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I Paradossi Della Crisi Europea (di Lo Straniero) Stampa
Politica
Scritto da Joel   
Venerdì 03 Giugno 2016 09:00
Danilo Sentinelli - I Paradossi Della Crisi Europea
I Paradossi Della Crisi Europea (di Lo Straniero)

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Lo Straniero

Il processo di unificazione europea attraversa oggi una crisi profonda, la piu' grave dal momento della sua nascita agli inizi degli anni cinquanta. In meno di un anno, a partire dalla crisi greca e subito dopo da quella dei rifugiati, l'Unione ha mostrato il suo volto di Medusa, cosi' spaventoso che, guardandolo, si rischia di restarne pietrificati. Non c'e' piu' nessuno che si illuda su un'istituzione che, al posto di incarnare un'idea federalista, e' diventata un guscio vuoto quando non un oggetto di battute e di sarcasmi.
I soli a rivendicarne ritualisticamente le virtu' sono i membri di una classe politica altamente discreditata, che sembra non aver piu' cultura ne' valori e che, piu' dichiarano di credere nell'Unione Europea, piu' la squalificano, anche quelli tra loro, maschi o femmine, che non hanno mai avuto simpatia per l'antieuropeismo conservatore, nazionalista, xenofobo.

La xenofobia cresce dovunque, come succede sempre in tempo di crisi, quando l'assenza di un'alternativa politica credibile crea un vuoto riempito solo dalla paura, dal ripiegamento identitario, dall'egoismo piu' ottuso, dalla ricerca di un capro espiatorio. La crisi dei rifugiati va avanti da mesi in circostanze sempre piu' drammatiche ed e' la vistosa dimostrazione di tutto questo. Accogliere i nuovi paria e' un dovere etico e politico, innanzitutto perche', oltre ogni considerazione di ordine umanitario, questi migranti sono in fuga da guerre che sono nostre, che sono il risultato della destabilizzazione del Vicino Oriente e di una parte dell'Africa, in paesi che sono piombati nel caos per via delle guerre occidentali, che li hanno balcanizzati distruggendo i loro stati e le loro economie, spezzando equilibri etnici e religiosi gia' precari, nati un secolo fa con la spartizione coloniale delle spoglie dell'Impero ottomano. Su tutto questo, nessun leader europeo ha il coraggio di dire la verita' e di assumere le sue responsabilita'.

Un discorso di verita' dovrebbe cominciare ricordando alcuni dati elementari. L'Europa ha bisogno di migranti, ne ha bisogno per sopravvivere, per bloccare il declino demografico, per mandare avanti le sue fabbriche, i suoi laboratori, i suoi servizi, dunque per mantenere il suo potere economico, per pagare le pensioni di una popolazione sempre piu' vecchia, per aprirsi al mondo globalizzato. Tutti gli osservatori ripetono questa evidente, banale constatazione, ma le sole misure coordinate su scala continentale di cui i nostri leader sono stati sinora capaci sono state la chiusura delle frontiere, la militarizzazione delle coste, l'espulsione dei sans-papiers, la moltiplicazione dei centri di permanenza che funzionano come luoghi anomici di umiliazione e di miseria. L'Europa considera i suoi immigrati come una minaccia al punto di rifiutare in piu' paesi di naturalizzare gli "stranieri" nati sul suo suolo ed educati nelle sue scuole, al punto di promulgare leggi che mirano a stigmatizzare i suoi cittadini di religione musulmana. Questa mancanza di visione e di coraggio ha reso i nostri leader politici corresponsabili del massacro che si compie giorno per giorno nel Mediterraneo. Fino a oggi le loro discussioni non hanno mai riguardato il modo di accogliere questa massa di persone in movimento che fuggono da regioni devastate da guerre che noi abbiamo provocato ma solo il modo di impedire che ne partano. Qualche centinaio di migliaia di rifugiati, intorno a uno o due milioni, sono poca cosa in un continente che ha piu' di 500 milioni di abitanti, sono niente in rapporto a quanto avviene oggi in paesi piu' piccoli e piu' poveri come il Libano, la Giordania o la Tunisia. Questa crisi e' servita soltanto a rimettere in discussione i trattati di Schengen, a provocare la chiusura delle frontiere in seno all'Unione, a rivelare la totale incapacita' dei nostri governi di trovare una soluzione coordinata. Sembra di essere tornati alla conferenza di Evian del 1938, quando le potenze occidentali dimostrarono la loro assenza di volonta' ad accogliere i rifugiati ebrei in fuga dalla Germania nazista. Nessuno li voleva, e gli argomenti a cui si ricorse per respingerli erano stranamente simili a quelli di oggi: la crisi economica, la mancanza di strutture di accoglienza, l'opinione pubblica contraria... La storia si ripete e i memoriali dell'Olocausto moltiplicatisi in Europa nei due ultimi decenni servono solo a dimostrare l'ipocrisia delle nostre istituzioni.

