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Con Un Poco Di Pillole Il Cervello Va Su (di Wired Italia) Stampa
Politica
Scritto da sberla54   
Giovedì 05 Aprile 2012 04:57
Uomo Pillole
Con Un Poco Di Pillole Il Cervello Va Su (di Wired Italia)

http://mag.wired.it/rivista/storie/con-un-poco-di-pillole-il-cervello-va-su.html

Wired Italia

Un giovanotto (lo chiamero' Alex) si e' laureato da poco a Harvard. Ai tempi in cui studiava storia, Alex scriveva una dozzina di saggi al semestre. Dirigeva anche un'organizzazione studentesca, per la quale spesso lavorava oltre quaranta ore alla settimana; quando non era in servizio, era a lezione. Le notti dal lunedi' al venerdi' erano dedicate ai compiti che non era riuscito a finire durante il giorno, e quelle del fine settimana alle bevute con gli amici e ai party.
Poiche' questa vita in realta' era impossibile, per renderla possibile Alex comincio' a prendere l'Adderall.

L'Adderall, un composto di sali di anfetamina, negli Stati Uniti viene comunemente prescritto a bambini e adulti con diagnosi di Adhd, la sindrome da deficit di attenzione e iperattivita'. Ma in tempi recenti l'Adderall e il Ritalin, un altro farmaco, hanno cominciato a essere utilizzati come "smart drugs" o nootropici, in pratica stimolanti cognitivi: farmaci che gente iperefficiente e sovraccarica di impegni trangugia per diventare ancor piu' efficiente e sovraccaricarsi di ulteriori impegni (un uso del genere non e' citato sul bugiardino, e non ha l'approvazione del produttore ne' della Food and Drug Administration). I campus universitari sono diventati laboratori per la sperimentazione nootropica, e Alex era uno sperimentatore geniale. A suo fratello era stata diagnosticata l'Adhd e nell'anno da matricola Alex era riuscito a farsi prescrivere l'Adderall, descrivendo a un medico i sintomi della sindrome. All'universita' Alex prendeva 15 milligrammi di Adderall quasi tutte le sere, per mantenere desta l'attenzione ed evitare di dormire "per le otto- dieci ore successive". Il secondo anno era riuscito a convincere il medico ad aggiungere alla sua dieta giornaliera una capsula da 30 milligrammi a lento rilascio.

Alex l'ho incontrato una sera della scorsa estate, in un bar piacevolmente fatiscente della citta' del New England in cui vive. Era contento di poter raccontare del suo legame con l'Adderall negli anni di Harvard, ma non voleva vedersi pubblicato con nome e cognome; si occupa di una start-up internet, e temeva che i potenziali investitori disapprovassero le sue abitudini. Era ansioso di sfatare il pregiudizio secondo il quale gli studenti che assumono l'Adderall sono "robot accademici che lo ingoiano per diventare i primi della classe, o per essere certi di essere presi a giurisprudenza, o assunti da una societa' di consulenza". A Harvard, dice, "la maggior parte della gente e' realista... Non credo che chi prende l'Adderall punti a diventare il migliore della classe. Credo che punti a essere tra i migliori. O forse neppure tra i migliori. C'e' gente che semplicemente vuol far meglio di come farebbe senza Adderall. Lo capiscono tutti che se per scrivere un saggio hai tirato le tre del mattino, il risultato finale non sara' ottimale.

Hai gozzovigliato tutto il fine settimana o passato l'ultima settimana in preda allo sballo, a guardare Lost? Beh, ci sara' un prezzo da pagare".

Le teorie di Alex sull'uso degli stimolanti a scopi "non medici" sono confermate da una ventina di studi scientifici. Nel 2005, un gruppo di ricercatori guidato da Sean Esteban McCabe, professore del Substance Abuse Research Center dell'universita' del Michigan, ha scoperto che l'anno precedente il 4,1 per cento degli studenti universitari americani aveva assunto a scopo non terapeutico stimolanti venduti con ricetta medica; in uno dei college, la percentuale raggiungeva il 25 per cento. Altri ricercatori hanno trovato percentuali ancora piu' alte: uno studio condotto nel 2002 in un piccolo college scopri' che oltre il 35 per cento degli studenti aveva assunto stimolanti nel corso dell'anno precedente. Farmaci come l'Adderall possono provocare agitazione, mal di testa, insonnia, inappetenza e altri effetti collaterali. Sull'etichetta dell'Adderall, la Fda avverte che "le anfetamine sono ad alto rischio di abuso" e possono indurre dipendenza (in Italia le anfetamine sono proibite, ndr). Eppure gli studenti tendono a considerare innocui l'Adderall e il Ritalin: molti di loro, d'altra parte, conoscono coetanei che hanno preso questi farmaci fin dall'infanzia, per via dell'Adhd. McCabe scrive che la maggior parte degli studenti che usano stimolanti per migliorare le prestazioni intellettuali se li procurano tramite un conoscente in possesso di ricetta. Di solito le pillole si regalano, ma alcuni studenti le vendono.

Le ricerche del gruppo di McCabe individuano negli studenti bianchi e maschi di scuole molto competitive i consumatori piu' frequenti di nootropici. Alla domanda: "Avete fumato marijuana nel corso dell'anno passato?", rispondono di si' in percentuale dieci volte superiore a quella dei coetanei e in percentuale venti volte superiore rispondono di si' alla domanda sull'uso di cocaina. In altre parole, sono alunni dignitosi in scuole che richiederebbero, per diventare alunni eccellenti, l'abbandono di feste e festicciole in una misura secondo loro eccessiva.

