Immagini

Prossimi Concerti

Tanto Di Cappello Records

Vegan Riot

VegFacile - Go Vegan!

Animal Liberation Front
Home Articoli Politica A Bologna Il Tappo E' Saltato (di Radio Citta' Fujiko)
A Bologna Il Tappo E' Saltato (di Radio Citta' Fujiko) Stampa
Politica
Scritto da Joel   
Lunedì 13 Febbraio 2017 10:00
A Bologna Il Tappo E' Saltato
A Bologna Il Tappo E' Saltato (di Radio Citta' Fujiko)

http://www.radiocittafujiko.it/news/a-bologna-il-tappo-e-saltato

Radio Citta' Fujiko - Quotidiano Online Indipendente

Riflessioni dopo lo sgombero del 36 di via Zamboni.

La celere dentro l'Universita' e la guerriglia urbana per le strade sono uno degli apici di un problema piu' profondo che va anzitutto compreso. Da tempo sotto le Due Torri l'obiettivo non sembra essere piu' quello della coesione sociale. Una possibile lettura dello stato di salute di Bologna.

I cinquantenni e sessantenni di oggi, quelli che quarant'anni fa avevano 20 o 30 anni, hanno subito evocato una similitudine: il 1977 a Bologna.
I moti studenteschi, l'uccisione di Francesco Lorusso, lo sgombero di Radio Alice e i carrarmati, mandati dal governo Andreotti e dal ministro degli Interni Francesco Cossiga, per le strade della citta', governata da Renato Zangheri.
"Sono state inaugurate le celebrazioni per il quarantesimo del '77", e' l'ironia amara di qualcuno sui social network. In effetti, fra un mese esatto, ricorrera' l'anniversario di quell'evento.

Non e' facile commentare quanto accaduto ieri al 36 di via Zamboni, sede della biblioteca di Discipline umanistiche dell’Universita' di Bologna, e successivamente in piazza Verdi, cuore della zona universitaria: la polizia che fa irruzione nell'Ateneo per sgomberare un'aula studio occupata, l'autentica guerriglia urbana registratasi a seguire.
Non e' facile commentare se si abbandonano, almeno per un momento, le scelte di campo. Eppure e' un esercizio necessario perche', prima di aderire al celebre invito gramsciano sulla necessita' di non essere indifferenti e di parteggiare, occorre anzitutto capire la complessita' della situazione.

Ieri abbiamo assistito ad uno dei culmini di una tensione sociale che da tempo attraversa il capoluogo emiliano romagnolo. Non si puo' dire, infatti, che si tratti di un episodio isolato, improvviso o inaspettato. Se dovessimo disegnare un'immagine del conflitto nella nostra citta' negli ultimi tempi, potremmo forse immaginarla come una catena montuosa, composta di tante vette, piu' o meno ravvicinate.
La coesione e la pax sociale, tanto cara alla tradizione bolognese, inaugurata da Giuseppe Dozza nel secondo Dopoguerra e praticata da molti amministratori che sono seguiti, sembra non essere piu' un obiettivo, un orizzonte che guida le pratiche di governo della citta'.

Se si esclude il '77, che non fu un fenomeno solo cittadino (per quanto a Bologna abbia avuto le sue peculiarita' e le sue vicessitudini), il giro di boa puo' essere collocato nel 2004, con l'elezione di Sergio Cofferati a sindaco di Bologna. Perfino Giorgio Guazzaloca, colui che simbolicamente ruppe il tabu' della guida politica della citta', si puo' collocare nel solco della tradizione amministrativa votata alla pax sociale. Durante il suo mandato i movimenti bolognesi hanno vissuto una sorta di epoca d'oro, vedendosi riconosciuti spazi e convenzioni come non accadde piu' in seguito. Non e' un caso, infatti, che Guazzaloca abbia tollerato de facto, ad esempio, l'occupazione di Atlantide, cominciata nel 1997 e che abbia assegnato nel 2002 ad Xm24 lo spazio di via Fioravanti, di cui oggi si discute. Il primo e unico sindaco ufficialmente di centrodestra della citta' aveva capito che per consolidare il proprio potere doveva limitare i fronti di contrapposizione.

Il "forestiero" Cofferati, invece, comincio' a far saltare i delicati equilibri cittadini e non solo nel rapporto con i collettivi. Inizio' la crociata (piu' mediatica che concreta) contro i lavavetri, inventandosi l'ombra del racket che fu smentita dalla Procura; varo' il concetto di "accoglienza disincentivante", tagliando a mani basse i servizi di bassa soglia e trasformando la lotta alla poverta' in lotta ai poveri; fece rombare le ruspe (vi ricorda qualcosa?) per sgomberare gli accampamenti di fortuna sul lungoreno; estese e difese le ordinanze antibivacco della precedente Amministrazione. E questi sono solo alcuni esempi di una retorica legalitaria che gli e' valsa la definizione di "sindaco sceriffo".

