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Bolivarismo Venezuelano (di Gli Asini) Stampa
Politica
Scritto da sberla54   
Mercoledì 18 Ottobre 2017 09:00
Illustranzione di Onze
Bolivarismo Venezuelano (di Gli Asini)

http://gliasinirivista.org/2017/08/bolivarismo-venezuelano/

Gli Asini

Se - come sostiene lo scrittore Roberto Bolano - l'America Latina e' stata il "manicomio d'Europa", il Venezuela ne e' indubbiamente il reparto sfuggito alla dismissione. La "lunga crisi" di Caracas e' un concentrato di nodi irrisolti, nuove istanze, equilibri geopolitici mutevoli, retorica ottocentesca in bocca a personaggi da realismo magico. Ingredienti che rendono difficile per media ed esperti del Vecchio Continente districarsi. Le letture manichee abbondano. Da una parte, i giornali conservatori e liberal - in un'insolita alleanza - dipingono il governo come l'ultima dittatura comunista e l'opposizione, frammentata in una molteplicita' di 15 partiti, dai piu' differenti programmi e propositi, come "paladina" della liberta'.
Dall'altra, i media piu' spiccatamente di sinistra interpretano la crisi come un "deja vu" del pre-golpe cileno quando, negli anni Settanta, gli Usa alimentarono gli scioperi per indebolire l'esecutivo socialista di Unidad Popular e, poi, sostennero l'intervento feroce di Augusto Pinochet. Non sempre, tali interpretazioni vengono fatte in malafede. Del resto, lo stesso Bolano ammetteva di aver avuto sempre un problema con il Venezuela. Per ragioni "linguistiche". Il popolare autore cileno-messicano giocava su paradossi e assonanze tra il nome del Paese e le sue vicende storico-politiche-letterarie. Anche alla radice del "desencuentro", cioe' incomprensione, tra analisi europea - e in particolare italiana - e complessita' del caos venezuelano c'e' un problema terminologico.
A che cosa corrisponde il "bolivarismo", ovvero il sistema creato da Hugo Chavez a partire dal 1999 e, alla morte di quest'ultimo, proseguito maldestramente dal successore Nicolas Maduro? Perche' e' arrivato al capolinea e, nonostante cio', l'agonia fatica a trasformarsi in morte naturale? Come mai l'opposizione - riunita nella Mesa de Unidad Democratica (Mud) - non riesce a dargli il "colpo di grazia" nonostante la gravissima crisi politica ed economica?
Dal 4 Aprile, le manifestazioni contro Maduro si sono fatte quotidiane. L'opposizione e' determinata ad andare avanti fino a quando il governo non convochera' nuove elezioni. Quest'ultimo non cede. Nel frattempo, decine e decine di persone sono morte a causa della mano pesante delle forze di sicurezza per sedare i cortei. A innescare la miccia della protesta e' stato l'intento di Maduro, consumato dieci giorni prima, di esautorare il Parlamento, controllato dalla Mud. Il passo indietro dell'esecutivo non e' bastato a far sbollire una rabbia che s'e' andata accumulando in anni. Quello che si sta consumando in piazza e' l'ultimo atto di un conflitto di lungo corso. Tra i due modelli "classici" della politica latinoamericana: populismo antiliberale e liberalismo antidemocratico (in cui quest'ultimo termine va inteso in un senso sostanziale piu' che formale). Un confronto che in Venezuela s'e' acutizzato negli anni Novanta. Cioe' quando la Guerra fredda - e i suoi "danni collaterali" nel Sud del mondo - era ormai archiviata, nonostante nel Continente sopravvivesse, non proprio in modo brillante, l'isola della Revolucion: Cuba. Sul crinale di questo passaggio d'epoca si colloca Hugo Chavez che ne e' prodotto e acceleratore.

