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Per Non Finire Per Chiamare La Guerra Pace E La Pace Guerra (Lettera Di Claudio Dal Carcere) (di NoTAV Info) Stampa
Politica
Scritto da Joel   
Giovedì 22 Maggio 2014 09:00
Schieramento Sbirresco Contro I NoTAV
Per Non Finire Per Chiamare La Guerra Pace E La Pace Guerra (Lettera Di Claudio Dal Carcere) (di NoTAV Info)

http://www.notav.info/post/per-non-finire-per-chiamare-la-guerra-pace-e-la-pace-guerra-lettera-di-claudio-dal-carcere/

NoTAV Info

Il 22 Maggio prendera' il via il processo a nostro carico, a poco piu' di un anno dal sabotaggio di cui siamo accusati, per ribadire che lo Stato c'e' ed e' efficiente.
Sara' una grande giornata, un grande evento, di quelli in cui si possono esibire le toghe e le divise delle grandi occasioni. Se fino ad oggi a finire sotto processo erano stati i fatti specifici, non le legittime ragioni di una valle, ora che queste hanno cozzato con le ragioni di Stato non paiono piu' cosi' legittime.
Ai magistrati e' stato affidato il compito per conto del popolo di amministrare la giustizia, di appioppare a destra e manca mesi o anni di prigione per porre rimedio ai mali che affliggono la societa'. A loro tocca rendere la realta' e le nostre azioni codificabili penalmente.