A seguire abbiamo avuto l'infelice parentesi di Flavio Delbono e il commissariamento di Annamaria Cancellieri. Fino a Merola.
E' interessante analizzare l'operato dell'attuale primo cittadino al secondo mandato, perche' e' possibile cogliere dei cambi di rotta in rapporto alla situazione politica e sociale nazionale, in particolare per cio' che concerne il cambio nella dirigenza del Partito Democratico.
Inizialmente Merola si e' contraddistinto per un'azione politica blanda, inserendosi nella scia di una citta' benestante, dove la sua poca capacita' di gestire tensioni e situazioni critiche era mascherata dalle poche occasioni in cui queste sono emerse.

Il primo strappo e' arrivato col referendum sui finanziamenti alle scuole private, che ha avuto il merito di mettere in luce i meccanismi con cui, da Walter Vitali in poi, la citta' riusciva a mantenere un equilibrio. Questi meccanismi riguardano la spartizione dei poteri e dei settori attraverso il concetto della sussidiarieta' monetizzata. Il mondo cattolico era ricompensato dai lauti finanziamenti alle sue scuole private e dalla liberta' di azione in alcuni settori socio-assistenziali e sanitari. La restante fetta dell'economia andava all'universo di Legacoop.

La crisi economica e sociale, pero', ha iniziato a sfaldare il benessere cittadino. E' scoppiata l'emergenza abitativa, la disoccupazione e altre tensioni che non hanno consentito all'Amministrazione Merola di tirare a campare.
Il sindaco era totalmente impreparato a fronteggiare la situazione e, come si e' rivelato, completamente incapace di farlo. Di qui la schizofrenia manifestata, ad esempio, sul tema delle occupazioni. Da un lato Merola ha cercato di mostrare un lato umano, ad esempio disponendo il riallaccio dell'acqua a due occupazioni abitative, dall'altro pero', incalzato dalla Questura e dagli ordini arrivati dal governo Renzi (quello del Piano Casa) e dal ministro Alfano, ha dovuto cedere ad un cambio di linea a cui, in un primo momento, ha provato a resistere.

Parallelamente, pero', Merola ha puntato su un'idea di citta' da cartolina. I progetti di riqualificazione e rigenerazione urbana, la spinta sul turismo, il progetto di Fico e l'insistenza sul brand del "food" sono apparsi come un tentativo di cambiare la narrazione di una citta' che, forse per la prima volta dal dopoguerra, iniziava a soffrire.
Non essendo in grado di risolvere la questione sociale e il venir meno della prosperita' e opulenza proverbiale di Bologna, il sindaco ha tentato di rimuoverla dal discorso pubblico e dalla citta', cercando di confinarla e spingerla fuori dai luoghi caldi. Cio', pero', non ha fatto altro che inasprire le tensioni.

Il cambio totale di atteggiamento e' arrivato sul caso di Atlantide. Inizialmente il primo cittadino ha mostrato disinteresse per la questione, ma in un secondo momento e' stato indotto ad intervenire e lo ha fatto nella peggiore tradizione della destra. Ha imbracciato una retorica legalitaria che faceva acqua da tutte le parti e ha fatto sgomberare uno spazio senza alcuna ragione concreta, senza motivi che non potessero essere risolti con una risposta politica.
Dallo scorso Giugno, quando e' stato confermato sindaco dopo il ballottaggio con la leghista Lucia Borgonzoni, i gia' flebili toni sull'importanza della coesione sociale sono spariti per fare spazio ad altre priorita': cemento, commercio, traffico e rimozione di tutti gli stili di vita e di fare politica non normalizzabili.

La linea imposta a Merola sembra la stessa adottata dal rettore Francesco Ubertini nel microcosmo bolognese dell'Universita'. Presentatosi con un volto piu' dialogante rispetto a quello del suo predecessore, Ivano Dionigi, alla prova dei fatti (e in poco tempo) ha dimostrato di avere un'idea autoritaria nella gestione del dissenso studentesco. Prima la questione della mensa universitaria, con la risposta dura della celere contro gli studenti del Cua che rivendicavano prezzi piu' bassi per il servizio, poi la questione dei tornelli, culminata nei fatti di ieri.