Alex resta un entusiasta dell'Adderall, pur con senso critico. "Funziona come stimolatore cognitivo quando ti dedichi a un compito impellente", dice. "Non sa quante volte ho preso l'Adderall a tarda sera e poi ho finito per mettere in ordine la mia libreria musicale, invece di scrivere! E ho visto gente che puliva ossessivamente la stanza". Alex pensa che in generale il farmaco lo abbia aiutato a sopportare la fatica, ma che tenda a generare lavori con un difetto caratteristico: "Spesso mi e' capitato di rileggere saggi scritti sotto l'effetto dell'Adderall e di trovarli verbosi. Si dilungano su alcuni punti, cercando argomentazioni a prova di bomba, quando risulterebbero piu' efficaci se andassero dritti al nocciolo". Ma in ogni caso, i suoi saggi carburati ad Adderall di solito gli fruttavano un buon voto.

Per dirla con Alex, "la produttivita' e' una bella cosa".

Lo scorso aprile, la rivista scientifica Nature ha pubblicato i risultati di un sondaggio online informale, in cui si chiedeva ai lettori se avessero tentato di acuire "attenzione, concentrazione o memoria" facendo ricorso a farmaci come il Ritalin o il Provigil, un nuovo tipo di stimolante conosciuto con il nome generico di modafinil, sviluppato per combattere la narcolessia. Ha risposto affermativamente un lettore su cinque. La maggioranza, tra i 1400 che hanno partecipato al sondaggio, ha dichiarato che a un adulto sano dovrebbe essere permesso di prendere stimolatori cerebrali anche a scopi non terapeutici, e il 69 per cento considera come un rischio accettabile eventuali effetti collaterali (modesti). E anche se la maggioranza ha detto che questo tipo di farmaci non dovrebbe finire in mano a ragazzi cui non sia stato diagnosticato un disturbo, un terzo dei lettori ha ammesso che si sentirebbe spinto a dare le smart drugs ai figli, se venisse a sapere che gli altri genitori lo fanno.

Queste ansie da competizione si avvertono gia' sui luoghi di lavoro. Recentemente, in una rubrica di Wired Us e' stato pubblicato il messaggio di un lettore, preoccupato perche' c'e' "un astro nascente nella mia azienda: lui usa il modafinil per lavorare con orari folli. E il capo ha cominciato a darmi il tormento perche' non sono altrettanto produttivo".

Tempo fa ho intervistato Anjan Chatterjee, neurologo dell'universita' della Pennsylvania. Negli ultimi anni Chatterjee, dopo aver saputo del consumo di stimolatori cognitivi da parte degli studenti, ha cominciato a occuparsi delle implicazioni etiche di un simile comportamento. Nel 2004 ha coniato il termine "neurologia estetica", per descrivere l'utilizzo di farmaci – studiati per guarire sindromi riconosciute – al fine di incrementare una cognitivita' normale. Chatterjee e' preoccupato per questa neurologia estetica, ma pensa che alla fine verra' tollerata, come e' tollerata la chirurgia estetica; e in realta' non si puo' neanche dire che la neurostimolazione abbia motivazioni frivole. Come nota in un saggio del 2007, "in molti settori della societa' il vincitore sbanca tutto e piccoli vantaggi sono ricompensati in modo sproporzionato".

Nello studio e nel lavoro
e' d'altronde chiarissima l'utilita' di essere svegli, di aver bisogno soltanto di poche ore di sonno e di apprendere piu' alla svelta. In un prossimo futuro, prevede Anjan Chatterjee, alcuni neurologi si ricicleranno come "consulenti per la qualita' della vita" e il loro ruolo diventera' quello di fornire informazioni, "delegando al paziente la responsabilita' finale della scelta". La richiesta non manca certamente: da parte di una popolazione che invecchia e non sopporta di perdere la memoria; di genitori ansiosi e decisi a stimolare i figli, con qualunque metodo; di impiegati stressati da una cultura ossessivamente efficientista, fatta di BlackBerry e di orari di lavoro che in realta' non finiscono mai.

Al momento chi ha bisogno di questo genere di soluzione rapida non ha una gran scelta. Ma poiche' si sta investendo una gran quantita' di denaro e di ore di ricerca nello sviluppo di farmaci destinati alla cura del declino cognitivo, e' probabile che Provigil e Adderall verranno affiancati da una farmacopea piu' ampia. Tra i farmaci in arrivo ci sono le ampachine, che interagiscono con un certo tipo di recettori cerebrali del glutammato; si spera che siano in grado di contrastare la perdita di memoria associata a malattie come l'Alzheimer. Le ampachine sono in grado di dare una bella spinta cognitiva anche a soggetti sani. Uno studio condotto nel 2007 su 16 volontari, anziani ma in salute, ha dimostrato in modo "inequivocabile" che 500 mg di una certa ampachina miglioravano la memoria recente, anche se pareva che cio' andasse a scapito della memoria dei fatti passati. Un'altra classe di farmaci, gli inibitori della colinesterasi, gia' utilizzati con qualche risultato nella cura dell'Alzheimer, sembra promettere bene nel campo neurostimolatorio. In uno studio, il donepezil ha incrementato le prestazioni dei piloti al simulatore di volo; in un altro ha migliorato la memoria remota, verbale e visiva, di trenta giovani volontari, maschi e sani. Molte case farmaceutiche stanno studiando farmaci che vanno a colpire i recettori cerebrali della nicotina, sperando di replicare la botta di eccitazione che i fumatori provano accendendo la sigaretta.

