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Claudio Caligari, Tra Eredita' Pasoliniana E "Esilio Cinematografico" (di Spazio70) Stampa
Film
Scritto da sberla54   
Lunedì 06 Giugno 2022 10:00
Claudio Caligari
Claudio Caligari, Tra Eredita' Pasoliniana E "Esilio Cinematografico" (di Spazio70)

https://spazio70.com/societa-e-cultura/cinema-e-musica/claudio-caligari-tra-eredita-pasoliniana-e-esilio-cinematografico/

Spazio70

"Per me era fondamentale esprimere l'idea che la risposta dello Stato nei confronti della droga era la morte"

Gli anni passano ma ancora in molti si pongono la stessa domanda: com'e' possibile che un regista del calibro di Claudio Caligari abbia diretto solo tre film in trentadue anni? La stessa domanda se la posero in moltissimi durante quel lungo periodo che intercorre tra l'uscita di Amore Tossico (1983) e la sua seconda opera - L'odore della notte - girata nel 1999.
Un vero e proprio paradosso che incredibilmente si ripete negli anni Duemila, per un altro quindicennio, fino alla realizzazione del suo terzo e ultimo capolavoro, Non essere cattivo, girato nel 2015 quando ormai la malattia aveva compromesso irrimediabilmente la salute di Caligari; un male incurabile che il regista ha combattuto fino all'ultimo istante - "fino ai calci di rigore" per dirla come l'attore romano Valerio Mastandrea - per poi arrendersi il 26 Maggio 2015, poco dopo aver finito il montaggio del film.

Una vita dedicata al cinema quella di Claudio Caligari, nato nel 1948 sulle sponde piemontesi del lago Maggiore, ad Arona; una vita passata a scrivere decine e decine di soggetti e sceneggiature mai realizzate, a osservare e a raccontare gli ultimi, i marginalizzati, e le loro periferie suburbane. Una sete di verita' che dai quartieri operai del triangolo industriale lo ha portato nelle borgate romane, le stesse che molti anni prima avevano stregato e ispirato Pier Paolo Pasolini. Quando esce Amore Tossico, Caligari e' un giovane documentarista underground di trentacinque anni. In poche parole un esordiente: il suo film ha un impatto notevole sull'opinione pubblica, sciocca un'Italia stordita dal tragico fenomeno dell'eroina ma abituata a guardare dall'altra parte. In molti vedono in quell'esordio bruciante l'inizio di una carriera importante ma per il regista piemontese, erede naturale e maledetto di una visione pasoliniana (ma non solo), quel film diviene, appunto, una sorta di maledizione.


DOCUMENTARISTA "PASOLINIANO"

Amore Tossico e' un film talmente rivoluzionario che ancora oggi risulta difficile da inquadrare: non e' freddo e distante come puo' esserlo un docufilm; non e' meramente fiction come puo' esserlo un'opera romanzata ispirata al piu' "onesto" realismo. Non c'e', ovviamente, solo Pasolini tra i riferimenti cinematografici di Claudio Caligari. Come piu' volte ammesso dallo stesso regista, determinante e' stata l'influenza della Nouvelle Vague francese, il documentarismo di Vittorio De Seta, finanche la piu' "fresca" scuola statunitense della New Hollywood (soprattutto il primo Martin Scorsese). Il lungo studio preliminare del fenomeno che si vuole rappresentare e, a seguire, una vera e propria full immersion nell'ambiente stesso, hanno costituito la base per la realizzazione del suo primo lungometraggio del 1983.

"Lui prima di scrivere i suoi film", ha spiegato Valerio Mastandrea in occasione del Bobbio Film Festival del 2016, "ha passato due anni dentro qualsiasi cosa. Questo e' anomalo: e' uno che non scrive su un altro contesto sociale da casa ma e' uno che si andava a sporcare, a parlare, a domandare, a intervistare... Claudio ha fatto dei documentari prima di Amore Tossico che erano proprio "Pasoliniani" (...). Era uno che voleva un contatto con quello che avrebbe raccontato, non si permetteva di avere un giudizio personale e poi farsi influenzare artisticamente da questo".