Le azioni del Cua non sono sempre condivisibili nei modi. Lo testimoniano, ad esempio, i commenti di altri studenti dell'Universita' sulla pagina Facebook dello stesso collettivo.
Particolarmente interessante e' il messaggio lasciato da una studentessa dopo quanto accaduto ieri:
Quello che e' successo oggi e' gravissimo e gran parte della responsabilita' e' vostra. Due premesse doverose. Uno. Inviare la celere e caricare all'interno di una biblioteca universitaria e' un atto vergognoso. Perche' e' un atto che mira a punire, a dare una lezione, a creare disagio e spavento piuttosto che un atto di ordine pubblico. E soprattutto non era indispensabile, anzi era pericoloso considerate le dimensioni del 36, la scarsa possibilita' di fuga, la grande affluenza di studenti, il panico che poteva generarsi. Chi ha mandato la celere non ha preso in considerazione le conseguenze possibili e ha mancato di rispetto chi non c'entra niente. Due. Mi dispiace se qualcuno si e' ferito. Detto cio', non sono per niente d'accordo con quello che state facendo. A mio avviso la vostra non e' lotta, e' una corrida tra voi e i poliziotti e voi siete il torero. Perche' vi piace provocare il toro, vi piace lo scontro e se venite incornati passate per gli eroi e il toro per la bestia. Sia chiaro. A me la celere non piace, soprattutto dentro la mia universita'. Ma neanche il vostro atteggiamento. Vi fate portavoce degli studenti, ma avete pochissimo seguito. Perche' non badate davvero alle necessita' degli studenti, siete solo alla ricerca di cause, rivendicazioni, motivi di protesta solo per ribadire la vostra esistenza, dare una giustificazione al vostro essere "antagonisti". Non vi diro' mai di stare zitti, di fare quello o di fare questo perche' non fa parte del mio modo di essere. Pero' vi consiglio di riflettere sulle vostre priorita', le vostre cause e le vostre responsabilita'. E soprattutto sul vostro ruolo. E da studentessa a studenti vi chiedo, cosa siamo davvero chiamati a fare oggi in Italia (e nel mondo) in quanto studenti? Qual e' il nostro ruolo, la nostra missione?
La studentessa di Lettere fa una fotografia interessante delle modalita' dell'agire politico dell'area dell'autonomia.
Quello che si puo' aggiungere, pero', e' che il Cua ha indubbiamente un merito con le proprie, talvolta discutibili, azioni: quello di sottolineare l'incapacita' o la non volonta' politica dell'Amministrazione universitaria di risolvere i problemi reali attraverso modalita' concertative.
Alla radicalita' delle azioni dei collettivi viene spesso contrapposto il prerequisito della democraticita'. "Non dialoghiamo con i violenti", viene detto.

Sarebbe interessante definire il concetto di violenza, in un contesto in cui la violenza e' praticata a livello istituzionale, in barba allo stato di diritto. La questione piu' lampante e' quella dei migranti, dei muri europei, delle convenzioni internazionali che diventano carta straccia quando l'interesse della nazione non coincide con il diritto alla vita e ad un'esistenza degna.
Oppure la questione del diritto alla casa, contrapposta alla speculazione privata (e qui gli studenti c'entrano visto il tema degli affitti), nonostante la Costituzione (salvata il 4 dicembre) dica chiaramente che "l'iniziativa privata non puo' svolgersi in contrasto con l'utilita' sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla liberta' e alla dignita' umana".

Tornando a temi piu' propriamente studenteschi, non e' forse una forma elitaria di violenza quella praticata col numero chiuso, la scarsita' delle borse di studio, i costi delle rette alle stelle, la scarsita' di studentati economici, i costi significativi per i servizi connessi?
Cio' che sembra guidare tanto l'Amministrazione universitaria che quella comunale e' un'idea di citta' che non corrisponde alla fotografia reale. Una citta' e un'universita' pensate per studenti e cittadini di famiglia buona e facoltosa, che tagliano fuori la diversita', l'alterita', la difficolta' economica e gli stili di vita non conformi ed omologati.

La questione dei tornelli, infine, e' l'ennesimo paradigma. Stando al nobile intento dichiarato, quello di limitare i problemi che numerosi insistono sulla zona universitaria, si pratica una scorciatoia: l'accesso controllato e limitato. Come se impedire che nelle aule universitarie accedano senza tetto, tossicodipendenti o spacciatori risolvesse il problema invece di spostarlo di appena pochi metri al di fuori.
Quando qualcuno, in modo radicale, sottolinea questa ipocrisia, la risposta del potere e' sempre la stessa: i manganelli.

A meno che - ipotesi a questo punto non remota - non si decida di risolvere la questione sociale a suon di botte ed arresti, rimuovendo fisicamente il dissenso e la diversita', cio' che ci aspetta sara' un'ulteriore involuzione cittadina. Il sindaco nega paralleli col '77, perche' non ammette di essere passato dall'altra parte della barricata, ma il tema non e' quello dei raffronti storici.
A Bologna il tappo e' saltato e qualora non vi sia un radicale cambio della classe dirigente alla guida della citta', gli scenari che si prefigurano sono piuttosto foschi.
Alessandro Cannella

.LINKS.
Fonte: A Bologna Il Tappo E' Saltato (di Radio Citta' Fujiko)
Home Page Radio Citta' Fujiko: http://www.radiocittafujiko.it/
Facebook Radio Citta' Fujiko: https://www.facebook.com/radiocittafujiko
Twitter Radio Citta' Fujiko: https://twitter.com/radiofujiko
YouTube Radio Citta' Fujiko: https://www.youtube.com/user/Radiocittafujiko
E-mail Radio Citta' Fujiko: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

.CONDIVIDI.

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna