accreditare.

Ma al di la' delle analisi che hanno accompagnato il quasi successo (o il quasi flop) di Facebook, il suo arrivo a Wall Street va valutato attentamente, perche' e' la prima volta che un'impresa che fa le sue fortune organizzando capitalisticamente la comunicazione informale tra i novecento milioni di utenti si candida a diventare un'impresa globale che fa leva su un circolo virtuoso tra finanza e sussunzione reale della cooperazione sociale. Esistono gia' altri circoli virtuosi di questo tipo. Google e' tra questi; Apple anche, ma e' la prima volta che un'impresa si insedia stabilmente a Wall Street per attirare capitali e investitori sul suo core business, cioe' le chiacchiere informali scambiate in rete. Per capire le implicazioni della quotazione in borsa occorre tuttavia tornare un po' indietro nel tempo e indagare a fondo le caratteristiche proprie di questo social network.

Il silicio parlante

La lunga e dorata marcia di Facebook verso la quotazione in borsa e' stata sapientemente gestita da Mark Zuckerberg, che ha sempre presentato il social network come un'impresa innovativa che ha saputo interpretare il bisogno di socialita' e di comunicazione nell'era del silicio. In un mondo sempre piu' interconnesso e piccolo, uomini e donne fanno esperienza di una solitudine che lascia attoniti e infelici, proprio quando la Rete dovrebbe consentire relazioni sociali che non conoscono i limiti dello spazio e del tempo. Ma piu' ci si avvicina alla realizzazione del villaggio globale, piu' la solitudine e' esperienza quotidiana. Facebook, ripete il suo fondatore, fornisce cio' di cui la societa' ha bisogno: un habitat dove rinverdire vecchie amicizie e coltivarne di amicizie.

Con i suoi quasi novecento milioni di utenti, Facebook e' dunque riuscita a compiere un piccolo miracolo: ha reso amichevole la Rete. Inoltre, fornisce gratuitamente i suoi servizi. Basta connettersi, aprire il proprio profilo e cominciare a dialogare con gli "amici", socializzando stati d'animo, esperienze, gusti musicali, idee politiche, incontrando cioe' sul web i propri simili, evitando cosi' la spiacevole prospettiva di chattare con chi la pensa diversamente. L'Altro e' bandito dalla propria pagina, ma se mai lo si volesse incontrare bastera' chiedere amicizia a chi, nel suo profilo, ha definito un'identita' diversa. L'innovazione, dicono alla Facebook, sta nell'aver fornito gratuitamente la possibilita' di costruire griglie sociali laddove era impensabile costruirle, la Rete. Certo, la gratuita' ha un prezzo, quello di fornire i propri dati, che saranno elaborati e impacchettati per essere venduti a imprese che li useranno per le loro strategie di vendita. Poi ci sono anche i discreti annunci pubblicitari che appaiono sulla destra della pagina, ma viviamo in una societa' aperta, dove la liberta' di scelta e' garantita a tutti. Insomma, l'innovazione per Mark Zuckerberg si limita a fornire un habitat favorevole agli incontri con i propri simili, evitando ogni contatto con chi e' diverso. Sta in questa standardizzazione dei profili personali la liberta' assoluta promessa da Facebook. Gli unici limiti posti sono l'uso di un linguaggio appropriato.

Da molti a molti

Molta acqua e' dunque passata sotto i ponti da quando Mark Zuckerberg mise in piedi un social network destinato solo agli studenti di universita' prestigiose. Il giovane scontroso, irascibile, scaltro, opportunista e molto bravo ad assemblare codici informatici e' diventato grande, ricco, ma non ha rinunciato a presentarsi come un "ribelle", ma tollerante verso chi la pensa diversamente. E' ovviamente politicamente corretto, ma non rinuncia al suo punto di vista. La leggenda dice che Facebook doveva essere la chiave d'accesso di Zuckerberg nel mondo dorato dell'e'lite statunitense. Ma se i suoi primi compagni di viaggio, Dustin Moskovitz, Eduardo Severin e Chris Hughes, volevano solo entrare nei circoli e confraternite dell'Ivy League, cioe' delle universita' statunitense piu' prestigiose, Zuckerberg, anche se era studente ad Harvard, aveva ben altri progetti. In fondo, non ha mai nascosto il suo disprezzo verso un'e'lite chiusa nelle sue recintate e ben protette torri d'avorio. Per lui, il potere e la ricchezza erano a portata di mano senza dover fare nessun inchino o partecipando ai tristi riti dell'Ivy League. E con feroce determinazione ha fatto fuori tutti i suoi iniziali compagni di viaggio per restare solo al comando.