Le tracce primordiali del cinema caligariano sono, infatti, riscontrabili nei suoi primi documentari girati alla fine degli anni Settanta. Come molti altri autori del panorama underground del tempo, tra i quali basti citare Daniele Segre e il romano Alberto Grifi, Caligari sceglie di raccontare le realta' che ruotano attorno al movimento del '77, in particolare addentrandosi nei quartieri operai di Torino e Milano. Praticamente introvabili sul web, tra i piu' noti si ricordano Alice e gli altri (1977), La follia della rivoluzione e La parte bassa (1978):

"Due cose", racconta lo stesso Caligari in una bella intervista realizzata da Alessio Bacchetta nel 2005, "caratterizzavano quei documentari: i mezzi leggeri; il sommovimento ideale compreso fra, diciamo, il 1968 ed il 1978. Mi piaceva entrare a contatto con aspetti estremi della vita e riprenderne le dinamiche e la forma documentaristica era l'ideale per mantenerne viva la veridicita' e la portata".

In questa fase, dedicata al cinema "militante", Caligari si concentra sulle precarie condizioni di vita dei figli della classe operaia, in particolar modo sulle realta' giovanili vicine ai movimenti politici dell'estrema sinistra. Ma i problemi legati al declinante movimento del '77 e alla deriva della lotta armata (verso la quale il regista non ha mai nascosto un particolare ascendente) non esauriscono i suoi interessi cinematografici. Nell'ultimo quinquennio degli anni Settanta, inizia a studiare il dilagante fenomeno delle droghe pesanti e, in particolare, del consumo dell'eroina. Interesse che lo porta a realizzare nel 1976 un breve documentario, Droga che fare (spesso confuso con Perche' droga, girato nello stesso anno da Franco Barbero e Daniele Segre), che di fatto anticipa le idee e le ricerche sul campo che, anni dopo, lo porteranno a realizzare Amore Tossico.


"SEMBRAVA INSPIEGABILE PERCHE' LA GENTE SI DROGASSE"

Decisivo, in tal senso, l'incontro e l'unione di intenti con il sociologo Guido Blumir, fin dai primi anni Settanta uno dei maggiori conoscitori del fenomeno delle droghe e del loro impatto sulla societa'. I suoi studi, tra cui vale la pena citare La droga e il sistema (con Marisa Rusconi, 1972), Droga e Follia (1974) e Eroina (1976), trovano nell'autore Caligari un forte elemento di complementarita'. In entrambi si ravvisa la convinzione che la droga non sia solo una piaga sociale che affligge le nuove generazioni delle grandi periferie urbane ma che questa consista, sempre per citare Caligari, "nell'unico consumo sostanzialmente concesso" alle classi sociali piu' povere; un fenomeno, quindi, piu' compatito che compreso e combattuto.

"I giornali e i media ne parlavano massicciamente", racconta Caligari in un'intervista rilasciata nel 2008 in occasione del Torino Film Festival, "normalmente usavano dei filtri piuttosto pietistici, dei filtri che tagliavano un po' fuori la fenomenologia della sostanza stessa... sembrava inspiegabile perche' la gente si drogasse, non veniva spiegata in quella sostanza li', di quel piacere intenso, tutto interno, tutto dentro di se' e non fuori di se'".

Un progetto comune, quello di Caligari e Blumir, incentrato sulla necessita' di rappresentare la realta', il quotidiano e le vicissitudini dei tossicodipendenti che, nella prima meta' degli anni Ottanta, erano ormai migliaia. Una rappresentazione che, ovviamente, non si esaurisce in una mera descrizione "artistica" del fenomeno ma arriva a fornire una spiegazione, politica e sociale, del perche' moltissimi giovani del sottoproletariato, fino alla media borghesia, inciampasse nel consumo d'eroina.

"Per Claudio la droga", spiega Giordano Meacci, uno degli sceneggiatori di Non essere cattivo, nel documentario biografico dedicato a Caligari Se c'e' un aldila' sono fottuto (2019) realizzato da Fausto Trombetta e Simone Isola, "e' una sorta di simbolo del potere e di rappresentazione della realta' e, quindi, anche una chiave per raccontare un certo mondo, partendo da un particolare e poi allargandolo".

