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Deserto Rosso Sangue: La Recensione Di Revenge (di I 400 Calci) Stampa
Film
Scritto da sberla54   
Martedì 11 Settembre 2018 10:00
Deserto Rosso Sangue: La Recensione Di Revenge
Deserto Rosso Sangue: La Recensione Di Revenge (di I 400 Calci)

http://www.i400calci.com/2018/09/deserto-rosso-sangue-la-recensione-di-revenge/

I 400 Calci

Avete presente quando qualcuno vi dice "questo e' un film sul corpo"? A me capita spesso, e ovviamente annuisco convinta per non fare la figura della sempliciotta, ma non sempre sono cosi' sicura di sapere cosa significhi: un body horror e' un film sul corpo? E un torture porn? I mercenari 1, 2 e 3 sono film sul corpo? E le comiche di Buster Keaton? Chiamami col tuo nome? Inside Out? Voglio dire, adottando un punto di vista appena flessibile e un buon allenamento critico, quasi ogni film puo' diventare (anche a ragione, eh) "un film sul corpo", col risultato pero' che la formula si puo' applicare a uno spettro che va da Cronenberg (ovvio) all'intera filmografia di The Rock (piu' corpo di cosi'). Revenge, pero', si', Revenge mi sento di dire anche io che e' un film sul corpo. Poi mi dite se ci ho preso.

Dunque, la seconda cosa di cui sono grata all'esordiente regista francese classe 1976 Coralie Fargeat e' di aver coniugato femminismo ed exploitation, due cose che di norma si trovano agli antipodi. Femminismo come lo intendo io, e come credo lo intenda Fargeat, insieme piu' o meno alla maggior parte delle persone che si prendono la briga di leggerne la definizione su Wikipedia: i femminismi in realta' sono tanti, milioni di milioni, ma di base si tratta di aderire all'idea che le donne sono persone (lo so, scioccante), che per molti secoli dei secoli non sono state trattate esattamente come tali, che ancora oggi c'e' un bel pezzo di strada da fare verso l'effettiva parita' di genere e che e' cosa buona e giusta lottare tutti insieme appassionatamente per ottenerla. Questa non e' certo la sede per un bignami di gender studies, pero' e' necessario esorcizzare immediatamente la temibile F word, anche per evitare equivoci sul suo significato. Del resto, la promozione stessa di Revenge si premura di presentarcelo come "il primo rape & revenge femminista", ignorando forse che gia' il primo rape & revenge dichiarato, I Spit on Your Grave, sosteneva di esser tale, o forse ben sapendo che quella di allora era piu' che altro una furbata, e in ogni caso esplicitando l'elefante nella stanza: ehi, lo sappiamo che il rape & revenge e' un sottogenere ambiguo e grezzo, che taglia tutto con l'accetta (di solito: peni), che da un lato regala al suo protagonista (spesso femmina) un'appagante dose di empowerment, ma non prima di averlo sottoposto a stupri e torture filmate nel dettaglio e con gran gusto, e che senza alcuna sottigliezza ne' timore va spacciando la morale genuinamente reazionaria del taglione, ma Revenge e' diverso, Revenge e' femminista per davvero, e' femminista del terzo millennio, questa volta non e' una trovata di marketing, guardate, e' addirittura diretto da una donna!