Il nuovo Bolivar
Nel Febbraio 1989 il Muro di Berlino era ancora in piedi. Non lo sarebbe rimasto a lungo. Ma questo il mondo non poteva prevederlo. Tanto meno Caracas che, all'epoca, aveva problemi piu' urgenti da risolvere. I prezzi del petrolio - principale risorsa del Paese che ha le riserve maggiori del mondo - continuavano a scendere. Per dare una boccata d'ossigeno all'economia, il presidente socialdemocratico Carlos Andres Perez aveva patteggiato un nuovo pacchetto di "riforme" con il Fondo monetario internazionale (Fmi) basate sul principio del rigore di bilancio. La spesa pubblica e i sussidi per i poveri - all'epoca l'80 per cento della popolazione - furono tagliati con l'accetta. Nel frattempo i prezzi dei servizi e perfino della benzina salirono alle stelle. Il 27 Febbraio, una folla esasperata si riverso' per Caracas per protestare contro un'elite politica corrotta a cui venivano imputati i mali nazionali. I dimostranti - esponenti delle classi popolari e dei ceti medi - non avevano tutti i torti. Dal 1958, al termine della dittatura di Marco Perez Jimenez, un patto tra i principali partiti nazionali - democristiani e socialdemocratici - aveva permesso una ripartizione "consensuale" del potere e della rendita petrolifera. Con annessi meccanismi distributivi basati su clientelismo e aiuti compensatori. Questi ultimi garantirono una discreta stabilita' al Paese. Almeno fino a quando il prezzo del greggio comincio' a diminuire. E con esso la capacita' dello Stato di garantirsi il consenso attraverso i sussidi. La rivolta di Caracas o "Caracazo" fu la conseguenza dell'incepparsi di tale ingranaggio. Ogni riferimento alla crisi attuale non e' puramente casuale. Non e' nemmeno necessario scomodare Marx per vedere come la storia si ripeta, con contorni farseschi. In questo clima convulso, e' entrato in scena il para' Hugo Chavez, militare, ammiratore dell'eroe dell'indipendenza Simon Bolivar, anti-politico dalla personalita' debordante. Chavez si e' proposto di risolvere i problemi venezuelani con uno dei metodi latinoamericani classici: il golpe. Il fallimento di quest'ultimo e la breve detenzione, non hanno spento le ambizioni politiche del futuro "caudillo". Quest'ultimo ha deciso, pero', di ricorrere al "piano b", ovvero all'altro sistema politico tradizionale di conquista del potere in voga in America Latina: la retorica - seguita dalla pratica - populista. Alle elezioni del 1998, Chavez ha dato fondo all'arsenale dell'antipolitica classica. In contrasto con le vecchie formazioni corrotte e incapaci, responsabili di aver accumulato immense fortune ai danni del popolo, di cui avevano tradito la fiducia, l'ormai ex para' si e' presentato come l'uomo nuovo, l'outsider, determinato a "salvare" la democrazia in agonia in nome del popolo. Fin qui niente di troppo originale. Il punto e' che sulla "pars destruens", Chavez non aveva torto: la pseudo-democrazia consociativa venezuelana - forgiata sul modello della vicina Colombia - era stata incapace di garantire i diritti fondamentali, civili e sociali, della maggior parte dei cittadini. Il rito elettorale non era seguito da un potere di incidenza reale nelle scelte politiche. Per questo, la maggior parte considerava inutile tanto il voto quanto i propri rappresentanti. Chavez, dunque, ha avuto gioco facile non solo a vincere. Bensi', una volta diventato presidente, non ha incontrato grossa opposizione, se non da quei pochi che ne avevano beneficiato direttamente, nella successiva demolizione del "vecchio sistema". Anzi, le prime riforme del sistema giudiziario del 1999 sono sembrate rispondere effettivamente a una necessita' di rafforzare l'indipendenza della magistratura. Ben presto, pero', la tensione tra la "volonta' popolare" - di cui Chavez si e' autoproclamato unico, legittimo interpretare - e i contrappesi istituzionali propri di una democrazia, per quanto malandata, si e' fatta stridente. Il presidente l'ha risolta svuotando questi ultimi, senza mai negarli. Un'opzione tipicamente populista. L'analista olandese Cass Mudd definisce il populismo come una risposta democratica non liberale al liberalismo non democratico. Tale formula aiuta a comprendere l'ascesa del chavismo. Il punto, pero', e' che nel suo modus operandi, il leader populista non favorisce il passaggio da una democrazia formale a una piu' sostanziale. Poiche' elimina, piu' o meno direttamente, i meccanismi che dovrebbero garantirla. La soluzione del problema del deficit democratico, precedente al populismo e sua origine, viene solo rimandato. E i caudillos, "salvatori" delle democrazie latinoamericane, diventano complici del loro assassinio. In questo, Chavez non ha fatto eccezione. Le sue riforme - la nuova Costituzione, tuttora vigente, la possibilita' di rielezione indefinita, la creazione di poteri paralleli, in ambito poliziesco, sindacale, politico, a quelli tradizionali - hanno reso le istituzioni vuoti simulacri. La compressione di diritti civili classici sono state evidenti: dalle multe e ritiro delle licenze ai media critici, ai licenziamenti arbitrari di funzionari poco compiacenti, fino agli arresti arbitrari di rivali politici.