L'iter che ha portato alla realizzazione di Amore Tossico e' piuttosto noto. Inizialmente interessati a effettuare una ricerca sul fenomeno delle droghe nelle periferie romane, tra il 1981 e il 1982 Blumir e Caligari avvicinarono un gruppo di ex tossicodipendenti che, presso un SERT, partecipavano alla redazione di una piccola rivista autogestita, Il Muro. Un avvicinamento lento, durato mesi, nel corso del quale i due autori entrarono in contatto con una realta' pressoche' ignota al grande pubblico. Di li' la decisione di portare il materiale su pellicola. Interessante la questione riguardante la scelta degli attori, raccontata dallo stesso Caligari in un'intervista rilasciata al regista Nanni Moretti nel 2008:

"Per quanto riguarda il cast, l'unica mia certezza era che volevo persone prese dalla strada, nessun attore professionista, in questo seguendo l'esempio del neorealismo. Mi occorsero parecchi mesi comunque per poter entrare nel giro. Chiaramente c'era molta diffidenza e solo dopo due, tre mesi riuscii a conquistarmi la fiducia di tutti, oltre a identificare quelli che sarebbero poi stati gli attori protagonisti. Non dissi che ero li' per realizzare un film, all'inizio feci credere che la mia idea era di scrivere un libro. Con il tempo pero', quando capirono che c'era confidenza e condivisione sia politica che artistica, si stabili' un rapporto di totale fiducia che fu fondamentale per il film. Mi ricordo che la sceneggiatura fu corretta e cambiata quasi parola per parola, in modo tale da essere piu' vera e autentica possibile, grazie ai consigli degli stessi protagonisti e di chi frequentava quel mondo".

Vero e autentico, talmente riuscito che ancora oggi in molti pensano che Cesare Ferretti, Michela Mioni, Enzo Di Benedetto e gli altri, abbiano interpretato se' stessi piuttosto che recitare come veri attori. Distribuito dalla Gaumont, girato in quasi due anni tra numerose difficolta' e con un budget assai limitato per l'epoca (circa 400 milioni di lire), una volta uscito nelle sale Amore Tossico cattura fin da subito l'attenzione dei media e dei critici cinematografici.


"ACCATTONE, VENT'ANNI DOPO"

Nei primi mesi che seguono l'uscita del film, i giudizi della critica sono prevalentemente positivi. Non vi sono dubbi sulla originalita' della pellicola che, malgrado la volonta' di Caligari stesso, appare sostanzialmente un film-denuncia. Non sfugge, tuttavia, l'interesse dell'autore a voler analizzare il fenomeno della droga in chiave sociologica.

"E' davvero difficile parlare di Amore tossico", commenta Alberto Crespi sull'edizione de L'Unita' del Gennaio del 1984, "come si parlerebbe di un film qualunque. Come sembrano lontani i motociclisti di Easy Rider che spacciavano cocaina per pagarsi la scampagnata al carnevale di New Orleans! La droga, senza essere mai stata un mito, e' ora diventata un'industria, il principale strumento di quell'omologazione (comportamentale, ideologica) che la civilta' consumistica ha operato nei confronti del sottoproletariato piu' vulnerabile".

Crespi centra perfettamente l'argomento, individuando nel film quei tragici meccanismi che legano gli ingranaggi della nuova "industria dell'eroina" alle sue vittime, i tossicodipendenti delle borgate, che a loro volta si trasformano in carnefici pur di "svoltare" la giornata in cerca della sostanza stupefacente. Una trappola, un tunnel senza fine, un dramma intorno al quale - almeno per quanto riguarda le classi sociali piu' basse - si stenta a trovare una soluzione, una via d'uscita che non sia la morte. Il critico del quotidiano comunista riconosce al film di Claudio Caligari una grande attendibilita' sociologica; tuttavia, sul piano strettamente cinematografico, non risparmia giudizi negativi:

"Come film Amore tossico non e' esente da difetti. Qualche caduta nel macabro non era forse indispensabile, ma era assolutamente da evitare il flash-back finale, che rievoca con toni un poco leziosi l'iniziazione alla droga dei due protagonisti, Cesare e Michela. E' una caduta stilistica di non poco conto, per un film che funziona finche' si mantiene asciutto, il piu' vicino possibile ai toni documentaristici (...). Forse avrebbe maggiormente giovato ad Amore tossico un finale "aperto", invece della doppia morte di Cesare e Michela".

Tante volte il regista piemontese si e' trovato a rispondere in merito al flash-back e a quel finale da sempre poco compreso. Per quanto riguarda il primo, non si tratta di una leggerezza, tanto meno di una caduta stilistica, quanto piuttosto di un preciso richiamo storico e a quello che l'autore definisce il "paradigma della diffusione della droga": Caligari e Blumir catapultano idealmente i loro protagonisti a circa dieci anni prima, nel primo lustro degli anni Settanta, quando si verifica dapprima il passaggio alle anfetamine, seguito poi dalla scoperta della morfina che, di fatto, "prepara il terreno" all'avvento dell'eroina. Per quanto concerne il finale, ossia la morte dei due protagonisti, da taluni considerata un po' forzata, ecco come risponde il regista piemontese nella gia' citata intervista di Nanni Moretti:

"Il finale e' un chiaro omaggio ad Accattone e Mamma Roma. Anche l'ultima inquadratura, di chiaro stampo cristologico. Per me era fondamentale esprimere l'idea che la risposta dello stato nei confronti della droga era la morte. Ed e' un'analisi che difendo tuttora".