Zack e Casey Lynch sono la giovane coppia che nel 2005 ha fondato NeuroInsights, un'azienda che informa gli investitori sugli sviluppi della tecnologia nelle neuroscienze. Casey e Zack si sono conosciuti all'universita'; lei ha poi preso un master in neuroscienze alla University of California a San Francisco, e lui e' diventato dirigente di un'azienda di software. La scorsa estate ho bevuto un caffe' insieme a loro a San Francisco ed entrambi mi hanno parlato con disinvolta sicurezza del nascente mercato dei neurostimolatori. Zack – sta per uscire un suo libro, intitolato The Neuro Revolution – mi ha detto: "Viviamo nella societa' dell'informazione. Qual e' la prossima forma di societa' umana? La neuro-societa'". Negli anni a venire, spiega, gli scienziati comprenderanno meglio il funzionamento del cervello e avremo un miglioramento dei neurostimolatori; alcune persone li utilizzeranno come terapia, altre perche' "ne hanno un bisogno borderline" e altre semplicemente per avvantaggiarsi nella competizione.

Zack dice che
il termine "accrescimento" non gli piace: "Non parliamo di un'intelligenza sovrumana. Nessuno sta affermando che saltera' fuori una pillola che ci rendera' piu' intelligenti di Einstein!... Stiamo parlando, in realta', di far funzionare la gente". Mi ha disegnato una curva a campana sul retro di un tovagliolo: "Quasi tutti i farmaci in fase di studio sono molecole che permetteranno a chi sta lavorando al quaranta o cinquanta per cento di arrivare all'ottanta".

I nuovi farmaci psichiatrici hanno un modo tutto loro di crearsi un mercato. Il Ritalin e l'Adderall hanno fatto dell'Adhd un nome familiare e le pubblicita' degli antidepressivi hanno contribuito a qualificare la timidezza come una malattia. Se c'e' una pillola in grado di rimettere a fuoco l'attenzione ondivaga di un ragazzo che non dorme abbastanza, o alleviare il problema del ce-l'ho-sulla-punta- della-lingua nella mezza eta', allora questi stati, piuttosto comuni, possono arrivare a essere visti come sindromi. Per dirla con Casey: "I farmaci progrediscono, e i mercati si ingrandiscono". Zack conferma: "Lo chiamiamo il mercato del miglioramento dello stile di vita". I Lynch sostengono che il Provigil sia stato un classico esempio di missione che va oltre gli scopi stabiliti. Nel 1998 la Cephalon, l'azienda che lo produce, ricevette l'autorizzazione governativa a immetterlo sul mercato, ma solo per la cura della sonnolenza diurna provocata da narcolessia; nel 2004 ottenne il permesso di estendere le indicazioni, includendo l'apnea da sonno e l'insonnia dei turnisti. Le vendite nette del Provigil sono balzate da 196 milioni di dollari del 2002 a 988 milioni nel 2008. I manager Cephalon hanno affermato piu' volte di non approvare l'uso non ufficiale del Provigil, ma nel 2002 l'azienda e' stata sanzionata dalla Food and Drug Administration per aver distribuito materiale propagandistico che presentava il farmaco come un rimedio per la stanchezza, "il calo di efficienza" e altri mali presunti. E nel 2008 Cephalon, dopo essere stata incriminata per aver promosso un uso improprio del Provigil e di altri due farmaci, si e' riconosciuta colpevole e ha pagato 425 milioni di dollari. Quest'anno Cephalon conta di lanciare il Nuvigil, variante a lento rilascio del Provigil.

Non siamo in presenza di uno dei tanti scenari ipotetici che angustiano gli esperti di bioetica, cloni umani, bebe' fabbricati a richiesta: il potenziamento cognitivo e' gia' una realta' in pieno boom. Anche se le "droghe furbe" di oggi non sono potenti come potrebbero esserlo in futuro, bisogna porsi un bel po' di domande. Quanto sono utili, in realta'? Sono potenzialmente dannose, rischiano di dare dipendenza? E poi c'e' da chiedersi cosa intendiamo con "furbe". La crescita di un tipo di funzionamento cerebrale non potrebbe andare a detrimento degli altri? Tutte queste domande necessitano di risposte scientifiche precise, ma per ora gran parte della discussione avviene tutta di nascosto, tra gli americani che in numero sempre crescente conducono ogni giorno esperimenti sui propri cervelli.

Cephalon, l'azienda produttrice del Provigil, ha pubblicamente minimizzato l'idea che il farmaco si possa usare come "smart pill". Nel 2007 Frank Baldino jr, fondatore e direttore generale dell'azienda, ha dichiarato a un giornalista di una rivista specializzata: "Credo che, quando sei stanco, il Provigil ti tenga sveglio. Se non sei stanco, non fa alcun effetto".