L'essersi affermato nella stagione del post-Guerra fredda, in un contesto internazionale piu' complesso e instabile per i contraccolpi della globalizzazione, ha impresso, tuttavia, al populismo venezuelano delle caratteristiche uniche. Chavez si e' inserito nelle contraddizioni del mondo multipolare e negli squilibri tra Nord e Sud, ha saputo sviscerarle e denunciarle, acquistando un prestigio inedito per i caudillos tradizionali. Eppure l'ex para' e' rimasto, per molti aspetti, un leader Ottocentesco. Il fautore del "socialismo del Ventunesimo secolo" era convinto che la storia fosse il prodotto delle imprese di un pugno d'eroi. Come Bolivar, alla cui "spada" s'e' metaforicamente aggrappato nei 14 anni di governo. Certo, Chavez ha ampliato il "pantheon" politico di riferimento con rivoluzionari piu' recenti dell'epopea latinoamericana, a cominciare dal vecchio Lider Maximo Fidel Castro. Il bolivarismo, del resto, e' sempre stato un ibrido, dai contenuti mutevoli e spesso contradditori. A unificarlo, la persona del proprio artefice. Oltre a un'ingente dose di carisma personale e la fedelta' delle Forze armate, divenute l'asse portante del sistema, Chavez aveva a disposizione uno strumento chiave per portare avanti il suo programma: i soldi del petrolio. Con il prezzo del greggio moltiplicato per sette nei primi anni del Duemila, rispetto al decennio precedente, il presidente ha potuto aggiudicarsi il controllo della macchina economica, neutralizzando l'elite tradizionale a colpi di nazionalizzazioni: 1.163 in totale. Ma sono stati soprattutto i sussidi a trasformare Chavez, agli occhi della gran parte di popolazione dimenticata nei decenni precedenti, nell'eroe del popolo. Le "misiones", campagne di aiuto governativo, in effetti, sono riuscite a ridurre la poverta' di venti punti percentuali e a dimezzare l'analfabetismo. Garantendo, al contempo, al presidente la fedelta' incondizionata dei beneficiari, cioe' una quota consistente della popolazione. Al club dei sostenitori, si sono sommati poi i "boliburgueses", cioe' la nuova elite che ha accumulato fortune in termini di incarichi nelle imprese statalizzate, grazie alla vicinanza con l'esecutivo. Parallelamente alla macchina amministrativa - due milioni di funzionari pubblici in piu' - e' lievitata la corruzione, a discapito della qualita' aziendale. La capacita' produttiva s'e' contratta, costringendo il Paese a importare praticamente tutto, dal cibo ai manufatti. Poco male fin quando c'e' stato l'oro nero con cui fare acquisti. Quando, pero', come nel decennio precedente, i prezzi del greggio sono crollati, l'intera impalcatura ha cominciato a scricchiolare. Chavez non se n'e' preoccupato fino alla fine. Non rientrava nella sua forma mentis. L'autoproclamato erede di Simon Bolivar non ha mai concepito il futuro del Venezuela senza se stesso al comando. Sognava - lo ha detto piu' volte - di celebrare il 200esimo anniversario della morte del suo eroe al Palazzo di Miraflores. Ancora, nel 2012, prostrato dal cancro e quasi in fin di vita, Chavez ha combattuto per strappare la vittoria al rivale, Henrique Capriles. Da buon personaggio shakespeariano, il caudillo e' morto, il 5 Marzo 2013, sul campo di battaglia, con le armi della retorica in pugno. Mentre nuvole nero petrolio s'addensavano sull'orizzonte nazionale.