La rivendicazione pasoliniana diviene fin da subito l'oggetto preferito delle critiche rivolte al film. Anche Crespi sembra infatti voler mettere in discussione questa eredita' raccolta da Caligari, come se il suo tentativo di riproporre un "nuovo Accattone" alle prese col problema della droga non sia del tutto riuscito: "Senza dubbio e' stato per Caligari un punto di riferimento. Ma in realta' l'operazione di Pasolini, in cui le borgate romane erano l'ultimo rifugio di un'umanita' primigenia, e' quantomai distante dall'indagine tentata da Caligari, che forse avrebbe fatto meglio a rinunciare completamente a certi effetti esageratamente letterari. Il valore della testimonianza, comunque, resta enorme, a tratti sconvolgente".

Anche Leonardo Autera usa il termine "sconvolgente" per introdurre la sua analisi su Amore tossico. Il critico cinematografico, classe 1924, riconosce a Claudio Caligari il merito di aver svelato al grande pubblico la vera natura problematica della tossicodipendenza: "Amore tossico", scrive sul Corriere della Sera il 7 Settembre 1983, "e' il primo documento autentico, fuori da ogni mistificazione, che veniamo a conoscere sul fenomeno dell'eroina". Oltre ad apprezzarne la contestualizzazione mediante la quale l'autore ricostruisce questo dramma sociale, ossia la cornice "squallida e desolata" di Ostia Ponente, Autera riconosce proprio la centralita' dell'eroina, entrata prepotentemente a far parte della "economia della borgata". Ma il critico non spende elogi solo sulla ricerca e sulle intuizioni di Caligari in quanto studioso del fenomeno, bensi' ne esalta le sue doti di regista. Riprendendo l'articolo del Corriere:

"Oltre che su uno sbalorditivo e agghiacciante sentore di verita', Amore Tossico poggia su una costruzione drammaturgica e su uno scavo nell'intimo dei personaggi, che indicano nel giovane regista un sicuro talento. Basti osservare come dal gruppo di amici la storia prende gradatamente corpo su due di essi, Cesare e Michela, toccando momenti di altissima commozione nella tragedia che si consuma, non a caso, sotto il monumento dedicato a Pasolini presso l'Idroscalo di Ostia".

Leonardo Autera, che non esita a definire Caligari come il piu' degno erede della poetica pasoliniana, scrive il suo articolo qualche giorno dopo la conclusione della 51esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia dove Amore tossico e' stato presentato, seppur fuori concorso; in merito alla rassegna veneziana, il critico ritiene inspiegabile il fatto che un'opera cosi' sconcertante e rivoluzionaria sia stata relegata ai margini della Mostra. Effettivamente, la movimentata presentazione del film a Venezia fece molto scalpore.


"ERAVAMO TROPPO SCANDALOSI"

Come si e' gia' detto, le riprese di Amore Tossico furono lunghe e travagliate. Non solo, come in molti hanno sostenuto, per le vicissitudini giudiziarie, fuori dal set, di alcuni giovani attori (si pensi, ad esempio, all'arresto di Roberto Stani, Ciopper, per possesso di una ingente quantita' di hashish). La troupe di Caligari inizia a girare nel 1982 ma dopo aver realizzato un terzo della sceneggiatura i lavori si fermano per quasi un anno in quanto il produttore inziale fa marcia indietro. Se l'opera e' stata portata a termine, molto si deve a Marco Ferreri. Il regista della Grande Abbuffata si innamora letteralmente del progetto e diviene il promotore e sostenitore principale del film. Sara' proprio grazie al tramite di Ferreri che Caligari incontra il produttore Giorgio Nocella e la casa di distribuzione Gaumont, potendo cosi' rimettere in piedi il lavoro, portato a termine proprio nel 1983.

