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Dopo Mesi Di Attesa: La Recensione Di Green Room (di I 400 Calci) Stampa
Film
Scritto da sberla54   
Venerdì 24 Marzo 2017 09:00
Dopo Mesi Di Attesa: La Recensione Di Green Room
Dopo Mesi Di Attesa: La Recensione Di Green Room (di I 400 Calci)

http://www.i400calci.com/2016/07/green-room/

I 400 Calci

Poco tempo fa mi sono imbattuto in una citazione di Eric Rohmer che piu' o meno diceva "In questo momento odio la follia della cinefilia, la cultura cinefila, le persone che pensano solo attraverso film e che quando fanno film raccontano solo persone che esistono attraverso il cinema, sia attraverso vecchi film che persone del mestiere. Penso che il cinema sia alimentato da tutto quello che ne sta al di fuori, e direi persino che il cinema sia l'arte con meno bisogno di riferirsi a se stessa". Insomma, il bello del cinema e' l'essere un mezzo in grado di parlare di qualsiasi cosa, e limitarlo all'autoreferenzialita' e' un po' uno spreco. Mi viene da pensare che questo pensiero gli sia uscito davanti a un film di Tarantino o qualcosa del genere, e onestamente non posso dargli torto.
Posto che non ho alcun problema dei confronti di quello che fa Tarantino, sono piu' o meno della stessa idea, e mi rendo conto che il cinema che piu' mi piace esiste nella letteratura di Carver e nella musica dei Clash, cosi' come la musica che piu' mi piace esiste nel cinema di Scorsese. Quando il cinema esiste solo nel cinema, il piu' delle volte, si finisce per raccontare i soliti cliche' negli stessi quattro modi.

Quando ho sentito parlare di Green Room per la prima volta, ormai piu' di un anno fa, non mi sono esaltato perche' fosse il nuovo film violento di Jeremy Saulnier, ma perche' fosse un film violento con protagonisti i membri di una band punk. Mi sono esaltato perche' quando c'e' di mezzo il punk per me il cinema diventa incredibile, sia nella maniera piu' diretta di Suburbia, Repo Man e Hard Core Logo che nell'ispirazione piu' pura, come Strummer dentro Toro Scatenato. A volte diventa una cagata, ma solo perche' chi ci sta dietro vede il punk come un ridicolo vezzo. Il punto, alla fine, e' che nel punk ci sta del grossissimo divertimento. Ci stanno le botte, gli abbracci e la rivoluzione, e un ambiente del tutto positivo. A un concerto punk puoi farti male e qualcuno ad aiutarti ci sara' sempre. Pure se perdi gli occhiali, qualcuno te li ritrova. Insomma i concerti punk sono belli, quando non sono dei concerti di estrema destra. Saulnier questo lo sa benissimo, e la sua risposta alla questione e' stata scrivere un film in cui una band di piccoli punk di periferia si ritrova impelagata negli affari loschi di un gruppo di neonazisti molto poco amichevoli, raccontandoci come si rovina una festa.