Il fenomeno Facebook non e' pero' spiegabile attraverso la personalita' di Mark Zuckerberg. E' infatti un modello di business atipico rispetto agli standard statunitensi. I suoi profitti dipendono da quell'impalpabile, ma fondamentale elemento alla base di quell'animale sociale che e' l'essere umano. Bisogno di comunicare la propria esperienza agli altri, senza rinunciare alla sua singolarita'. Ci sono ovviamente dei precedenti nel capitalismo di imprese che hanno fatto della comunicazione oggetto di attivita' imprenditoriali. Ma i media - dai giornali alla televisione - hanno sempre visto una fonte primaria della comunicazione. Il modello era dall'"uno ai molti". La Rete consente invece una comunicazione dai "molti ai molti". Mancava pero' un habitat dove il singolo potesse esprimere le sue potenzialita', la sua capacita' cioe' di costruirsi una rete sociale. L'espressione social network evidenzia, d'altronde, proprio la capacita' dei singoli di autorganizzare le proprie relazioni sociali. Questo il modello di business di Facebook, al punto che molti analisti e studiosi ne hanno messo in luce le potenzialita' politiche vista l'opportunita' di funzionare come un produttore just in time di opinione pubbliche, quindi dell'esprimere, in tempo reale, il loro punto di vista senza la mediazione, appunto, dei media.

Destrutturare e' bello

E' indubbio che il modello di business di Facebook abbia questi elementi alla sua base, ma ce ne sono molti altri da valutare. Per esempio, il cosiddetto data mining, cioe' la raccolta, l'elaborazione e la vendita di dati contenuti nei profili degli utenti, nonche' la vendita di spazi pubblicitari, cosi' come fa Google. L'aspetto tuttavia piu' importante, che finora non e' stato indagato, e' la relazione esistente tra Facebook e quella corrente politico-culturale che negli Stati Uniti e' chiamata anarco-capitalista. E' a questa relazione che il gruppo Ippolita dedica un saggio intitolato Nell'acquario di Facebook che puo' essere acquistato direttamente sul sito www.ippolita.net.

Ippolita e' un eterogeneo gruppo di mediattivisti, ricercatori e informatici che da anni analizza i fenomeni emergenti nella Rete e li passa al tritatutto di una critica militante antiautoritaria. Un gruppo che si definisce con orgoglio anarchico o left libertarian. In passato Ippolita ha analizzato il fenomeno del software open source, ritenuto la risposta capitalista alla possibilita' di produrre programmi informatici al di fuori delle regole della proprieta' intellettuale (Open non e' free, Eleuthera) . La stessa tensione "destrutturante" e' dietro il volume Luci e ombre di Google (Feltrinelli) (NDR: recensito qui da PuNk4free, disponibile anche in download), dove la societa' del motore di ricerca e' rappresentata come il simbolo di un'impresa che, dietro la retorica della gratuita', ha costituito il primo esempio di data minig nell'era del web 2.0.
Questo saggio non nasconde l'ambizione di destrutturare la visione imprenditoriale non solo di Facebook, ma di tutte le imprese che costruiscono le loro fortune economiche su una concezione "libertaria" delle relazioni sociali. Un progetto di ricerca ammirevole per chi libertario si dichiara. Alla fine del saggio, l'obiettivo di mettere all'angolo il proprio fratello gemello - gli anarco-capitalisti, appunto - e' raggiunto. E' quindi un testo da leggere con attenzione, perche' fornisce molti elementi che aiutano a illuminare il lato oscuro di Facebook e di quel web 2.0 indicato come un luogo di assoluta liberta', considerato invece da Ippolita come un fenomeno di delega tecnocratica della propria socialita'.

Gli attivisti da poltrona

La ricognizione parte dalla "distrattenzione", cioe' da quella distrazione strutturale che accompagna la vita in Rete. Troppi gli stimoli, troppe le informazioni a cui si ha accesso; da qui la distrazione, che come hanno gia' verificato i teorici dell'"economia dell'attenzione" pregiudica gli affari. Segue poi la necessita' di produrre luoghi dove la distrazione venga gestita e superata attraverso la definizione di profili individuali che attirano attenzione da parte di chi si sente simile. E non e' un caso che Facebook sia l'emblema di una "omofilia", cioe' della centralita' del singolo che entra in relazione con altri individui a colpi di click del mouse, mettendo sulla propria bacheca messaggi tanto insignificanti quanto espressione di una identita' immutabile nel tempo e impermeabile a qualsiasi relazione sociale. I post non solo alimentano il chiacchiericcio, la fuffa e il rumore di fondo della Rete, ma sono indice di una pornografia emotiva e relazionale che sicuramente non e' sinonimo di liberta'. Siamo cioe' di fronte a un "automarketing personalizzato di massa" che Facebook trasforma, attraverso la profiliazione, in dati da vendere sul mercato. Non spaventino i neologismi. Il testo di Ippolita e' di una chiarezza cristallina. Come non essere d'accordo quando viene analizzato l'attivismo da poltrona, che si esaurisce nel cliccare su "mi piace" di una pagina che invita alla mobilitazione per una causa ovviamente giusta. L'opinione pubblica viene prodotta dentro un dispositivo tecnocratico dove tutti sono spettatori passivi di spettacoli autorizzati dalla policy di Facebook.