La crisi europea di questi anni e' fatta di contraddizioni e di paradossi. Il primo e' facilissimo da constatare e viene dal fatto che il vecchio mondo non e' mai stato, nel corso della sua storia, cosi' unito e compiuto come e' oggi, nel momento in cui gli Stati minacciano di chiudere le proprie frontiere. Eppure per milioni di giovani sui vent'anni, le frontiere non significano piu' molto. Hanno studiato in piu' paesi dove si sono fatti degli amici, in cui viaggiano e di cui imparano le lingue. I loro scambi si intensificano e quando si incontrano non si vivono come stranieri, le differenze culturali che li caratterizzano non le considerano degli ostacoli ma fonti di reciproco arricchimento. Insomma le nuove generazioni hanno scoperto il significato piu' nobile della parola "frontiera", quello di un luogo di incontro invece che di separazione. L'esperienza cosmopolita dell'Europa, riservata un tempo a un'elite di privilegiati o, sotto aspetti assai meno gratificanti, di lavoratori migranti, e' oggi un fenomeno di massa. In altri termini, l'unita' europea esiste gia', anche se non ha niente a che vedere con la retorica di Bruxelles ne' coi discorsi razzisti e islamofobi sull'Europa "giudaico-cristiana". Esiste nel suo tessuto antropologico e culturale. Dunque la crisi dell'Europa attuale non e' la crisi dell'integrazione sovranazionale delle societa' da cui e' composta ma nasce dal rifiuto compatto, e sempre piu' radicale, che viene dalle sue istituzioni politiche. L'ascesa dei movimenti xenofobi che rivendicano il ristabilimento delle frontiere, la fine della moneta unica e la restaurazione delle sovranita' nazionali non fanno che sfruttare questo rifiuto proponendogli una traduzione politica regressiva. Chi vota per questi movimenti vuole prima di tutto levare la sua voce contro la "cricca" di Bruxelles. La crisi europea e' una crisi politica.

E' dunque alle elite politiche che bisogna guardare. La differenza che le separa dai loro antenati e', da questo punto di vista, impressionante. Il contrasto e' cosi' forte che, per reazione, non si puo' che provare una certa ammirazione per quei vecchi conservatori che sono stati giubilati quali padri spirituali dell'Europa. Non mi riferisco a quegli intellettuali che, come Altiero Spinelli, hanno immaginato una federazione europea nel momento in cui il vecchio mondo stava sprofondando nella guerra, penso agli artefici delle nostre attuali istituzioni, agli Adenauer, De Gasperi, Schuman... Erano nati tutti, come ha ricordato di recente Susan Watkins, intorno agli anni ottanta dell'Ottocento, quelli dell'apogeo del nazionalismo, e si erano formati in un'epoca in cui si circolava ancora su carrozze a cavallo. A unirli era forse una stessa concezione europea del germanesimo: Adenauer era stato sindaco di Colonia, De Gasperi aveva rappresentato la minoranza italiana nel parlamento dell'Impero asburgico e Schuman si era formato a Strasburgo, nell'Alsazia tedesca di prima del 1914. Quando si riunivano parlavano in tedesco, ma erano legati a una Germania cosmopolita, multiculturale, ben diversa dalla tradizione del nazionalismo prussiano e dal pangermanesimo. Avevano una visione dell'Europa di cui disegnavano un percorso comune dentro un mondo bipolare, e avevano non poco coraggio, quando proponevano un destino comune a popoli che si erano appena massacrati a vicenda. Il loro progetto di integrazione economica del continente - il carbone e l'acciaio - sapeva di volontarismo politico. Concepivano il mercato comune come una prima tappa verso l'unificazione politica, non come un atto di sudditanza delle nazioni ai diktat dei mercati. Gli ultimi ad agire come uomini di stato, nel meglio e nel peggio, sono stati Kohl e Mitterrand, che non erano certamente della stessa stoffa dei loro predecessori, ma non erano nemmeno i meri esecutori delle scelte dei consigli d'amministrazione delle grandi banche e delle agenzie finanziarie internazionali.