Mentre sulle pagine dei giornali si incomincia a parlare di questo film cosi' scandaloso, Ferreri porta Amore Tossico alla Mostra di Venezia. E' il primo banco di prova per l'esordiente piemontese, il primo assaggio di una critica che, per diverse ragioni, lascera' il segno sulla sua figura di regista scomodo e poco compreso. Doveroso fare un breve richiamo alla "rumorosa" conferenza stampa, che ando' in scena presso il casino' del Palazzo del Cinema, nota per il duro scontro tra Ferreri e il critico Tatti Sanguineti. Una conferenza stampa nata non proprio sotto i migliori auspici, come descrive lo stesso Caligari in un'intervista rilasciata a Luca Biscontini per Taxidrivers nel 2014:

"Sanguineti, che col suo spirito polemico anticipava, secondo me, le barbarie televisive, cinque minuti prima della conferenza stampa mi dice "facciamo un po' di canile". E io gli rispondo che un po' di canile non lo puo' fare con il mio film. Prima di Amore tossico ho sgobbato per anni e per me quindi era un'occasione importante. Allora ha cominciato a dire che il film ha un sonoro problematico. Effettivamente il primo rullo non ha un sonoro molto buono, poi pero' nel DVD l'hanno sistemato. Nella conferenza, al casino', c'erano personaggi importanti, gente come Dario Fo, Monica Vitti e tanti altri. Comunque, ad un certo punto si alza Ferreri facendo cadere una pila di sedie, poi butta il cappello in aria e dice a Sanguineti che non capisce niente. Li' e' cominciato uno scontro durissimo, e Ferreri e' salito al banco della conferenza stampa, dal quale mi sono defilato dopo mezz'ora...".

Al netto della spettacolarita' dell'evento, nel corso della quale l'immancabile Cavallo Pazzo, Mario Appignani, minaccia di iniettarsi dell'eroina davanti a tutti i presenti, in quella conferenza stampa si palesa subito una certa avversita' verso il tipo di cinema professato da Caligari. Il suo film viene certamente apprezzato, per il suo coraggio, per la sua autenticita', per il suo crudo e agghiacciante realismo. Ma non si va oltre. Seppure il regista piemontese non abbia voluto mandare un chiaro messaggio, bensi' realizzare una rappresentazione del fenomeno piu' veritiera possibile, in pochi sembrano porsi le giuste domande rispetto al dramma dell'eroina riportato da Amore tossico.

Presentato, quindi, fuori concorso, il film viene premiato nella sezione "De Sica"; un riconoscimento che, secondo lo stesso Caligari, ebbe la funzione di mettere da parte l'opera all'interno della Mostra. "Eravamo troppo scandalosi", ironizza con un velo di amarezza il regista aronese nella gia' citata intervista del 2008. Destinato a diventare un cult-movie in brevissimo tempo, Amore Tossico desta grande attenzione anche all'estero, specialmente in Spagna, dove riceve nel 1983 ben due riconoscimenti: premio alla selezione speciale al il Festival di Valencia; premio come migliore interprete femminile a Michela Mioni, co-protagonista del film, al Festival di San Sebastian.

Il secondo banco di prova avviene invece negli studi della RAI quando Caligari, Blumir e Ferreri vengono invitati insieme a tutti gli attori al programma Processo al Film, condotto da Ugo Pirro. La trasmissione prevede la simulazione di un vero e proprio dibattito processuale: nel ruolo dell'accusa vi e' Alberto Farassino, allora critico cinematografico di Repubblica; il ruolo della difesa viene occupato, ancora una volta, da un combattivo Marco Ferreri.

Prendendo per buono il ruolo delle parti che la trasmissione esige, il processo parte gia' da una messa in stato di accusa dello stesso Farassino che su Repubblica aveva pesantemente criticato l'opera di Caligari, bollandola come "l'ultimo dei primi film sulla droga", con tanto di bocciatura finale: "In Amore tossico c'e' serieta' e oggettivita' ma non c'e' amore, quell'amore anche di filmare che Pasolini non aveva bisogno di spararsi in vena".

Anche nel corso della trasmissione Farassino mira a colpire proprio quella pretesa di cogliere l'eredita' pasoliniana e, di conseguenza, di raccontare con durezza le borgate romane e il problema della droga: "Il film punta ad essere importante, perche' e' appunto il primo film che affronta la droga in una maniera cosi' approfondita, importante perche' lo fa non attraverso l'inchiesta, le interviste, ma attraverso il dramma, il romanzesco, attraverso il simbolico anche, si rifa' all'eredita' pasoliniana, proclama di essere l'unico e legittimo erede dei film di Pasolini sulle borgate romane... Gia' qua io vedo una specie di "ipotesi di reato", un reato di "appropriazione indebita" (...). Allora ce n'e' abbastanza per essere intimoriti a fare l'accusa di questo film. Qui vedo un altro reato, quello di "intimidazione": se questo film non ti piace, se non sei d'accordo, o sei con noi oppure sei contro i tossicodipendenti, sei un razzista, sei un qualcuno che rimane soddisfatto nel suo benessere borghese, che non cerca neanche di capire questi problemi drammatici...".