Maduro, l'uomo senza qualita'
Perfino i piu' acerrimi nemici, gli hanno sempre riconosciuto un carisma magnetico. Chavez - "l'incantatore", lo chiamavano. Dote che non possiede il suo successore: Nicolas Maduro. Ex autista di bus, sindacalista prestato al partito, il "delfino" e' un personaggio grigio, dal basso profilo politico. L'unico merito indiscusso - agli occhi del popolo bolivariano - e' quello di essere stato sempre un fedelissimo del defunto leader. Ragione per cui quest'ultimo ha deciso di indicarlo come erede, nell'ultimo discorso, il 12 Dicembre 2012. Volonta' a cui il resto del Partito socialista unido por el Venezuela (Psuv) - cosi' si chiama il partito chavista - come di consueto, s'e' adeguato. Candidandolo alle presidenziali del 14 Aprile 2013. Vinte per una manciata di 235mila preferenze contro l'eterno secondo Henrique Capriles, rappresentante dell'opposizione riunitasi nella Mud. Duro per una leadership cosi' debole e incolore affrontare lo tsunami economico provocato dal crollo del prezzo internazionale del petrolio. Dal 2013, la contrazione e' stata costante, fino al picco negativo dell'inizio 2016: un barile e' arrivato a costare meno di trenta dollari. Attualmente non raggiunge i cinquanta, meno della meta' del valore avuto nell'eta' dell'oro del chavismo. Un colpo basso per qualunque Paese petrolifero. Nel caso venezuelano - in cui la diversificazione e' quasi inesistente - si e' trattato di un ferita letale per l'economia e l'impalcatura politica da essa sostenuta. La mancanza di liquidita' ha costretto il governo a ridurre le importazioni. Dato che la produzione nazionale e' alquanto dissestata, negli ultimi anni, nei negozi hanno cominciato a scarseggiare i beni di prima necessita'. Fino all'attuale semi-assenza di cibo e medicine. Mentre il prezzo dei pochi articoli disponibili e' salito alle stelle. Per l'anno in corso, il Fondo monetario internazionale (Fmi) prevede un'inflazione di oltre 1.600 per cento. La situazione sociale e' disperata: tutti, tranne una sparuta elite che accede ai dollari controllati dall'esecutivo, sono costretti a code estenuanti per procurarsi gli alimenti base. Senza alcuna garanzia di trovarli. Il numero di persone che rovista nelle spazzature e' in crescita. I bambini delle baraccopoli svengono a scuola per il prolungato digiuno. Gli ospedali pubblici rimandano i pazienti a casa per l'impossibilita' di curarli data l'assenza di medicine, cotone, aghi sterili, sutura.
Dal 6 Dicembre 2015, quando alle politiche l'opposizione ha ottenuto la maggioranza in Parlamento, nel Paese, inoltre, e' in corso una "guerra civile istituzionale a bassa intensita'". Lo scontro fra i due poteri - esecutivo e legislativo - e' stato costante. Le leggi approvate dall'Assemblea sono state sistematicamente invalidate dalla Corte Suprema, fedele al presidente. Mentre i parlamentari hanno piu' volte cercato di sottoporre Maduro alla procedura di impeachment. Il tentato colpo di mano di quest'ultimo per liberarsi di un'Assemblea scomoda ha fatto esplodere la tensione latente. La Mud, messa alle strette, e' ricorsa alla piazza. Dando vita a una serie di manifestazioni di protesta. Del resto, l'esecutivo le aveva lasciato pochi margini di azione. L'anno prima, Maduro aveva bloccato il referendum con cui l'opposizione voleva chiederne le dimissioni. Una possibilita' prevista nella Costituzione del 1999, fortemente voluta da Chavez. In base a quest'ultima, oltrepassata la soglia di meta' mandato, i cittadini - con una doppia raccolta di firme - possono convocare una consultazione sull'operato del presidente. Quest'ultimo e' costretto a lasciare se i voti contro di lui equivalgono o superano quelli ottenuti per la vittoria. Il Consiglio elettorale ha, pero', inficiato il procedimento prima che potesse arrivare a compimento. Mesi dopo, dunque, e' bastata una scintilla perche' la rabbia accumulata esplodesse. Le manifestazioni hanno provocato un'ulteriore radicalizzazione nel governo. Il primo Maggio, il presidente ha annunciato la convocazione di un'Assemblea costituente "chavista" per riscrivere la Carta fondamentale, voluta tra l'altro, da Chavez. Oltre la meta' dei 500 delegati sara' scelto all'interno delle organizzazioni comunitarie, dove il bolivarismo domina. Non sorprende, dunque, che la Mud abbia respinto l'idea al mittente. Mentre il braccio di ferro si fa, ogni giorno, piu' estenuante.

Un malato terminale?