La generazione che li ha sostituiti tra la fine del ventesimo secolo e l'inizio del ventunesimo non ha ne' visione - rivendica anzi la sua mancanza di idee e di valori come una virtu' del pragmatismo post-ideologico - ne' coraggio, essendo le sue scelte dettate quasi sempre dai sondaggi d'opinione. Il suo paradigma e' Tony Blair, un artista della menzogna, dell'opportunismo, del carrierismo politico, oggi ampiamente screditato nel proprio anche se e' pur sempre implicato in molte iniziative lucrose. Filo-europeo convinto, il piu' europeo tra tutti i leader politici inglesi del dopoguerra, e' l'emblema di una mutazione: della nascita di un'elite politica neo-liberale che e' andata oltre la tradizionale divisione tra la destra e la sinistra, che Tariq Ali chiama "estremo centro". E' Blair il modello di Francois Hollande, di Matteo Renzi, dei leader del Psoe e perfino, per molti aspetti, di Angela Merkel, che regna in perfetta armonia con l'Spd. Oggi il neoliberalismo ha assorbito sia gli eredi della socialdemocrazia sia quelli delle destre conservatrici cristiane.

Il risultato di questa mutazione neoliberale e' stato l'affondamento dello stesso progetto europeo. Da una parte, la mancanza di visione ha portato le elite politiche, di destra come di sinistra, a concepire le istituzioni europee soltanto come agenzie per la messa in pratica e la protezione delle misure dettate dai mercati, e cioe' dal capitalismo finanziario; d'altra parte la loro mancanza di coraggio li ha portati a stoppare ogni passo in avanti nel processo di costruzione politica. Obnubilati dai sondaggi e dai discorsi mediatici, pensano che far politica consista nel favorire l'economia di mercato e nel blandire l'elettorato dell'estrema destra populista e xenofoba. E cosi', paralizzata tra l'impossibilita' di un ritorno ai vecchi stati-nazione sovrani e l'incapacita' di dotarsi di istituzioni federali, l'Unione Europea ha partorito un mostro storicamente inedito e certamente unico: la "Troika", un organismo che non esiste sul piano giuridico-politico e che e' privo di qualsiasi legittimita' democratica, ma che costituisce di fatto il vero potere del continente. L'Fmi, la Bce e la Commissione dettano la politica dei governi dell'Unione, ne verificano i risultati e ne decidono gli adeguamenti: fanno e disfano i governi, come e' accaduto in Italia alla fine del 2011 quando Mario Monti, uomo della Bce e di Goldman Sachs venne chiamato (da un presidente della Repubblica venuto dal Pci) a sostituire Berlusconi. A volte si spingono ancora oltre, come hanno fatto in Grecia nella scorsa estate. Il potere di decidere del diritto di vita e di morte degli esseri umani, che era, secondo Foucault, quanto caratterizzava il potere sovrano classico, e' esattamente il potere che si e' arrogata la Troika durante la crisi greca, quando ha minacciato di asfissia un intero paese. La' dove la Troika non ha interessi da difendere, come oggi nella crisi dei rifugiati, allora l'Unione non esiste e si disarticola, e ogni paese mira a chiudere le proprie frontiere.

Ma questo potere non e' emanato da nessun parlamento e non e' l'espressione di nessuna sovranita' popolare, perche' l'Fmi non e' parte dell'Ue e la Bce e' per suo stesso statuto un'istituzione indipendente. Si tratta dunque, come vari osservatori hanno sottolineato, di uno stato d'eccezione. Che pero' non ha molto da spartire con le dittature che si sono succedute nella storia dal mondo antico fino al ventesimo secolo e che, secondo la teoria classica, esprimevano una tendenza all'autonomia del politico. Nella crisi attuale dell'Ue, questo stato d'eccezione non e' transitorio: esso rappresenta il normale modo di funzionamento delle sue istituzioni - l'eccezione diventa la regola - e implica una completa sottomissione della politica al potere della finanza. Si tratta insomma di uno stato d'eccezione che instaura una sorta di dittatura del capitalismo finanziario. E' quest'ultimo a fissare le regole; e sta alla Troika fare in modo che i vari governi le applichino. E' in questa chiave che bisogna intendere l'ordoliberalismo del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble: non un capitalismo sottoposto a delle regole ma un capitalismo finanziario che detta lui le sue regole, e si tratta di regole costrittive. E chi meglio di Claude Juncker poteva incarnare questo stato d'eccezione finanziario? Per vent'anni alla testa del Granducato del Lussemburgo, uno stato dalla sovranita' fittizia la cui sola ragion d'essere e fonte della sua prosperita' era il fatto di essere un paradiso fiscale, Juncker aveva fatto del suo paese la patria del capitalismo che sfugge alle regole. La definizione che dava Marx dello stato nel diciannovesimo secolo - quella di "comitato d'affari della borghesia" - sembra aver trovato oggi nella Ue una perfetta incarnazione.