Baldino forse ha peccato di modestia. Sono stati condotti pochi studi su volontari sani e non privati del sonno, ma quegli studi sembrano indicare che il Provigil fornisca un certo vantaggio, almeno in alcuni tipi di sfide. Nel 2002 i ricercatori dell'universita' di Cambridge hanno sottoposto sessanta volontari maschi e giovani a una serie di test cognitivi standard. A un gruppo e' stato somministrato il modafinil, a un altro un placebo. Il gruppo del modafinil ha ottenuto risultati migliori in piu' di un test, come quello del "digit span", nel quale si chiede al soggetto di ripetere in avanti e poi all'indietro sequenze di numeri via via piu' lunghe. Hanno fatto meglio anche nel riconoscimento di schemi visivi ripetuti e in un gioco di pianificazione spaziale conosciuto come "la Torre di Londra". Scrivendo sulla rivista Psychopharmacology, gli autori dello studio affermavano che "il modafinil mostra un potenziale significativo come stimolatore cognitivo".

Il Provigil puo' dare una mano alle persone sane, ma questo non significa che sia pronto a rimpiazzare il caffe' del mattino. Anjan Chatterjee mi ha spiegato che, molto semplicemente, "non ci sono abbastanza studi sull'effetto di questi farmaci, in soggetti normali. In certe situazioni giovano, ma a quale costo?". Il Provigil puo' dare assuefazione. In uno studio recentemente pubblicato dal Journal of the American Medical Association un gruppo coordinato da Nora Volkow, direttrice del National Institute on Drug Abuse, ha sottoposto a scanning cerebrale dieci uomini dopo la somministrazione di un placebo e dopo la somministrazione di una dose di modafinil. Il modafinil sembrava provocare un aumento della dopamina cerebrale. "Poiche' le droghe che fanno alzare i livelli di dopamina possono indurre all'abuso", concludeva la relazione di Volkow, "questi risultati suggeriscono che il rischio di dipendenza in persone vulnerabili meriti un'attenzione particolare" (Cephalon in risposta allo studio fa notare che l'etichetta del Provigil esorta i medici a monitorare con cura i pazienti, specie quelli con un passato di tossicodipendenza). Sul sito web Erowid, dove la gente riferisce in modo anonimo le proprie esperienze con le droghe legali e illegali, alcuni consumatori di modafinil hanno descritto la loro dipendenza dal farmaco. Un tizio, che si presenta come ex studente di biochimica, dice di essere riuscito a liberarsi dal consumo di cocaina e oppiacei, ma di non esser capace di fare a meno del modafinil. Tutte le volte che rimango senza, scrive, "comincio a dar fuori di testa". E dopo 4-5 giorni di astinenza, "nel cervello mi torna la nebbia".

Lo scopo di molti consumatori di neurostimolatori sembra essere quello di eliminare l'annebbiamento mentale. Ma i farmaci odierni raggiungono davvero questo obiettivo? Ho posto la domanda alla collega di Anjan Chatterjee, Martha Farah, psicologa presso la Penn e direttrice del Centro di Neuroscienza Cognitiva.

Da anni scrive sui neurostimolatori, con una prospettiva profondamente affascinata e blandamente critica ma in linea generale favorevole, con l'avvertimento fondamentale che abbiamo bisogno di saperne molto di piu' sul funzionamento di queste droghe. Farah ha appena terminato di scrivere un saggio nel quale rivede le prove sull'efficacia, in termini di efficienza cerebrale, dei neurostimolatori soggetti a prescrizione medica: i dati, relativi a soggetti sani, provengono da quaranta laboratori diversi. La maggior parte degli studi ha preso in considerazione uno dei tre tipi di cognizione: apprendimento, memoria a breve termine, controllo cognitivo. Un test di apprendimento tipico richiede al soggetto di memorizzare una lista di parole appaiate; un'ora dopo, qualche giorno dopo o una settimana dopo, al soggetto viene mostrato il primo termine della coppia e chiesto di ricordare il secondo. Gli studi hanno dimostrato che i neurostimolatori aiutavano a ricordare. I benefici erano piu' evidenti negli esperimenti nei quali ai soggetti si chiedeva di ricordare informazioni dopo piu' giorni, o periodi ancor piu' lunghi.

La memoria a breve termine e' stata paragonata a un blocco degli appunti mentale: la usi per ricordare dei dati rilevanti, mentre porti a termine un compito. In un test utilizzato comunemente ai soggetti si mostrano serie di numeri, o lettere, o altro e poi si fanno domande: questo numero o questa lettera c'erano, nella serie? E questo? Nei test sulla memoria a breve termine, i pazienti avevano risultati migliori con i neurostimolatori, anche se parecchi studi suggerivano che l'effetto variasse a seconda della memoria naturale del soggetto: migliore la memoria, minori i benefici del farmaco.

La terza caratteristica presa in esame dalle ricerche e' stata il controllo cognitivo, ovvero con quanta efficacia riesci a dominarti in situazioni in cui la risposta naturale e' quella sbagliata. Un test classico e' lo "Stroop Task", nel quale a una persona viene mostrato il nome di un colore (arancione, per esempio) scritto in un colore diverso (viola, diciamo). Le si chiede di leggere la parola (e questo e' facile, perche' la nostra reazione naturale di fronte a una parola e' quella di leggerla), o dire di che colore e' l'inchiostro (e questo e' piu' difficile, perche' il nostro primo impulso sarebbe quello di dire "arancione"). Questi studi hanno fornito risultati un po' piu' contraddittori, ma nell'insieme hanno mostrato alcuni benefici per la maggior parte dei soggetti sani e normali, specialmente per quelli che avevano un controllo cognitivo inferiore. "Questi farmaci aiuteranno certamente alcune persone che da un punto di vista tecnico sono normali, persone che non presentano l'insieme di sintomi diagnostici dell'Adhd, ne' altri deficit cognitivi", sottolinea Farah. "Ma saranno d'aiuto piu' ai soggetti deboli, che non a quelli in cima alla scala delle capacita' cognitive".