Seppur costruita ad arte per le esigenze televisive della trasmissione, l'accusa di Farassino e' illuminante e anticipatoria, precorre gli stessi atteggiamenti che negli anni successivi si tradurranno in mancate produzioni, finanziamenti, in sostanza porte chiuse. A intimorire non e' solo Amore tossico ma il cinema di Caligari nel suo insieme; la difesa d'ufficio dell'eredita' di Pasolini non sembra, quindi, tradursi in una gelosa custodia dei valori portati avanti dal piu' scomodo degli intellettuali, ucciso misteriosamente otto anni prima, bensi' nel timore che qualcuno possa cogliere e rimettere in campo il suo insegnamento. Una eredita', in poche parole, che scotta.


"CLAUDIO FACEVA PAURA"

Nonostante gli sforzi di Ferreri, Nocella e della Gaumont, e le numerose rassegne in giro per l'Europa, in Italia l'attenzione nei confronti dell'opera di Caligari cala vertiginosamente. Se da un lato un crescente numero di giovani e meno giovani mostra una certa curiosita' per il film, anche nei suoi aspetti piu' tragicomici (su tutti il linguaggio borgataro), le sale cinematografiche iniziano a limitarne la visione. A neanche un anno dalla sua uscita, Amore tossico viene sostanzialmente declassato a opera di seconda fascia, da cinema underground, quindi ai margini della visibilita'.

"E' stato come messo all'oscuro", sostiene Roberto Stani, Ciopper, in una vecchia intervista riportata nel documentario di Trombetta e Isola, "insabbiato, hanno cercato di nasconderlo, come se desse fastidio. Anche a Ostia, al cinema Sisto, hanno fatto di tutto per farlo togliere, perche' faceva cattiva pubblicita'... Volevano negare l'evidenza che era il quartiere con la piu' alta densita' di tossicodipendenti".

Se nel gia' citato processo della RAI, la "condanna" richiesta dal Farassino consiste polemicamente nell'andarsi a rivedere le opere di Pasolini prima di fare frettolosi accostamenti, il tempo sembra aver condannato Caligari a una sorta di "esilio cinematografico", a essere un outsider per sempre. "Ora che hai vinto il De Sica puoi fare quello che vuoi", gli aveva professato Ferreri, ma la parabola del giovane regista piemontese prende tutta un'altra piega.

Vi sono decine e decine di studi e soggetti che non hanno mai visto luce; altrettante le mancate risposte e i dinieghi da parte delle case di distribuzione nel corso degli anni Ottanta e Novanta. Dal canto suo, Claudio Caligari non ha mai fatto del vittimismo di fronte a questi continui rifiuti, trovando le ragioni all'interno di quel mondo che proprio negli anni in cui esce Amore tossico stava mutando in un'altra direzione:

"Il problema", risponde sul tema Caligari nella gia' citata intervista rilasciata a Nanni Moretti nel 2008, "fu che il film era l'esatto contrario del cinema che veniva avanti. Anche a livello produttivo in quegli anni avvenne una vera e propria rivoluzione (non solo a causa di chi sappiamo bene) con il sempre maggior coinvolgimento della televisione".

Un cinema sempre piu' televisivo, piu' pop, magari piu' conformista, risponde solo in parte all'isolamento di Caligari dall'universo cinematografico che conta. Sempre interessato agli aspetti piu' marginali della societa', gia' negli anni Ottanta il regista aveva cominciato ad approfondire il mondo della criminalita' organizzata, in particolare romana e napoletana (lo testimoniano alcune sceneggiature abortite, come Dio non c'e' alla Sanita', Suicide Special e Anni rapaci). Trattasi di tematiche che poi hanno letteralmente sfondato negli anni Duemila ma che, ad avviso di qualcuno, mal si sposavano col suo modo di fare cinema.