La carta dell'Assemblea Costituente, come il tentato esautoramento del Parlamento, sono state le ennesime mosse a casaccio di un governo incapace di gestire la crisi. Maduro ne ha fatte molte: dal tentativo di nascondere la recessione, all'offensiva contro "l'accaparramento" di beni da parte di un'imprecisata fronda golpista, alle gabole sul referendum. Nonostante questo il suo governo traballa ma non cade. Almeno per ora. A che cosa si deve una simile resistenza? Secondo il politologo statunitense Steven Levitsky, il paradosso venezuelano consiste nel fatto che il chavismo e' troppo autoritario per convivere con istituzioni democratiche. Al contempo, pero', esso e' troppo debole per poterle abolire senza collassare. La battaglia, dunque, va avanti con estenuanti tira e molla. Almeno fino a quando non si consumera' la rottura del fronte interno al bolivarismo. Quella che gli analisti definiscono "frattura dell'elite al potere": il processo in base al quale i rampolli piu' influenti si smarcano dalla leadership, mettendo quest'ultima con le spalle al muro e costringendola al cambiamento. In parte, il fenomeno e' gia' in atto. Dallo "strappo sul Parlamento", alcuni funzionari di spicco hanno cominciato a esprimere posizioni critiche sull'operato del governo. E quest'ultimo non ha potuto metterli a tacere poiche' sono cassa di risonanza di un malessere diffuso. Capofila di tale "presa di distanza" e' la procuratrice generale, Luisa Ortega, ex fedelissima di Hugo Chavez e attuale spina nel fianco di Maduro. Il magistrato si e' schierato apertamente contro il tentativo di imbrigliare il Parlamento. Non contenta ha cominciato a criticare l'idea dell'Assemblea costituente. Ortega, pero', non si limita alle parole. La procuratrice ha presentato una serie di esposti contro le misure dell'esecutivo. Le istanze sono state respinte al mittente. Anzi, il Tribunale supremo sta cercando di destituire il magistrato ribelle. Che, nel frattempo, tira dritto. Segno che la sua non e' una defezione isolata.
La principale preoccupazione di Maduro e' costituita, tuttavia, dalle Forze armate. Piu' volte, l'opposizione ha fatto appello a queste ultime per ripristinare l'ordine costituzionale. Non si e' trattato di mere boutade. Se Chavez poteva contare sul sostegno massiccio dei propri ex compagni d'armi, Maduro ha un rapporto ambivalente con i militari. Da una parte, questi ultimi hanno ricevuto enormi privilegi dal presidente. Il governo ha affidato loro, dallo scorso Luglio, il controllo e la gestione degli approvvigionamenti in tempo di crisi. La militarizzazione della produzione e della distribuzione non ha risolto la penuria di cibo e farmaci. Ha, pero', legato le sorti dell'esercito a quelle del traballante leader. Ricucendo lo strappo che si era creato qualche mese prima. Nel Dicembre 2015, il ministro della Difesa, Vladimir Padrino Lopez si e' affrettato a riconoscere la vittoria dell'opposizione alle politiche, stroncando sul nascere ogni eventuale tentativo di ribaltone. Un duro colpo per Maduro che ha dovuto, pero', far buon viso a cattivo gioco. Anzi, il presidente ha provato a blandire le Forze armate. La strategia non ha, comunque, evitato ulteriori intemperanze dei vertici militari. Quando il governo ha cercato di esautorare il Parlamento, il Consiglio di difesa gli ha "consigliato" il passo indietro. La situazione, troppo deteriorata, ha provocato un cambio di "paradigma" nell'esecutivo. La risposta e' arrivata il 20 Giugno con il "riassetto" dei vertici delle Forze armate. I comandanti dell'esercito e dell'aviazione sono diventati Jesus Suarez Chourio e Ivan Hidalgo Teran, fedelissimi del numero due del chavismo, Diosdado Cabello. A lungo rivale di Maduro, quest'ultimo e' considerato l'uomo di ferro del sistema, leader della componente piu' radicale, il solo in grado di farlo restare in piedi. Padrino Lopez - considerato il "complice" della vittoria della Mud alle parlamentari - e' l'unico ad essere rimasto al suo posto. Il generale ha perso, pero', il comando operativo, affidato all'ammiraglio Remigio Ceballos Ichaso. Per la prima volta, a ricoprire l'incarico sara' un esponente della Marina, privilegiata rispetto all'esercito. Segno che il tradizionale puntello del governo risulta ora meno stabile. E che Padrino Lopez fa paura: se non si puo' destituirlo, per non spingerlo tra le braccia degli anti-bolivariani, almeno va tenuto sotto controllo. La mossa puo' avere effetto fino a quando l'e'lite chavista non percepira' che la presa di distanza piu' vantaggiosa e' del sostegno, in termini di vantaggi politici ed economici. Finora, non e' ancora avvenuto. Anche per le laute prebende corrisposte, in particolare grazie all'accesso ai dollari. Questi vengono acquistati al cambio ufficiale con la moneta nazionale, il Bolivar, a prezzi relativamente bassi. Per poi essere rivenduti al mercato nero a cifre esorbitanti. Il crescente isolamento internazionale, il clamore della piazza, il deterioramento dell'economia rendono, tuttavia, il gioco sempre piu' rischioso. Prolungarlo all'infinito non e' praticabile. La domanda e' chi fara' saltare il banco per primo. I militari? La dissidenza all'interno dell'esecutivo per preservare l'eredita del defunto leader? L'ala piu' intransigente per spazzare via definitivamente ogni simulacro di democrazia? L'opposizione?