Una spiegazione di questo fenomeno potrebbe essere il fatto che piu' sei bravo in un certo tipo di attivita', meno margine di miglioramento c'e'. Farah ha l'impressione che ci possa essere pero' anche un'altra ragione. Farmaci come il Ritalin e l'Adderall funzionano, in parte, facendo aumentare i livelli di dopamina cerebrale. La dopamina e' una sostanza che ti serve in giusta misura: se ne hai troppo poca potresti non essere sveglio e motivato quanto serve; se ne hai troppa potresti sentirti iperstimolato. I neuroscienziati hanno scoperto che alcune persone hanno un gene che fa si' che il loro cervello bruci piu' in fretta la dopamina, lasciandone meno a disposizione; queste persone in generale sono un po' piu' scarse, in certe prestazioni cognitive. I soggetti con piu' dopamina in generale sono un po' piu' abili. E' ragionevole, dunque, che le persone con livelli di dopamina naturalmente bassi traggano maggiori benefici da una spinta artificiale.

Naturalmente l'apprendimento, la memoria a breve termine e il controllo cognitivo rappresentano solo alcuni aspetti del pensiero. Farah sostiene che gli studi rivolti ad altri tipi di cognizione – l'eloquenza, per esempio – sono troppo pochi e troppo contraddittori per essere significativi. E non sono stati quasi mai affrontati gli effetti degli stimolatori su alcune forme vitali di attivita' intellettuale, come il pensiero astratto e la creativita'. Sia Chatterjee che Farah si sono chiesti se i farmaci che acuiscono l'attenzione di chi li usa possano ottundere la creativita'. Dopotutto, alcune delle nostre intuizioni migliori le abbiamo non quando siamo seduti alla scrivania ma, piuttosto, quando siamo sotto la doccia o portiamo a spasso il cane, lasciando libera la mente di vagare. Jimi Hendrix aveva raccontato che l'ispirazione per Purple Haze gli era venuta in sogno: il chimico Friedrich August Kekule sosteneva di aver scoperto la struttura ad anello del benzene durante una fantasticheria a occhi aperti, nella quale aveva visto un serpente che si mordeva la coda. "Gli psicologi cognitivi hanno trovato che c'e' un rapporto inversamente proporzionale tra concentrazione e creativita'", mi ha spiegato Farah. "Ci sono prove del fatto che gli individui piu' bravi nel focalizzarsi su un compito e nel filtrare le distrazioni tendano a essere meno creativi".

Farah e Chatterjee hanno portato a termine di recente uno studio preliminare sugli effetti di una dose di dieci milligrammi di Adderall su un gruppo di sedici studenti impegnati in test standard di laboratorio sul pensiero creativo. Non hanno riscontrato, con queste dosi modeste, un effetto negativo ma entrambi credono che questo sia solo l'inizio di un'analisi accurata, assolutamente necessaria. "Un numero sempre crescente di giovani fa uso di questi farmaci, per lavorare meglio", dice Farah. "Hanno il loro laptop, l'iPhone, l'Adderall.

Questa generazione emergente di lavoratori e di leader puo' avere uno stile di pensiero e di azione un po' diverso, forse perche' fanno uso di questi farmaci o perche' hanno imparato a lavorare facendone uso. Se anche gli togli il farmaco, continueranno ad avere un certo tipo di approccio. Sono un po' preoccupata, temo che potrebbe nascere una generazione di ragionieri molto concentrati".

Farah ha anche preso in considerazione le implicazioni etiche della diffusione crescente delle smart drugs: i neuro stimolatori concedono un ulteriore vantaggio a gente che gia' si puo' permettere scuole e insegnanti privati? In molti college gli studenti hanno cominciato a definire come una forma di "slealta'" l'uso di neurofarmaci a scopi non terapeutici. Naturalmente e' difficile immaginare che un'universita' chieda ai suoi studenti di far pipi' in una provetta, prima di riconsegnar loro il libretto. E se il fatto di assumere neurostimolatori di nascosto prima di fare un esame della durata di tre ore sembra scorretto, il condannare l'uso di questi farmaci sembra esagerato. La pillola ti puo' dare una mano, ma devi pur sempre scriverlo, il saggio, devi concepire la sceneggiatura o compilare la richiesta di sovvenzione e se puoi acquisire meriti per un lavoro compiuto sotto l'effetto della caffeina o della nicotina, allora puoi anche acquisirli per cio' che hai fatto sotto l'effetto del Provigil.

Farah contesta l'idea che i neurostimolatori accresceranno le diseguaglianze. Citando "il trend, molto evidente nell'insieme degli studi, che ci fa capire quanto i neurostimolatori saranno meno utili per le persone con risultati gia' oltre la media", sostiene che queste pillole, se vendute a basso prezzo, in realta' potrebbero diventare delle "livellatrici". Certo l'idea di somministrare una pillola come sostitutivo di una buona istruzione sembra repellente – come rimpiazzare un buon pranzo con una flebo di sostanze nutritive – ma potrebbe essere preferibile a uno scenario nel quale solo i ragazzi benestanti ricevono una spinta mentale.