"Claudio faceva sicuramente paura", sostiene nel documentario Se c'e' un aldila' sono fottuto il critico cinematografico Fabio Ferzetti, "per i suoi contenuti, per la sua durezza, una durezza anche politica... Insomma, piu' che scarsa, la sua capacita' di fare compromessi era proprio nulla, era inesistente".

Carattere schivo, a tratti timido, un uomo di poche ma dure parole: la sua integrita' morale e ideologica, una forte determinazione a fare il suo lavoro senza scendere mai a compromessi, hanno sicuramente inciso in negativo sulla sua carriera. Pregi, piu' che difetti, che nel mondo del cinema evidentemente si pagano. Per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo da piu' vicino, questa chiusura, questo rifiuto costante al conformismo, e' stata anche la sua forza. Fino alla fine degli anni Novanta, Caligari non riesce a portare a termine nessun progetto. Poi, finalmente, uno spiraglio si apre quando il regista bussa alla porta della Sorpasso Film di Marco Risi. In mano, la sua ultima sceneggiatura: L'odore della notte.

Ispirato al libro di Dido Sacchettoni e alla reale vicenda della Banda dell'Arancia Meccanica, il secondo film di Caligari appare molto diverso agli occhi della critica. La partecipazione di attori professionisti, una trama noir che lo avvicina all'action movie, il progetto sembra avere tutte le carte in regola per rimetterlo in carreggiata. In realta', anche L'odore della notte e' un film che va controcorrente, un film che disturba: la sbilanciata dicotomia tra le periferie povere e i quartieri bene della Capitale, un'immagine di malavita ancora improntata sul concetto di lotta di classe e una rappresentazione della violenza molto cruda ma meno spettacolarizzata possibile... insomma, c'e' tutto Caligari in questo film, tra i continui richiami a Melville, Bresson e Scorsese. L'odore della notte rappresenta probabilmente quel tipo di cinema che Caligari non ha potuto mettere a frutto nei suoi anni migliori.

Il film non fa scalpore come Amore tossico, anzi, divide fin da subito la critica che per buona parte lo boccia come poco comprensibile alla massa. Seguono alcune nomination e il Nastro d'Argento. A Venezia, quasi con le stesse modalita' di quindici anni prima, viene messo fuori concorso: la motivazione, secondo lo stesso Caligari, risiede nel solito finale "scomodo". Cosi' lo spiega nella gia' citata intervista realizzata da Biscontini nel 2014:

Quindici anni dopo l'hanno impedito a L'odore della notte. Motivo ufficiale secondo il direttore dell'epoca: "Il film e' un capolavoro fino al sotto-finale, quando entrano nella tana del democristiano. Li' il film cade e quindi non puo' andare in concorso"...".


"COSA DAVA FASTIDIO? LA SUA BRAVURA"

Con l'avvento degli anni Duemila comincia un secondo e lungo esilio cinematografico per Caligari che, imperterrito, continua a mettere in cantiere lavori e ricerche. L'odore della notte e' stato considerato il primo di una lunga e fortunata serie cinematografica basatasi sul mondo della criminalita' organizzata, un filone dal quale il regista resta escluso. Il caso del film Romanzo Criminale, per il quale Caligari si era candidato alla regia, e' sicuramente tra i piu' eclatanti. Non era il primo rifiuto ricevuto dalla Cattleya, la casa di produzione che poi ha prodotto anche la fortunata serie TV:

"Non sai le volte", spiega Caligari in un'intervista rilasciata a Christian Raimo, uscita su Internazionale nel 2014, "che ho provato a proporre film di questo tipo. Per due volte ho proposto, alla Cattleya, Anni rapaci, che alla fine si puo' definire un film commerciale, anche se diversamente commerciale, e per due volte lo hanno rifiutato. La prima volta era prima di Romanzo criminale. Riccardo Tozzi mi fece intendere che loro non facevano film del genere, su personaggi cosi' negativi. Ma un anno o due dopo fece Romanzo criminale. In realta' credo che non vogliano, tutti i produttori, non solo la Cattleya, un approccio autoriale, un segno forte, sia pure commercialmente veicolabile. Gli basta una medieta' espressiva".