L'analisi della "filosofia" anarco-capitalista sottolinea la capacita' di una visione antistatalista e a favore del libero mercato di diventare egemone in un contesto, quello high-tech, influenzato dalla controcultura degli anni Sessanta. L'anarco-capitalismo ha una genealogia negli anni Trenta, quando un gruppo di economisti comincio' a sviluppare una teoria incentrata sulla figura dell'individuo proprietario e che ha avuto il suo massimo splendore nel Nobel per l'economia Milton Friedman. Lo stato era il nemico da combattere in nome della liberta' individuale. Ogni attivita' umana doveva essere sottoposta alle leggi della domanda e dell'offerta. Il matrimonio, l'amicizia, il lavoro, la formazione, l'educazione erano beni che potevano essere acquistati o scambiati al mercato. La controrivoluzione reaganiana ha solo posto le basi affinche' quella distopia poteva diventare realta', ma la Rete e' un mondo dove i contenuti non devono essere pagati. Ed e' proprio in questo contesto che avviene la fusione tra alcuni temi del movement degli anni Sessanta e il credo liberista. Le teorie "libertariane" aggirano cosi' il problema della gratuita' e puntano tutto su una trasparenza radicale dove tutto deve essere reso pubblico. Quelle informazioni possono pero' diventare merce da vendere, lasciando che i contenuti continuino ad essere gratuiti. Anche la proprieta' intellettuale non e' molta amata. Gli anarco-capitalisti sottolineano allora come la condivisione, il potere della folla possono creare un mondo nuovo, dove l'attitudine individualista puo' atteggiarsi a paladina di una liberta' che ha nel mercato il suo massimo custode.

Liberi perche' eguali

Il gruppo di Ippolita ricorda che uno dei primi investitori su Facebook e' Peter Thiel, un personaggio inquietante che ha fondato PayPal, chiamata mafia PayPal, un libertariano che chiede l'abolizione della moneta, dello stato, che crede nella competizione come regola aurea delle relazioni sociali. Ma di anarco-capitalisti ce ne sono molti a Silicon Valley. Tutti affermano di aver fatto propria l'attitudine hacker e la conseguente ostilita' per i segreti - di stato, delle imprese; e tanti vedono nello Stato il nemico pubblico da combattere per porre le basi di una liberta' assoluta. Libertariano e' anche Julian Assange, che combatte il segreto di stato in nome di una trasparenza radicale, cioe' uno dei fattori base di imprese come Facebook.

Nell'acquario di Facebook non risparmia, a ragione, nessuno degli idoli della Rete. La sua non e' pero' furia iconoclasta, ne' un rifiuto o adesione a un luddismo antitecnologico. Piu' semplicemente, Ippolita ritiene che la tecnologia vada conosciuta per usarla nella costruzione di una societa' di liberi e eguali che faccia a meno, pero', dello Stato. Attitudine saggia, niente da dire, ma questa ricostruzione dell'anarco-capitalismo ne sottolinea si' l'antistatalismo, rimuovendo invece le trasformazione della forma stato che ha accompagnato il capitalismo cosiddetto cognitivo.