Questo stato d'eccezione finanziario rivela, per quanto riguarda il ruolo della Germania, il paese che ne e' il principale gestore con la complicita' della maggior parte dei governi europei, un altro paradosso. Al tempo della guerra fredda, il mito della "Grande Germania" era diventato un oggetto storiografico, una specie di "futuro passato" evocato ora con nostalgia ora con sollievo: la demoniaca grandezza della "potenza del centro" (Michael Sturmer), della Mitteleuropa - l'Europa di mezzo sognata da Friedrich Naumann - che era l'incubo dei piccoli paesi stretti tra la Prussia e la Russia e la cui paura di venire annientati provocava quell'"isteria politica" che e' stata accuratamente analizzata da Istvan Bibo'. Ma dopo la caduta del muro di Berlino e la riunificazione della Germania, quel paese ha improvvisamente ritrovato il suo status di Macht der Mitte, e stavolta al centro di una piu' vasta Ue.

Nel 1990, il ritorno della "Grande Germania" preoccupava non solo i suoi vicini ma anche una parte dei suoi stessi cittadini. Si era a pochi anni di distanza dallo Historikerstreit - il violento dibattito che aveva opposto Jurgen Habermas a Ernst Nolte, il patriottismo costituzionale al revisionismo storico - ed e' in nome della memoria dei crimini nazisti che alcune grandi figure intellettuali della Repubblica federale, a cominciare da Gunther Grass, chiedevano che il paese rimanesse diviso. La ferita doveva restare aperta. I polacchi esigevano, come cauzione per l'Anschluss della Repubblica democratica, un nuovo trattato che riconoscesse le frontiere del dopoguerra, la sacralizzazione della linea Oder-Neisse. E' stato allora che la Francia, che da sempre concepiva il processo di unificazione europea come un mezzo per neutralizzare il suo potente vicino, dette il via libera all'unita' tedesca in cambio di una moneta comune. Nella visione machiavellica degli allievi francesi dell'Ena (la scuola che forma i pubblici amministratori) che Mitterrand fece propria a suo modo, l'euro avrebbe dovuto assorbire il Deutsche Mark e soffocare cosi' le velleita' di dominio della Germania. Essi consideravano la creazione di una moneta unica europea in assenza di uno Stato europeo come una brillante strategia di contenimento.

Il forte risveglio di memorie che attraversava allora il continente e al cui centro c'era l'Olocausto, provocava da un lato la paura di un ritorno del pangermanesimo e dall'altro la convinzione che il solo modo per allontanare questa minaccia fosse il rafforzamento delle istituzioni europee. Il giorno in cui la Germania rinuncio' al Deutsche Mark per condividere l'euro con i suoi partner europei - paesi del Sud compresi, dall'Italia alla Spagna, dal Portogallo alla Grecia - la paura di vedere i carri armati tedeschi sfilare a Praga e a Varsavia, a Parigi e a Milano, scomparve definitivamente. Ma venticinque anni dopo i timori di allora fanno sorridere. Nel quarto di secolo appena trascorso, l'idea di ricostituire il Reich d'anteguerra non ha sfiorato la mente di nessun leader politico tedesco. Oggi un gigantesco monumento in memoria dell'Olocausto troneggia al centro di Berlino, a fianco del vecchio Reichstag, e la Germania rimane, nonostante le manifestazioni di Pegida e i successi elettorali di Alternative fur Deutschland (Afd), uno dei paesi meno xenofobi del continente, senza confronto con la Francia del Front National, l'Italia della Lega Nord e i loro confratelli del Regno Unito, dell'Austria, del Belgio e dell'Olanda, per non parlare dei nuovi paesi membri della Ue, tra i quali primeggia il razzismo di stato ungherese. Il Volk ohne Raum e' diventato un mito arcaico nel mentre che l'espansionismo tedesco ha trovato nell'euro il suo strumento piu' efficace. La Germania ordoliberale non ha bisogno di diventare una potenza militare per conquistare i mercati continentali, le basta l'euro. E' questo il secondo paradosso dell'Europa, e illustra una sorprendente eterogenesi dei fini: nato per contenere la potenza tedesca, l'euro si e' trasformato nel suo mezzo e perfino, come ha dimostrato la crisi greca, nel suo simbolo.

