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Yankee Doodle Goes To War (di Carmilla On Line) Stampa
Politica
Scritto da sberla54   
Martedì 11 Aprile 2017 10:00
Yankee Doodle Goes To War
Yankee Doodle Goes To War (di Carmilla On Line)

https://www.carmillaonline.com/2017/04/07/yankee-doodle-goes-to-war/

Carmilla On Line - Letteratura, immaginario e cultura di opposizione

Mentre Half-Nano, il ministro degli esteri dell'eterna Terra di Mezzo, ancora ieri era impegnato nel gioco delle poltrone e nei valzer delle leggi elettorali, il pragmatismo di uno dei suoi "piu' sicuri" alleati preparava il conto alla rovescia finale per l'ormai prossima deflagrazione bellica su scala planetaria. Infatti alle 2:30 (ora italiana) di oggi 7 Aprile, da due portaerei americane al largo del Mediterraneo, sono stati lanciati 59 missili Tomahawk (quelli che abbiamo iniziato a conoscere fin dalle guerre del Golfo) sulla base aerea siriana di Al Shayrat da cui, secondo le prime informazioni, sarebbero partiti, nei giorni scorsi, gli aerei con le armi chimiche destinate a colpire la citta' di Khan Sheikhoun.

Questa la narrazione ufficiale. Narrazione preparata e pianificata fin dai giorni scorsi dal bombardamento mediatico che ha accompagnato la notizia secondo la quale nella citta' siriana piu' di ottanta persone, tra le quali 28 bambini, sarebbero rimaste uccise dalle armi chimiche usate dall'aviazione di Assad.

Ora, tralasciando i dubbi manifestati non soltanto dalla Russia di Putin sull'effettivo svolgimento degli eventi dei giorni scorsi e sui reali motivi del can can mediatico che ne e' seguito, [1] quello che occorre qui immediatamente sottolineare e' il fatto che la lancetta del barometro politico e militare internazionale si e' ormai decisamente stabilizzata sulla guerra. Con buona pace anche di coloro che nella vittoria di Donald Trump e nel riavvicinamento tra USA e Russia avevano visto un fattore determinante di cambiamento di orientamento della politica estera americana.

Che, invece, non e' cambiata affatto dal punto di vista programmatico. Cio' che e' cambiato, come ho gia' detto in altra sede, e' piuttosto il fatto che gli Stati Uniti non hanno piu' ne' tempo ne' voglia di mascherarsi dietro ad ambigue ed altalenanti operazioni di "polizia internazionale" o "missioni di pace". Trump e' il presidente della guerra americana, anche se la fara' seguendo le impronte dei suoi predecessori.

Facciamo un passo indietro di pochi giorni. Torniamo alla fine di Marzo, quando Trump ha annunciato di voler applicare dazi del 100% su almeno 90 prodotti provenienti dall'Unione Europea, parlando apertamente di guerra commerciale dovuta agli ostacoli frapposti dalla stessa UE all'importazione di carni americane. Tutti i media hanno colto in quell'affermazione un'iniziativa tipicamente trumpiana per far vedere i muscoli e accontentare l'elettorato del Midwest e della Rust Belt che aveva contribuito ad eleggerlo.

Peccato, pero', che tale provvedimento non costituisse altro che l'applicazione dell'ultimo decreto firmato dal Presidente uscente, Barack Obama il 26 Dicembre 2016. [2] Questo semplice fatto rivela come la narrazione fatta dell'amicizia tra la passata amministrazione statunitense e l'Unione Europea fosse tutt'altro che veritiera [3] e come la conflittualita' "ideologica" sui muri sollevati contro i migranti (in Europa e in America) non facesse altro che nascondere le ragioni reali del conflitto a venire, [4] ovvero la guerra commerciale, ultimo passo prima della guerra guerreggiata.

Naturalmente tra guerra commerciale minacciata e missili lanciati corre ancora una certa differenza. Ma solo apparentemente, poiche' i missili di oggi, indipendentemente dal fatto che ad essi segua o meno un'ulteriore escalation militare, anticipano soltanto quelli che domani, e in quantita' ben maggiore, potranno essere lanciati sui competitor, imperialisti o meno, che non volessero adeguarsi alla weltanschauung americana che vede ormai svilupparsi nel mondo intero il suo spazio vitale.

Un lebensraum planetario in cui poco importa quali siano gli alleati tradizionali o fedeli, ma dove conta la fedelta' e l'ubbidienza al "capo". Un autentico fuhrerprinzip che gia' il vice di Trump, Mike Pence, aveva ricordato agli alleati, parlando alla Conferenza sulla sicurezza tenutasi a Monaco di Baviera il 18 Febbraio di quest'anno, affermando che l'impegno "incrollabile" degli Usa nell'Alleanza atlantica dipende pur sempre dall'attesa enunciata da Trump di un maggior impegno finanziario dei partner. Asserzione avvalorata dallo stesso Trump che durante e subito dopo il colloquio diretto con la cancelliera Angela Merkel aveva affermato che "la Germania e' in debito con gli Stati Uniti per l'impegno che gli americani forniscono in termini di difesa e sicurezza nell'ambito dell'Alleanza Atlantica. Un dato di fatto suffragato da numeri e bilanci, come quello pubblicato Lunedi' dalla Nato e che dimostra come la Germania sia ben lungi dalla soglia obiettivo del 2% del bilancio destinato alle spese militari chiesto da Washington. Sebbene uno sforzo maggiore potrebbe permetterselo visto che dell'Europa e' la regina con un surplus commerciale da capogiro." [5]