Farah ha collaborato
a un saggio pubblicato di recente su Nature, "Verso un uso responsabile dei farmaci neurostimolanti da parte di soggetti sani". Il tono ottimistico dell'articolo faceva pensare che alcuni esperti di bioetica fossero inclini ad appoggiare l'uso di neurostimolatori. "Come tutte le nuove tecnologie, l'accrescimento cognitivo puo' essere usato bene o male", dichiarava il report. "Dovremmo accogliere positivamente questi mezzi che migliorano le funzioni cerebrali. In un mondo in cui le aspettative di vita e di lavoro sono in crescita, gli strumenti per la stimolazione cognitiva – farmaci compresi – si dimostreranno sempre piu' utili, ai fini di una miglior qualita' della vita e di un'accresciuta produttivita' sul lavoro e per tenere lontano il declino cognitivo fisiologico o patologico derivante dall'invecchiamento. Stimolatori efficaci e sicuri saranno benefici per il singolo e per la societa'".

Eppure quando gli entusiasti offrono la loro visione di un futuro cerebro-stimolato, l'impressione puo' essere quella di un'utopia negativa. Zack Lynch, di NeuroInsights, sostiene le smart pills con una motivazione che mi e' parsa particolarmente deprimente. "Immagini di essere un 55enne di Boston che deve competere con un 26enne di Mumbai... E questo genere di pressioni e' destinato a crescere", ha esordito. Alcuni paesi tendono a essere un po' piu' permissivi e ad approvare per primi i nuovi stimolatori: "Se tu sei un'azienda con quarantasette sedi sparse per il mondo e all'improvviso il tuo ufficio di Singapore comincia a usare questi farmaci e tu vai a dire al Congresso: "Sto per dislocare tutte le mie operazioni finanziarie a Singapore e Taiwan, perche' li' l'uso e' legale", ci puoi scommettere che quelli risponderanno: "Ok, va bene". E allora sara' una questione su cui dibattere. Potrebbe essere come decidere che non si puo' usare il cellulare perche' fa crescere la produttivita'!".

Se alla fine decideremo che i neurostimolatori funzionano, e sono fondamentalmente sicuri, verra' il giorno in cui il loro uso sara' forzato? I legislatori potrebbero costringere alcune categorie di lavoratori – medici del pronto soccorso, controllori di volo – ad assumerli? (In realta' le forze aeree americane gia' mettono il modafinil a disposizione dei piloti impegnati in missioni lunghe). Per tutti gli altri la pressione potrebbe essere piu' subdola: la sensazione nauseante che provo quando mi viene in mente il collega giovane che butta giu' il Provigil per rispettare le scadenze. Questo potrebbe portare a una societa' nella quale non sono molto sicura di voler vivere: una societa' in cui saremo ancor piu' sovraccarichi di lavoro e al rimorchio delle tecnologie e in cui dovremo drogarci per reggere il passo; una societa' in cui somministreremo ai bambini gli steroidi accademici con le vitamine.

Se Alex, lo studente di Harvard, considera l'uso dei neurostimolatori come un fatto privato, Nicholas Seltzer vede questa sua abitudine come un qualcosa che lo accomuna a un piu' ampio movimento per il progresso dell'umanita'. Seltzer ha una laurea presso l'universita' di Davis, in California, e una laurea specialistica in politiche della sicurezza presso la George Washington University. Ma il lavoro che ha ottenuto grazie a queste credenziali – fa il ricercatore in un think tank sui temi della difesa, nella Virginia settentrionale – non lo fa sentire intellettualmente vivo come vorrebbe. Per compensare, nel tempo libero scrive saggi su argomenti tipo "L'evoluzione biologica umana e la guerra". Allena il cervello anche con sfide artificiali; perfino quando va in bagno, in uffi io, coglie l'occasione per giocare con il telefonino, scegliendo giochi logici o di memoria.

Seltzer, che ha trent'anni, e' preoccupato perche' teme di non avere "la stessa energia mentale, la stessa resistenza, la stessa – non saprei come chiamarla esattamente – "spugnosita'" che ricordo di aver avuto da giovane".

Non sono proprio queste le cose che noti quando parli con Seltzer. E per quanto la nostra memoria sia probabilmente al suo massimo appena dopo i vent'anni, pochi trentenni si accorgono di un deficit. Ma Seltzer e' l'equivalente di quei modelli e attori di Los Angeles che si scoprono le rughe molto prima che lo faccia il loro agente. La sua ragazza ha nove anni di meno e lui gia' si preoccupa per un possibile divario di efficienza mentale. "Lei ha ventun anni e io voglio rimanere giovane e vigoroso, evitando di diventare un peso in futuro", assicura. Non sono i segni esteriori dell'eta' a preoccuparlo ma il fatto di riuscire a restare il piu' a lungo possibile "sano e svelto di mente".

Seltzer si ritiene un "trans-umanista" dello stampo del filosofo di Oxford Nick Bostrom e dell'inventore e scrittore futurista Ray Kurzweil. I transumanisti sono interessati ai robot, alla criogenica e a una vita molto molto lunga; vedono i limiti biologici, che noi consideriamo accettabili o addirittura desiderabili, come ostacoli traballanti da aggredire e superare. Sui forum di ImmInst – "ImmInst" sta per "Immortality Institute" – Seltzer e altri discutono le strategie di allungamento della vita e i potenziali benefici dei neurostimolatori. Alcuni iscritti al forum si limitano a vitamine e supplementi minerali. Altri assumono l'Adderall o il modafinil o, come Seltzer, un farmaco che si chiama Piracetam, messo per la prima volta in commercio nel 1972 da un'azienda farmaceutica belga e ora acquistabile anche negli Stati Uniti. Per quanto non abbia avuto nessuna approvazione da parte della Fda, il Piracetam e' stato usato in modo sperimentale sui pazienti colpiti da ictus – con scarsi risultati – e in pazienti affetti da una rara malattia neurologica, l'epilessia progressiva mioclonale, rivelandosi utile per alleviare gli spasmi muscolari. I dati sui benefici del piracetam per le persone sane sono praticamente inesistenti, ma molti di quelli che ne fanno uso pensano che favorisca l'afflusso di sangue al cervello.