Tutto okay, ma la prima cosa di cui sono grata all'esordiente regista francese classe 1976 Coralie Fargeat e' di aver fatto, con Revenge, un ottimo film. Non perfetto, chissenefrega, ma bello, appassionante, maledettamente appagante, almeno per me. E che, forse forse, ve la butto li' eh, forse non e' neanche un rape & revenge. Si', tecnicamente ci sono sia lo stupro sia (PAZZESCHISSIMO SPOILER CHI L'AVREBBE MAI DETTO!!!) la vendetta, e soprattutto quest'ultima e' sparata a caratteri cubitali fucsia nel titolo e nel poster, promettendoci e regalandoci tutta la sanguinolenta soddisfazione che desideriamo. Ma ovviamente non c'e' alcun compiacimento nel filmare la violenza sessuale di cui si ritrova vittima la protagonista Jen quando, nella villa isolata del suo ricco amante Richard, arrivano due amici di lui, uno dei quali decide di non accettare un "no grazie" come risposta mentre l'altro fa finta di nulla sgranocchiando junk food. Lo stupro non e' un fatto insistito, ripetuto, "esagerato" come le regole del filone vorrebbero (e come uno spettatore di rape & revenge puo', anche legittimamente, aspettarsi): e' una cosa quasi "piccola" ma senza alcun dubbio aberrante, nonche' la parte piu' realistica di un film che fa della dimensione allucinatoria, irreale e quasi astratta la sua forza. E per quanto riguarda la vendetta, certo che c'e', la vendetta, ma e' annodata stretta all'emergenza della sopravvivenza. I riferimenti dichiarati da Fargeat, lei dice, non sono I Spit on Your Grave o Oltre ogni limite, ma oltre a Kill Bill e al primo Mad Max, Rambo e Duel. E, pur con tutte le distanze del caso, mi viene da dire: si vede. Che le interessa soprattutto fare cinema, intendo, e poi tutto il resto.

Non e' un film a tesi, Revenge, non e' un "rape & revenge femminista" programmatico, ma funziona al contrario: e' un bel film di genere, un revenge + survival movie che corre dritto e veloce come un proiettile per la sua strada in mezzo al deserto, senza (troppi) fronzoli, con le minime parole indispensabili (Jen non pronuncia una frase intera dopo il minuto 26, per dire) e tutta l'azione che serve, un invidiabile controllo sulla messa in scena e sui movimenti di macchina (pianosequenza finale: bello), un sano gusto per il gore e per l'intrattenimento pop. Che poi sia pure femminista - nel senso detto sopra - e' una conseguenza: qualcosa che puo' capitare, quando credi che le donne sono persone, e che non e' il caso di stuprarle se rifiutano di scoparti, non importa come sono vestite, quanto sono frivole, quanto e' libertina la loro vita sessuale, ne' di buttarle giu' da un dirupo impalandole su un ramo secco quando rifiutano di stare zitte. In questo, certo, le inquadrature insistite sull'impeccabile culo di Matilda Lutz, oltre a essere il principale motivo per cui non credo a Coralie Fargeat quando sostiene di non aver visto I Spit on Your Grave prima di girare Revenge ("Entrambe le protagoniste si chiamano Jennifer ma e' solo un caso!", uhm, okay) sono un efficace ribaltamento: un bel riflettore acceso sull'ipocrisia del capostipite e una continua sfida alla coscienza di chi guarda.

Ma soprattutto, dicevamo, Revenge e' un film sul corpo. Quello di Matilda Lutz, ovviamente, connazionale di cui dovremmo andare tutti fieri, non solo perche' e' tanto brava e tanto bella, ma anche perche' ha fatto l'unica cosa che bisognerebbe fare dopo aver girato un film di Muccino (che per giunta aveva un titolo cretino come L'estate addosso): passare 30 giorni nel deserto del Marocco a piedi nudi e ricoperta di sangue finto. Revenge e' la storia del suo corpo che cambia nella forma e nel colore (pure di capelli: all'inizio e' biondissima, alla fine quasi bruna), e nel frattempo di come si modifica il nostro modo di guardarlo e il modo in cui gli altri lo percepiscono (da desiderio a paura). All'inizio e' uno splendore lolitesco con tanto di occhiali a cuore e lecca lecca, impegnata a farsi osservare; Revenge e' tutto una specie di sogno, e all'inizio e' un sogno da pubblicita', un immaginario standard impacchettato nella plastica e fotografato come tale. Poi comincia l'incubo, comincia il film per cui abbiamo pagato il biglietto e Fargeat procede ad asciugare tutto: il deserto diventa un fatto di linee e colori accesi, di arancioni e azzurri accecanti come in Fury Road, e l'azione una questione di mosse e reazioni, combattuta tra due opposti binari di tensione. Perche', certo, il titolo ci suggerisce velatamente che Jen finira' per vendicarsi, ma in realta' il film e' una doppia caccia: i tre stronzi e la ragazza s'inseguono e si attaccano reciprocamente, cosi' che i ruoli di preda e cacciatore si scambino di continuo (altro elemento di schematismo programmatico evitato: evvai!). E intanto, appunto, il corpo di Jen compie la sua metamorfosi: si spoglia, si sporca, viene penetrato, ferito e spezzato varie volte, e altrettante volte si rigenera, si fortifica, si attiva, reagisce, uccide. E alla fine diventa qualcos'altro, qualcuno dice una guerriera, qualcun altro suggerisce "angelo vendicatore" ma mi pare che qui non ci sia nulla di angelico, mi sembra piu' una figura animalesca nuova, una creatura primordiale impastata di sangue, sabbia ed enorme giramento di coglioni.