Insomma il capo decide e gli altri devono adattarsi, pena l'esclusione (e le inevitabili conseguenze economiche e militari). Anche se, per una volta, e' evidente la debolezza intrinseca dell'azione americana. Non soltanto per la posizione traballante di Trump alla Casa Bianca che deve dimostrare, in questa occasione, una sorta di presa di distanza dall'"amico" Putin, ma anche perche' gli Stati Uniti si trovano costretti ad accelerare i tempi del conflitto prima che altri schieramenti vadano formandosi tra i suoi stessi alleati o ex-alleati.

Come e' successo disastrosamente questa estate, col fallito colpo di stato in Turchia che ha contribuito a riavvicinare Erdogan alla Russia. [6] Si tratta, e' vero, di un panorama di alleanze incerto, in cui i voltafaccia possono essere ancora numerosi e repentini, ma che spinge comunque quella che i media si ostinano a definire ancora come la prima potenza mondiale ad imprimere svolte drastiche, continue e pericolose ad una politica estera che sembra poter maneggiare soltanto piu' il big stick, il grande bastone, minacciato dal presidente Teddy Roosvelt fin dalla guerra ispano-americana del 1898. Senz'altro in cambio, viste le difficolta' in cui versa la sua economia. Un'economia che al termine del secondo conflitto mondiale rappresentava il 50% dell'economia-mondo mentre ora ne controlla il 16% e le proiezioni la vedono ridursi ancora al 12% entro il 2025. Mentre, solo per fare un esempio, la Cina, dal 1945 ad oggi, e' passata dal 2% al 18%.

Cosi', paradossalmente, molti altri, inclusi russi, cinesi ed arabi, potrebbero ancora aspettare prima di rivelare le proprie carte, ma la diplomazia americana non e' mai stata molto abile nel gioco del poker internazionale, se non giocando con il morto ovvero con qualcuno gia' predestinato ad essere sconfitto. Ruolo a cui sembra essere oggi destinato Assad con il suo regime che, pero', a differenza di Saddam custodisce sul suo territorio alcune delle basi militari (aeree e navali) piu' importanti per la Russia, essendo dislocate sul Mar Mediterraneo.

Potra' trattare Trump una caduta di Assad senza toccare le basi russe e i "diritti acquisiti" da Putin sulle stesse? Potra' Putin accettare un'ingerenza americana tale da sminuire il suo ruolo, recentemente acquistato, nel Vicino Oriente? Iran e hezbollah libanesi potranno lasciar cadere tranquillamente Assad aprendo la strada alla Grande Israele sognata dai sionisti? E la Grande Israele fino a quando potra' andare d'accordo con il modesto, ma attivo, imperialismo arabo e non solo saudita? [7]

Qui, nell'eterna Terra di Mezzo, dove pur risiedono le basi Nato di riferimento per le portaerei gia' impegnate, per i media asserviti e benpensanti, insieme a presidenti del consiglio e ministri di facciata, la narrazione puo' continuare a escludere dal discorso pubblico la guerra commerciale e/o guerreggiata, in nome della qualita' ("che non ha frontiere" secondo Paolo Gentiloni) e del negoziato ("tra tutte le parti in causa" sempre secondo lo stesso), ma Sauron si e' risvegliato dal suo sonno caotico e sta gia' marciando con i suoi eserciti di troll e di morti presenti, passati e futuri.

Mentre gli imperialismi e i nazionalismi di ogni angolo d'Europa e del mondo sono gia' pronti a servirlo. Gli anti-americani filo-russi sono pronti a servirlo. I sionisti, anche quelli travestiti da progressisti, sono pronti a servirlo. Gli europeisti in preda al panico per la possibile perdita di centralita' politica ed economica sono pronti a seguirlo. I razzisti e i fanatici religiosi sono pronti a seguirlo. I moralisti, i benpensanti, i pacifisti e i populisti sono pronti a seguirlo. I lavoratori immiseriti e ridotti a puro capitale variabile, in attesa di un rilancio produttivo che li reintegri al loro posto e in cambio di qualche perduto privilegio, sono pronti a seguirlo. In nome, comunque, sempre e soltanto della permanenza dell'attuale modo di produzione. Cosi' lo yankee bonaccione della tradizione popolare americana e' andato in guerra e l'oscurita' ha iniziato ad avvolgere il mondo.

Chi potra', dunque, distruggere definitivamente il suo malefico anello del potere, lanciandolo all'interno della voragine del Monte Fato e del fuoco della lotta di classe? Soltanto chi agira' in nome della comunita' umana a venire, ammesso che sappia resistergli.
Sandro Moiso

.NOTA.
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Fonte: Yankee Doodle Goes To War (di Carmilla On Line)
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