Fin dalla prima volta che ho parlato con Seltzer e' apparso chiaro che i neurostimolatori gli parevano avere un'utilita' pratica, ma lo affascinavano anche a livello estetico: "E' come personalizzarsi il cervello". Per alcune persone, sostiene, e' importante migliorare l'umore e dunque prendono antidepressivi; ma per gente come lui e' piu' importante "aumentare i cavalli a vapore mentali. In sostanza si tratta di una scelta di consapevolezza, su come intendi sperimentarla". Mentre gli anni Novanta sono stati quelli della "personalizzazione della tecnologia", questo e' il decennio della personalizzazione cerebrale, che alcuni entusiasti hanno cominciato a chiamare "mind hacking".

Naturalmente l'idea che sta dietro al mind hacking non e' nuovissima.

La pratica della stimolazione cerebrale con l'aiuto di droghe varie vanta una lunga storia. Sir Francis Bacon consumava di tutto, dal tabacco allo zafferano, nella speranza di darsi una spinta. Balzac, come e' noto, carburava, durante sedute di scrittura che duravano anche sedici ore, bevendo grandi dosi di caffe' che "scaccia il sonno e ci da' la capacita' di impegnarci un po' piu' a lungo nell'esercizio del nostro intelletto". Sartre prese le anfetamine per concludere Critica della ragione dialettica. Io e i miei compagni di college scrivevamo i saggi di fine semestre con le mani sudate e l'aiuto delle compresse NoDoz. E prima dei divieti di fumo c'era la cultura degli uffici che parevano vaporiere, in un'ebbrezza collettiva da nicotina. Seltzer e i suoi interlocutori sul forum ImmInst sono solo gli ultimi di un esercito stagionato, anche se hanno a disposizione una farmacopea piu' complessa.

Alla fine ho incontrato Seltzer in un ristorante sotterraneo, in un centro commerciale non lontano dal Pentagono. Gli ho chiesto se avesse qualche dubbio etico sulle smart drugs. Dopo una breve pausa mi ha risposto che avrebbe qualche preoccupazione se un tizio prendesse un neurostimolatore per passare l'esame di specializzazione per diventare – diciamo – neurochirurgo e poi smettesse di far uso del farmaco. Altrimenti non vede il problema. Si dice un convinto assertore dell'idea che "dobbiamo avere una grande liberta' di fare dei nostri corpi e delle nostre menti cio' che ci pare opportuno, finche' le nostre azioni non violano i diritti, la liberta' e la sicurezza di altri. Perche' mai si dovrebbe voler porre un tetto alle capacita' intellettuali di un essere umano? E se uno e' molto nazionalista, perche' non dovrebbe desiderare per il suo paese un vantaggio sugli altri, particolarmente in quella che alcuni definiscono un'economia basata sulla conoscenza?". Non basta: "Pensiamo alla complessita' dei compiti intellettuali che la gente deve svolgere oggi. Gia' non e' semplice tentare di capire quello che sta facendo il Congresso! E' difficile valutare la gamma di problemi scientifici, tecnici e sociali. Se noi abbiamo uno strumento che permette alla gente di comprendere il mondo con un livello maggiore di raffinatezza mentale, come possiamo essere pregiudizialmente avversi e solamente perche' non approviamo che gli atleti lo facciano? A me pare che il problema sia diverso. E che meriti di essere dibattuto in separata sede".

Dopo un intervallo di parecchi anni, Seltzer ha ricominciato a far uso di neurostimolatori. Oltre al piracetam prende un mucchio di supplementi che gli paiono utili al funzionamento del cervello: oli di pesce, cinque antiossidanti, un prodotto chiamato Choco-Mind e altri, tutti acquistabili nei negozi di alimenti salutistici. Sta pensando di aggiungere il modafinil, ma ancora non l'ha fatto.

Ogni mattina a colazione si fa un intruglio con fiocchi d'avena, bacche, latte di soia, succo di melograno, semi di lino, farina di mandorle, uova crude e proteine in polvere. L'obiettivo di questa ricetta e' l'efficienza: si affida a una poltiglia appiccicosa "per avere tutto quello che serve, dal punto di vista nutrizionale, per il corpo e per la mente". Il gusto e' l'ultima cosa che ha in mente. Me lo ha raccontato nella cucina di casa sua; divide l'appartamento con un compagno, che e' entrato mentre stavamo parlando, ha ascoltato perplesso per un attimo e poi ha infilato nel forno una pizza surgelata.