[Parentesi SPOILER non tanto per la trama quanto perche' secondo me, se dovete ancora vedere il film, vi divertite di piu' sapendone il meno possibile, pure a livello di immagini: si', e' vero, il film e' pieno di simbolismi sfacciati ed esibiti (gli insetti, la mela che marcisce, il fuoco purificatore, la fenice che risorge dalle ceneri come Jen dall'albero bruciato e come il logo della lattina che si trasforma in tatuaggio), ma non posso non amare follemente una regista che s'inventa una resurrezione a base di birra, ferro rovente, fuoco e peyote. Non posso farci niente, Coralie hai vinto il mio cuore, tieni, eccotelo, brava, ciao].

E non e' che quella di Jen sia una metamorfosi supereroica (nonostante una resurrezione evidentemente semi-soprannaturale), non e' che a un certo punto le si sblocca il livello "vendetta" e da ragazzetta con sogni da starlette diventa improvvisamente una killer inarrestabile e machiavellica sempre un passo avanti a tutti: si fa male anche lei di continuo, scivola, inciampa, sbanda, sbaglia mira, prende altre mazzate (il finale e' geniale e a tratti perfino volutamente comico), e anche se sappiamo con sufficiente certezza che alla fine avra' la meglio (again, il titolo del film ci da' qualche indizio a riguardo) la sua evidente fallibilita' accresce la nostra empatia e, contemporaneamente, ci tiene sempre sulle spine. E se non bastasse questo suo percorso, ecco che ci pensa di nuovo Coralie Fargeat, con il suo saldissimo controllo sull'organizzazione delle inquadrature e degli spazi (film d'autore! Arte con la A maiuscola!), ma anche con la sua apprezzabilissima e sempre sia lodata passione per lo splatter, che sa raggiungere apici cronenberghiani (la scena della scheggia nel piede! Film sul corpo, film sul corpo!). Voglio dire, la crew di Revenge racconta che il problema principale sul set era che si ritrovavano sempre a corto di sangue finto: tutta la mia stima, ragazzi.

E alla fine il cerchio si chiude dov'era cominciato, solo che nel frattempo il sogno di plastica dell'inizio, proprio come i corpi di tutti i personaggi, e' stato martoriato, mutilato, annientato per diventare altro (ecco, si', il femminismo sta soprattutto qui: chiediamo un mondo nuovo, non banalmente rovesciato). Insomma: Revenge e' un film che gronda stile ma mai fine a se stesso, iperviolento e saturo, di poche parole, diretto, con una final girl memorabile, che non spreca quasi niente e raramente perde tempo, che ama la droga, le allucinazioni e il sangue, che potremmo star qui a sfogliare di letture metaforiche quanto ci pare, ma che prima di tutto e' una signora esperienza di visione, un viaggio cinematografico che ti tira dentro lo schermo, nel suo accecante deserto di sabbia, rabbia e sangue. Ah, si', e poi e' un film sul corpo, l'ho detto che e' un film sul corpo? Un film sul corpo.
Xena Rowlands

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Fonte: Deserto Rosso Sangue: La Recensione Di Revenge (di I 400 Calci)
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Wikipedia Revenge: https://it.wikipedia.org/wiki/Revenge_(film_2017)
IMDB Revenge: https://www.imdb.com/title/tt6738136/
IMDB Coralie Fargeat: https://www.imdb.com/name/nm0267287/

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