Dal punto di vista del film punk con giovani protagonisti a cui piace fare casino, Saulnier ci mette una sceneggiatura tutta fascino e gomitate che fa ridere e sorridere di gusto senza mai esagerare. Considerando poi che almeno in Blue Ruin nessuno parlava piu' di tanto, e' bello vederlo alle prese con delle battute abbastanza brillanti (almeno nella prima parte). Insomma, e' sempre carino sentir nominare i Minor Threat in un contesto giustificato ("I don't think I wanna be in my 70's still listening to Minor Threat") o sentire Imogen Poots dichiarare Slayer e Madonna le sue band da isola deserta (a lei, tra l'altro, le battute migliori da che entra in scena, inclusa quella finale del tutto perfetta) (a lei in effetti tutte le scene migliori, action comprese). Le canzoni della band sono tra l'altro buonissime, e ovviamente a una certa suonano Nazi Punks Fuck Off, perche' ovviamente. Poi diventano carne da macello, ovviamente.
Parliamo quindi della carne da macello, che e' dove Saulnier dovrebbe essere piu' a suo agio, forse troppo. Quello che faceva Blue Ruin era prendere il concetto di revenge movie e raccontarlo a modo suo: con meccanicita' e apatia, con toni scuri e un modo di agire inesperto ma senza via di uscita. Nello svolgersi della vicenda c'era un'inevitabilita' che rendeva tutto di un tragico inaspettato, dando al film un tono personale e originale. Qui invece l'originalita' viene un po' messa da parte in favore di uno svolgimento piu' semplice (protagonisti subiscono, protagonisti si vendicano) ma anche piu' solido e d'effetto, grazie anche a una messa in scena esemplare. Per almeno un'ora intera gli eventi si srotolano freneticamente e inizia a perdere fiato solo quando smette di tirare fuori idee e svela tutte le sue carte (che non sono nulla di pazzesco). Il problema e' che lo svoglimento piu' semplice e' anche uno svoglimento piu' prevedibile, e finche' c'e' da chiedersi come usciranno da quella situazione funziona, ma a un certo punto diventa una caccia al topo fatta da dio, ma pur sempre una caccia al topo. Per fortuna la violenza senza fronzoli di Saulnier e' qui ai massimi livelli, tra graficita' sfrontata e dolore atroce. Non c'e' un momento in cui non ci sia qualcuno ferito malissimo di fronte alla cinepresa, perche' il cinema di Saulnier e' mettere le persone di fronte alle cose brutte della vita: in Blue Ruin erano quei redneck che risolvono questioni a fucilate, qui i fasci. Non che i soggetti siano cambiati piu' di tanto.

Alla fine se Green Room funziona cosi' bene e' anche grazie al precisissimo cast. Il compianto Anton Yelchin, Alia Shawkat e Joe Cole (tra le cose migliori uscite da Peaky Blinders) ci stanno benissimo come persone sbagliate nel posto sbagliato, e mentre Imogen Poots ruba il film a tutti prendendo in mano la situazione (oltre che a essere conciata nel modo migliore di sempre) i nazi si rubano la scena a vicenda perche' troppo perfetti per essere finti. Macon Blair, quello di Blue Ruin, si ritaglia una particina giustissima, Eric Edelstein parla come se fosse un film horror fatto a persona e Patrick Stewart dirige la scena con la meccanicita' che viene tanto bene a Saulnier. Piu' che come il capoccia di una banda di white supremacists Stewart si muove come un capo cantiere, sempre nella logica e mai nel sentimento, parlando di corpi e uccisioni come fossero impalcature e betoniere. Anche questo fatto qui, a volte, puo' essere un problema: esagerando sull'apatia e la motivazione a prescindere si rischia di staccarsi troppo dai personaggi rendendoli, appunto, delle macchine poco umane. E qui bisogna un po' accettare la cosa, perche' se da un lato e' un modo di fare abbastanza brutale da essere perfetto per un thriller quasi slasher di questo tipo, dall'altro chi nel cinema ha voglia di personaggi un po' piu' complessi rischia di trovarsi sotto la riga del "che cazzo me ne frega" dopo cinque minuti (concetto spiegato qui).
Forse mi aspettavo un film piu' punk, piu' musicale, perche' mi sono fatto un po' fregare da quello che speravo essere un film di Penelope Spheeris in chiave thriller ultraviolento, ma alla fine funziona come pochi film del genere visti recentemente, concludendosi col tono piu' giusto che potessimo sperare: una battuta arrogante in faccia a qualsiasi forzato sentimentalismo, come ogni punk che si rispetti.
Jean-Claude Van Gogh

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Fonte: Dopo Mesi Di Attesa: La Recensione Di Green Room (di I 400 Calci)
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IMDB Green Room: http://www.imdb.com/title/tt4062536/
Wikipedia Jeremy Saulnier: https://it.wikipedia.org/wiki/Jeremy_Saulnier
IMDB Jeremy Saulnier: http://www.imdb.com/name/nm1099918/

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