In uno dei seminari piu' citati di Michel Foucault raccolto nel volume Nascita della biopolitica (Feltrinelli), il filosofo francese illustra la genealogia del liberismo, mettendo in rilievo il fatto che piu' che scomparire lo stato aumenta le sue sfere di intervento. Ma a differenza dell'"era keynesiana", quando lo stato assumeva il ruolo di imprenditore, nella prospettiva liberista regolamenta attentamente ogni aspetto della vita sociale,svolgendo cioe' un ruolo pastorale proprio sugli aspetti della vita sociale che dovrebbero essere distinti da quelli che attengono la produzione della ricchezza. Ma nel capitalismo cosiddetto cognitivo i confini tra vita e lavoro tendono a svanire al punto che nella world factory l'insieme della caratteristiche della natura umana devono sottostare al regime del lavoro salariato. Per questo, lo Stato punta a costruire una societa' del controllo proprio perche' lo sfruttamento della comunicazione, della conoscenza, degli gli affetti e' momento costitutivo del capitalismo contemporaneo. La superfetazione degli aspetti normativi delle relazioni sociali deve quindi svolgere una duplice funzione. Da una parte, definire un controllo preventivo dei comportamenti sociali, dall'altra creare le condizioni affinche' comunicazione, conoscenza, affetti possano essere sussunti nella produzione di merci. Uno degli esempi che meglio illustrano il ruolo pastorale dello stato nei processi di valorizzazione capitalista e' la proprieta' intellettuale: da una parte definiscono il lecito e l'illecito per quanto riguarda l'accesso alla conoscenza; dall'altra legittimano l'enclosures di materie prime - conoscenza en general e informazioni - che sono prodotte attraverso la cooperazione sociale. E non e' un caso che Facebook abbia sempre stabilito rapporti di collaborazione con gli Stati nazionali. Questo non significa che non ci sia stati conflitti e tensioni con gli stati nazionali attorno alla violazione della privacy, ma sempre all'interno di condivise tecnologie del controllo sociale. L'analisi del gruppo Ippolita restituisce invece una rappresentazione tutto sommato tradizionale della forma stato. Intrattiene si' un corpo a corpo, da gruppo libertario qual e', con il proprio fratello gemello reazionario, ma non riesce ad andare molto in la' di una indignazione verso il potere oppressivo dello Stato, cancellando i vincoli, i legami tra l'organizzazione dello stato, le sue forme di governance delle relazioni sociali e il capitalismo.

C'e', infine, un altro aspetto mancante nella critica all'anarco-capitalismo di Ippolita. Si tratta della necessaria critica all'economia politica del capitalismo on-line, cioe' di un rapporto sociale di produzione che mette al lavoro alcune caratteristiche della natura umana, a partire da quale socialita' e capacita' di comunicare che sono i fondamenti di imprese come Amazon, Google, Apple, Facebook e tante altre ancora. Il problema e' allora come contrastare questa accumulazione per espropriazione di sapere, conoscenza, socialita'. espropriazione che avviene durante il lavoro, ma anche quando si chatta con amici e amiche. Il lavoro e la vita, vale la pena ribadire, sono momenti distinti, anche se i confini sono sempre piu' labili. E va dunque salvaguardata la privacy, come anche il diritto all'anonimato per non rimanere catturati dalla retorica della trasparenza di cui Facebook si e' fatta paladina. Allo stesso tempo pero' come immaginare una realta' dove non c'e' vendita di forza-lavoro se non si assume il fatto che e' negli atelier della produzione dove avviene l'espropriazione della propria socialita'.

La critica all'economia politica del capitalismo on-line ha dunque due momenti distinti, ma interconnessi. Il primo e' lo svelamento del rapporto di sfruttamento del lavoro vivo; l'altro e' il ruolo appunto pastorale dello stato nel garantire il controllo sulla produzione di socialita' e della comunicazione. Non si vuol qui riproporre una concezione anchilosata e sterile della critica marxista al capitalismo. Piuttosto si tratta di fare i conti con gli attuali atelier della produzione, dove e' avvenuta un cambiamento di prospettiva per quanto riguarda ad esempio la proprieta' privata e la figura stessa dell'individuo. Il libertario Yochai Benkler, ad esempio, vede nella Rete l'emergere di un capitalismo non piu' basato sulla proprieta' privata, bensi' sulla condivisione e sulla cooperazione (La ricchezza della rete, Universita' Bocconi Editore).
Benkler non e' il solo studioso che evidenzia questa tendenza, ma e' il solo che evidenzia come la ricchezza delle nazioni non derivi dalla concentrazione della proprieta' dei mezzi di produzione nelle mani di una elite, bensi' sulla capacita' del capitale di espropriare la cooperazione sociale non ponendo limiti sulle sue potenzialita'. Da qui la critica del giurista statunitense alla proprieta' intellettuale, ritenuta una barriera proprio allo sviluppo della cooperazione sociale. Ci sarebbe molto da obiettare alle tesi di Benkler, ma e' indubbio che mettono in evidenza come nella Rete e al di fuori dello schermo e' la cooperazione sociale, e il lavoro vivo, a costituire il limite al capitale. Una critica all'ordine costituito non puo' dunque non assumere come centrale il lavoro vivo come asse su cui misurare le possibilita' di costruire una societa' di liberi e eguali. Senza ripercorrere vecchie dicotomie tra eguaglianza e liberta', che invece emergono in alcune pagine di questo saggio, va quindi detto che la centralita' di un conflitto contro i rapporti sociali dominanti di produzione rafforza l'affermazione di una liberta' che non coincide con il mercato, ma nella costruzione di una realta' dove uomini e donne cooperano per vivere senza padroni. In fondo, l'animale umano e' un individuo sociale. La posta in gioco e' dunque il come vivere insieme senza che nessuno sia padrone della vita dell'altro.
Benedetto Vecchi

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