L'unione monetaria senza unione politica sta distruggendo la democrazia, sta screditando i governi (di destra come di sinistra) votati all'austerita', sta provocando forti disuguaglianze socio-economiche tra i paesi del continente. Estranea a ogni idea democratica di divisione delle risorse e priva di qualsivoglia strategia di sviluppo comune, l'unione monetaria e' diventata un meccanismo perverso che setaccia le ricchezze dei paesi poveri convogliandole verso i paesi ricchi. C'e' in questo qualcosa che ricorda il colonialismo, anche se oggi non si tratta piu' del furto delle materie prime di un paese ma piuttosto di depredarlo con il trucco dello spread. E' in questo modo che l'economia e le banche tedesche prosperano a spese dei paesi indebitati.

Questa eterogenesi dei fini nel processo di costruzione europea non dimostra soltanto la cecita' di chi ha concepito l'unione monetaria, svela altresi' l'irresponsabilita' storica dei suoi beneficiari. Se l'euro ha permesso alla Germania di arricchirsi, non l'ha pero' legittimata a dirigere il continente; ha dimostrato piuttosto la sua incapacita' a sostenere questo ruolo. Il nazismo, la disfatta e la guerra fredda hanno spento le ambizioni geopolitiche della Germania senza affatto rimuovere il suo egoismo nazionale. Ed e' certamente questa una delle cause della crisi europea, perche' la Germania e' condannata, dalla sua posizione geografica, dal suo peso economico e demografico, a sostenere nel continente un ruolo dirigenziale. E questo esige dai suoi leader - come e' stato il caso dei padri fondatori della Comunita' europea - una visione ed esige coraggio, ed e' esattamente questo che manca all'elite politica attuale, priva sia di un'ambiziosa visione continentale sia del coraggio di scelte che potrebbero entrare in contrasto col suo egoismo nazionale. Jurgen Habermas ha scritto che, nel corso delle negoziazioni durante le quali la Grecia ha dovuto piegarsi al ricatto della Troika, Merkel e Schauble erano riusciti in una sola notte a cancellare i tentativi di piu' decenni di restituire alla Germania la sua dignita' in seno alla comunita' internazionale; ma la punizione inflitta alla Grecia e' poca cosa di fronte al colpo inferto all'immagine e alla credibilita' dell'Ue, e perfino all'idea stessa dell'unita' europea. I leader tedeschi non possono pretendere di dirigere un continente di 500 milioni di abitanti agendo come rappresentanti della Bundesbank. "Dominio senza egemonia" (rule without egemony) e' la definizione data dagli storici al sistema di potere coloniale degli inglesi in India, una formula che corrisponde piuttosto bene alla posizione della Germania nell'Europa contemporanea. Merkel e Schauble non sono pero' un'eccezione, Sigmar Gabriel e Martin Schultz vengono subito dopo, in quel legame simbiotico con la destra che caratterizza la socialdemocrazia quantomeno dopo Gerhard Schroder, passato in pochi mesi dalla cancelleria tedesca al consiglio di amministrazione di Gazprom.

La tragedia europea deriva anche dal fatto che quest'evidente vuoto dell'egemonia tedesca va di pari passo con la complice passivita' degli altri paesi, a cominciare da una Francia diventata l'ombra di se stessa, per non dire dell'Italia e della Spagna, che sembrano rivendicare un ruolo di allieve remissive e obbedienti (ancora una volta senza nessuna differenza tra la destra e la sinistra). Insomma, il paradosso tedesco non e' in definitiva che un aspetto della contraddizione che abbiamo indicato all'inizio, quella dell'unificazione progressiva di un continente che non si riconosce piu' nelle sue istituzioni e nelle elite politiche che le controllano. E' evidente che questa contraddizione non potra' venir superata da un ripiegamento nazionale interno e dal ritorno alle vecchie sovranita'. Essa esige che il progetto europeo venga rifondato in blocco ed esige la fine dello stato d'eccezione oggi in atto.

Forse la crisi greca dell'anno scorso e' stata il segno premonitore di una mutazione molto piu' vasta. Il governo di Syriza era troppo debole di fronte al rullo compressore della Troika, ma Alexis Tsipras e' stato, durante sei mesi di resistenza, un simbolo per tutto il continente. Oggi le speranze si rivolgono verso la Spagna, dove Podemos ha preso il posto di Tsipras, mentre in Inghilterra Jeremy Corbin esprime una simile volonta' di resistenza. L'emergere di questi movimenti e' solo il primo sintomo di un cambiamento possibile, e' la dimostrazione che e' possibile uscire dalla crisi dell'Unione con una svolta a sinistra, non xenofoba e non fondata sul ritorno alle frontiere nazionali. Questi movimenti dimostrano che per costruire questa alternativa occorre cambiare la sinistra, superando i modelli ereditati dal ventesimo secolo.
Traduzione di Saverio Esposito

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Fonte: I Paradossi Della Crisi Europea (di Lo Straniero)
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