In alcuni momenti particolari, tuttavia, quando giovani scapestrati od operai organizzati o valligiani testardi smettono di credere alle narrazioni dei cantastorie di turno e non temono piu' i moschetti o i randelli dei gendarmi, gli uomini di legge devono abbandonare la toga e impugnare la penna dello storico. Tracciare una bella linea ed affermare risoluti che tutto cio' che e' stato e' terrorismo, frutto di cattive passioni, causato da persone deviate, poco inclini a vivere come Dio comanda. Tirare una decisa pedata in faccia a queste canaglie che hanno osato alzare la testa, ricacciarli tra i rifiuti della storia. Cancellare tutto in modo che non vi sia piu' testimonianza di chi e' caduto nella tentazione della ribellione. Nei luoghi piu' significativi della resistenza si e' raggrumata e' usanza poi che sorga nei templi del potere.
Nel 1871 dopo aver massacrato i comunardi fino a tingere di rosso le strade di Parigi, l'imperatore Napoleone III fece costruire sulla collina di Montmartre, luogo simbolo per gli insorti, l'imponente basilica del Sacre' Coeur cosi' da bonificarla. Allo stesso modo la val Clarea, culla della libera repubblica della Maddalena, e' stata devastata e trasformata in un minaccioso fortino militare, tempio del progresso. Poco importa quanto effettivamente procedano i lavori, se la talpa scavi o se stia rintanata in un capannone, quello che conta e' che i frequentatori dei castagneti valsusini restino stupefatti di fronte a tale magnificenza, si sentano sopraffatti e provino rassegnazione. Le stesse sensazioni che vorrebbero farci provare quando varchiamo le soglie del Palagiustizia. Un edificio possente, con un'architettura sicuramente ispirata ad un romanzo di Kafka, posto al centro della citta' come monito ai rei dell'inesorabilita' della legge. Certo poca cosa da quando accanto sorge la figura slanciata del grattacielo Intesa-Sanpaolo. Chi avra' l'onore di sedere tanto in alto potra' dalla stessa finestra tener sott'occhio la distribuzione delle pene e volgendo lo sguardo piu' a ovest si augurera' di scorgere la devastazione di una valle.
Godendo di parecchio tempo libero offertomi dalla reclusione mi sono spesso interrogato sul motivo di una repressione tanto feroce e spettacolare. Non credo sia dovuto al grave danno che la lotta avrebbe arrecato, come vorrebbe il codice. Non penso sia neppure dovuta al fatto che un'assemblea popolare abbia sdoganato il sabotaggio come pratica legittima. La lotta No Tav fa paura perche' e' riuscita a dare concretezza a quel "no". Quando ha trovato la strada sbarrata e' riuscita a scovarne di nuove e quando queste risultavano impraticabili non ha esitato a inerpicarsi sui sentieri. E' riuscita ad evitare gli ostacoli oltre i quali non erano riusciti ad andare i movimenti di protesta da piu' di 30 anni, come la sterile diatriba violenta-nonviolenza.
Il problema non e' capire se un'azione e' violenta oppure no, ma quali parametri la rendono tale e chi determina questi parametri. I giornali, nelle varie evoluzioni che e' in grado di offrirci la tecnica, oltre ad avere la capacita' di descrivere una realta' conforme ai voleri dei propri finanziatori, son sempre di piu' il mezzo con cui si creano e si diffondono opinioni, giudizi e indignazioni. L'omicidio di due pescatori disarmati diventa un atto di mirabile eroismo, sequestrare 60000 fra donne e uomini nelle patrie galere un atto di amorevole rieducazione, il pestaggio di un migrante mentre sta distruggendo la sua gabbia in un Cie e' l'occasione per denunciare i pesanti turni degli operatori di polizia, i lacrimogeni e le botte distribuiti su in valle nient'altro che lezioni di democrazia.
Chi distrugge le macchine con cui si vorrebbe devastare un territorio, chi prova a cacciare a sassate i carabinieri e la polizia che occupano militarmente un luogo liberato compie atti gravissimi, di una violenza inaudita, con evidente finalita' terroristica.
Ogni gesto di ribellione sia individuale sia collettivo e' stigmatizzato senza alcuna paura di cadere nel ridicolo. A dar retta a questi novellatori da quattro soldi finiremmo per chiamare la guerra pace e la pace guerra.
Nell'evolversi della lotta il ruolo dei mezzi d'informazione e la loro complementarieta' al sistema Tav si e' fatto di un'evidenza imbarazzante. Se non e' stato possibile discutere con loro sull'utilita' dell'opera, lo sara' ancor meno su quali mezzi siano piu' idonei per bloccarla.
Abbandonare la dialettica violenza-nonviolenza poiche' qualsiasi azione che rechi con se' una critica radicale verra' osteggiata o peggio ancora derisa e snaturata. Discutere invece di mezzi e fini. Da una parte la costruzione di una ferrovia come vettore di una civilta' fondata sullo sfruttamento del capitale umano, sul saccheggio delle risorse, sull'estrazione di profitto ad ogni costo, dall'altra parte noi consapevoli da tempo che la testimonianza non e' piu' sufficiente, ma con un bagaglio enorme di idee e pratiche alcune vecchie di decenni altre inventate ex novo alle pendici del Rocciamelone, alcune piu' efficaci altre strampalate. Non frutto di gruppi paramilitari o neo-guerriglieri come vorrebbe la letteratura questurina, ma espressione di una comunita' che si scopre nella lotta. Una comunita' in marcia e in lotta, perche' solo quando il conflitto sociale esplode, quando cadono i veli e le contraddizioni della societa' non possono piu' essere tollerate che gli individui possono costruire rapporti non mediati dalla merce ma costruiti dalla complicita' e dalla condivisione. Per questo motivo oggi siamo accusati di terrorismo e per lo stesso motivo non temo questo processo ne' le mura e le sbarre della prigione asettica in cui mi hanno sbattuto.
Approfitto per mandare un abbraccio furioso ai miei tre compari di sventura e a tutti gli amici che in ogni modo mi hanno scaldato il cuore in questi mesi.
Claudio Alberto

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Fonte: Per Non Finire Per Chiamare La Guerra Pace E La Pace Guerra (Lettera Di Claudio Dal Carcere) (di NoTAV Info)
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