C'e' un altro episodio, piuttosto emblematico, in cui si avverte l'ostilita' nei confronti del regista ed e' riportato proprio dal bel documentario di Isola e Trombetta. Nel 2007 la giornalista e scrittrice Marida Lombardo Pijola pubblica Ho dodici anni, faccio la cubista, mi chiamano Principessa. Storie di bulli, lolite e altri bimbi, un'inchiesta che ha fatto molto scalpore e che tratta di tematiche piuttosto delicate quali il dilagante fenomeno delle baby prostitute e il largo consumo di cocaina nelle classi piu' abbienti. Temi troppo sconvenienti per metterli in mano a un regista come lui. Quando nasce l'idea di trarne un film, la scrittrice (scomparsa nel Settembre dello scorso anno) pone una condizione imprescindibile alle case di produzione. Ecco le parole di Marida Pijola nel docufilm di Isola e Trombetta:

"Quando nel 2007 pubblicai il mio libro, posi a tutti i produttori che chiedevano di acquistare i diritti come condizione che fosse Claudio a fare la regia di questo film. Questo purtroppo mise in fuga quasi tutti (...). Gli si propose di affiancare alla sua sceneggiatura un'altra sceneggiatura, completamente diversa dalla sua, e questo feri' il suo orgoglio e si ritiro'".

Nonostante qualche intervista concessa nel corso di tanti anni, Caligari esce di scena per altri quindici anni. Tra le numerose idee che lo accompagnano nell'ultimo decennio della sua vita, ve n'e' una che fortunatamente andra' in porto: tornare nella Ostia di Amore tossico, provare a raccontare che fine hanno fatto quelle borgate ex pasoliniane. Come dira' in piu' occasioni, tornando a Ostia il regista non trova una via, una casa, una famiglia, che non sia stata segnata dalle miserie di quegli anni, dalla droga, dall'AIDS, dalla malavita, dalla poverta'. Non essere cattivo, per una tragica coincidenza (la malattia del suo creatore), diviene quindi la chiusura di un cerchio, apparentemente molto stretto in quanto riempito da solo tre film, ma assai piu' largo di quanto sembra.

Se non fosse stata per l'ostinazione dell'attore romano Valerio Mastandrea, e di tutta la troupe al seguito, forse anche questo film sarebbe finito nel dimenticatoio, cestinato in qualche mail delle piu' note case di produzione. Invece le riprese di Non essere cattivo iniziano nel Febbraio del 2015, quando il regista e' ormai alle prese con un male incurabile che pochi mesi dopo non gli lascera' piu' speranza. Fara' appena in tempo a girare uno dei film piu' belli del cinema italiano usciti nell'ultimo decennio.

Vi sono due momenti, due situazioni molto amare, con le quali ricordare Claudio Caligari cogliendone in parte il senso della sua controversa parabola di regista. Entrambe condividono un lungo applauso. La prima riguarda l'ultimo giorno di riprese di Non essere cattivo, riportata nel documentario di Isola e Trombetta: l'ultimo ciak viene girato in un cimitero e, nei minuti successivi, si vede tutta la troupe che circonda e applaude il regista piemontese, visibilmente commosso e un po' a disagio. Sullo sfondo, quelle tombe evocano un senso di ingiustizia nei suoi confronti molto forte ma gli applausi in sottofondo hanno un valore che va ben al di la' della fine dei lavori del film. Nella seconda immagine, invece, lui non c'e' piu'. E' il Settembre di quel 2015 e Caligari e' deceduto tre mesi prima. C'e' invece l'elegante cornice della Mostra di Venezia, dove il film (anche in tale occasione fuori concorso) riceve ben cinque premi. E' il riconoscimento postumo alla carriera del regista e al suo ultimo capolavoro. Il lungo applauso del folto pubblico che partecipa alla premiazione ha un sapore e un significato diverso, ben descritto dal critico cinematografico Ferzetti in un articolo pubblicato sul Messaggero l'11 Settembre 2015:

"Adesso lo stesso cinema italiano che dal '98 ha lasciato in un angolo il talento, la passione e il caratteraccio di Caligari, applaude e si mette l'anima in pace. Cosi' pero' non va. Troppo facile (...). Cosa faceva tanta paura nel cinema di Caligari? La crudezza delle storie? L'esattezza antropologica? Il rifiuto dei compromessi? La "presunzione" di un regista che si richiamava insieme a Scorsese e a Pasolini? Ma no, bastano pochi minuti di Non essere cattivo per capire cosa dava tanto fastidio. La bravura. La fluidita' delle immagini. L'intelligenza del montaggio. Che delitto che un regista cosi' non abbia lavorato di piu'. Forse non avrebbe arricchito i produttori. Ma gli spettatori certamente si'".
Matteo Picconi

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Fonte: Claudio Caligari, Tra Eredita' Pasoliniana E "Esilio Cinematografico" (di Spazio70)
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