Papa Francesco, una voce di dialogo fuori dal coro
L'unico punto su cui l'intero arco politico venezuelano e' d'accordo e' l'inevitabilita' dello scontro. Dello stesso parere sembra pure l'opinione pubblica internazionale. Con qualche, significativa eccezione. Tra cui spicca quella di papa Francesco, tra i piu' accaniti sostenitori di una soluzione diplomatica alla crisi di Caracas. Bergoglio e' un'autorita' morale per credenti e non credenti. Ma e' pure - e l'ha dimostrato con dossier particolarmente tosti come Cuba o la guerra colombiana - un abile negoziatore. Perche' non disdegna il piccolo risultato, senza rinunciare al grande sogno. Il suo sguardo di utopista del quotidiano e' fisso sull'emergenza in atto in Venezuela. E non da ora. Lo dimostrano i reiterati riferimenti, solo per fare un esempio, durante i messaggi Urbi et Orbi di Natale e Pasqua 2016. Il dialogo e' l'unica opzione possibile per far uscire il Paese dal tunnel. Francesco ne e' convinto. Gli interlocutori, tuttavia, devono essere disposti ad assumersi la responsabilita' del negoziato, impegnandosi ad adempiere ad alcune condizioni che lo rendano possibile. Altrimenti non c'e' trattativa ma il "tin tin pirulero", versione latinoamericana del "gioco delle parti". Proprio su questa dinamica s'e' infranto il tentativo compiuto alla fine dello scorso anno dall'Unione delle nazioni sudamericane (Unasur), in cui il Vaticano aveva accettato il ruolo di "facilitatore". Il tavolo, aperto dopo un estenuante tira e molla il 31 Ottobre, si e' chiuso il medesimo giorno. L'impegno a reincontrarsi il successivo 13 Gennaio non e' mai stato compiuto. "La cosa non ha avuto esito perche' le proposte non sono state accettate o venivano diluite", ha detto il Pontefice sul volo di ritorno dal Cairo. Il riferimento e' alla lettera riservata, inviata alle parti, dal segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, il primo Dicembre scorso. Nel testo - diffuso dall'ala piu' intransigente del chavismo -, Parolin poneva una serie di condizioni per portare avanti le trattative, incluso il rinnovo per via elettorale di tutte le istituzioni, Parlamento incluso. Nessuno degli antagonisti, pero', finora, e' stato disposto a cedere. Il dialogo - cioe' il riconoscimento di qualcosa di buono nell'avversario - e' un'opzione non contemplata nell'eterna lotta venezuelana tra populismo autoritario e liberismo anti-democratico. Finora il Paese s'e' dibattuto fra questi due mali: tra un ciclo e l'altro, l'auge e la caduta del prezzo del petrolio. La domanda e': Caracas e' condannata a ripetere all'infinito questa tragica danza? Ora che la Colombia sembra essersi liberata della profezia di Melquiades, il Venezuela ha ereditato la condanna ad altri cent'anni di solitudine? La risposta dipendera', in gran parte, da come si risolvera' la crisi in atto. Se una parte fara' piazza pulita dell'altra - almeno temporaneamente -, il gioco perverso ricomincera' invariato. Il dialogo fra i due Venezuela, dunque, non e' solo una questione etica per disinnescare la spirale di violenza. E' un'occasione storica per provare a mettere insieme i frammenti di un Paese rotto, gia' prima di Chavez.
Lucia Capuzzi

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Fonte: Bolivarismo Venezuelano (di Gli Asini)
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