La decisione di Seltzer di assumere il piracetam e' basata sulle sue letture online, abstract di riviste mediche compresi. Gli ho chiesto se il piracetam lo fa sentire piu' intelligente o solo piu' sveglio e sicuro di se', un po' meglio equipaggiato a mobilitare le risorse che possiede naturalmente. "Forse", ha risposto. "Ma non so con esattezza cosa voglia dire essere piu' intelligente. E' una qualita' difficile da misurare. E' il cosiddetto "fattore gestalt", quando tutte queste qualita' camminano di pari passo. Non sei solo abile nel maneggiare i numeri o nel ricordare certe cifre o una sequenza di numeri, ma sei anche in grado di mantenere uno stato emotivo che ti spinga al lavoro intellettuale. Io mi sento piu' intelligente, con questi farmaci, ma non sono in grado di quantificare i punti di Q.I.".

Gli effetti del piracetam sui soggetti normali sono stati analizzati ancora meno di quelli dell'Adderall o del modafinil. La maggior parte degli studi, pubblicati in peer-review (la revisione e' effettuata da colleghi), e' focalizzata sugli effetti nei pazienti affetti da demenza, vittime di colpi apoplettici o traumi cranici. Molti degli studi che guardano agli altri effetti neurologici sono stati condotti su topi e ratti. I meccanismi di azione del piracetam non sono ancora chiari, anche se si pensa che faccia crescere i livelli di acetilcolina (un neurotrasmettitore). Nel 2008, un comitato della British Academy of Medical Sciences ha segnalato che molti dei test clinici del piracetam nei casi di demenza erano scorretti dal punto di vista metodologico. Una recensione degli studi sul farmaco, anch'essa pubblicata, concludeva che i risultati "non sono a favore dell'uso di piracetam nel trattamento dei pazienti con demenza o deficit cognitivi", ma suggeriva ulteriori accertamenti. Ho chiesto a Seltzer se pensava di dover attendere la ratifica del piracetam da parte della scienza. Ha riso. "Non voglio. Perche' funziona".

La messa al bando dei neurostimolatori non ha alcun senso. Troppe persone ne fanno gia' uso e chi li prende tendenzialmente e' una persona istruita e privilegiata, che procede con cautela sufficiente a non cacciarsi nei guai. D'altra parte Anjan Chatterjee ha ragione a fare il paragone con la chirurgia plastica.

In una societa' di consumatori come la nostra, se la gente e' informata correttamente sui rischi e i benefici dei neurostimolatori, allora e' in grado di fare le sue scelte in tema di alterazioni della mente, proprio come e' in grado di decidere sulla rimodellazione del corpo. Eppure, anche se si prende atto che la neurologia estetica gia' esiste ed e' destinata a non sparire, c'e' qualcosa di sconfortante nel modo in cui questi farmaci vengono utilizzati e nel genere di aspirazioni che promuovono.

Jonathan Eisen, biologo evolutivo dell'universita' di Davis, in California, e' scettico a proposito di quello che chiama, beffardamente, "doping cerebrale". Nel corso di una recente conversazione mi ha parlato dei colleghi che prendono neurostimolatori per scrivere le richieste di finanziamento: "Trovo bizzarro che la gente usi queste pillole per compilare le richieste di fondi. Voglio dire, mi sembrerebbe piu' significativo se qualcuno producesse un paper davvero molto interessante spronato da una droga davvero molto interessante, un fungo magico o qualcosa del genere. Alla fine, vali quanto le idee che hai partorito".

Ma non siamo piu' negli anni '60, quando si pensava all'espansione delle menti. Ogni era, a quanto pare, ha le sue droghe e queste la definiscono. I neurostimolatori sono perfetti per l'ansia da competizione tra i colletti bianchi, in un'economia che annaspa. E hanno una relazione sinergica con le tecnologie digitali, sempre piu' sviluppate: piu' gadget possediamo, piu' siamo distratti e piu' abbiamo bisogno di aiuto per concentrarci. In generale la neurostimolazione non ti apre le porte della percezione, non spezza le catene del se', non ti fa provare un afflato di genialita'. Ti aiuta a tenere duro per qualche ora se vuoi finire la contabilita', quando vorresti solo crollare sul letto; ti fa prendere un 28 invece di un 26 all'esame di un corso nel quale hai passato meta' del tempo a mandare sms; ti fa ingozzare di test per l'ammissione ai corsi post laurea la notte, perche' il lavoro nel campo dell'informazione che hai trovato dopo il liceo si e' rivelato mortalmente noioso. I neurostimolatori non danno la liberta'. Piuttosto favoriscono una forma di produttivita' misera, per nulla romantica, oppressivamente efficientista.

L'inverno scorso ho parlato di nuovo con Alex, il laureato a Harvard, scoprendo che aveva ripreso a far uso di Adderall – una piccola dose giornaliera – dopo un'interruzione di parecchi mesi. Sentiva che stava imparando a usare il farmaco in modo nuovo, maggiormente disciplinato. Ora, lo prendeva non tanto per restare alzato fino a tardi per finire un compito che avrebbe dovuto portare a termine prima, quanto per "rimanere concentrato, cosa che mi fa desiderare di lavorare per piu' ore". E quale datore di lavoro avrebbe mai da ridire?

Margaret Talbot ( Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ) e' nello staff del New Yorker . Ha scritto di pappagalli intelligenti e macchine anti bugie.

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Fonte: Con Un Poco Di Pillole Il Cervello Va Su (di Wired Italia)
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Wikipedia EN Adderall: http://en.wikipedia.org/wiki/Adderall
Wikipedia Ritalin: http://it.wikipedia.org/wiki/Metilfenidato
Wikipedia Modafinil: http://it.wikipedia.org/wiki/Modafinil

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