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Quel Salto Oltre L'Apocalisse (di Not) Stampa
Politica
Scritto da sberla54   
Lunedì 16 Luglio 2018 09:00
Takeshi Murata - Salon Kitty
Quel Salto Oltre L'Apocalisse (di Not)

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Not - NERO On Theory

Sara' capace la generazione iperconnessa di produrre coscienza collettiva? Al di la' del volontarismo etico e della resistenza: con Darwin e Marx, per la neuro-evoluzione che (forse) verra'

Non so quanto sia fondata la leggenda secondo cui Marx avrebbe voluto dedicare uno dei volumi del Capitale a Charles Darwin.
Secondo Richard Carter, scrittore e fondatore del circolo degli amici di Darwin, "anche se Marx ammirava l'opera di Darwin, alcune delle sue tesi, in particolare il sostegno che Darwin diede alle teorie di Malthus, non lo convincevano. Per questo e' molto improbabile che Marx abbia davvero considerato la possibilita' di dedicare la sua opera a Darwin". Ciononostante e' certo che Marx e Darwin furono in corrispondenza, e che Marx aveva per Darwin una grande considerazione intellettuale.

Tutti sanno pero' che nel corso del XX secolo Darwin e' stato preso in ostaggio dalla scuola neoliberale, fortemente anti-marxista. L'evoluzione sarebbe infatti una questione di forza: il piu' forte, che poi significa il piu' adatto a sopravvivere in uno specifico ambiente, vince. E questo vale sia nel mondo naturale che nel mondo economico e sociale.

La modernita' ha tentato di sottrarre la relazione tra esseri umani alla legge del piu' forte, cercando di sottoporla piuttosto a convenzioni linguistiche, etiche, politiche e legali. Ma l'esperienza mostra che la legge del piu' forte prevale ogni qual volta la relazione sociale si trasforma in conflitto. Cioe' quasi sempre.


La legge del piu' forte

L'universalismo etico intende sfuggire alla logica ferrea dell'evoluzione. Ma la legge morale sembra aver fallito la prova della storia moderna, e sia l'amore cristiano che l'imperativo etico kantiano sono stati incapaci di vincere il confronto con la mano invisibile che impone la logica economica e spazza via gli ideali etici e la volonta' politica.

Anche il progetto politico del socialismo, dopo aver tentato di imporsi con la forza della dittatura o con la forza della democrazia, ha dovuto piegarsi alla forza prepotente del massimo profitto. Dobbiamo dunque considerare la questione conclusa, e piegarci all'evidenza dei fatti che apparentemente ci dicono che il capitalismo neoliberale incarnazione sociale dell'evoluzionismo darwinista ha definitivamente sconfitto ogni progetto di alternativa e si prepara a dominare il mondo per l'eternita'?

Fermi un attimo.

Torniamo al rapporto tra Marx e Darwin. Dal punto di vista filosofico, Marx non concepisce affatto il comunismo come un'alternativa fondata su principi etici universali, e neppure come un progetto fondato sulla volonta' politica. Marx, che parla pochissimo di comunismo come "progetto" e che rifugge dalla critica morale del capitalismo, ha delineato il superamento dell'economia fondata sul profitto e sul lavoro salariato come un "movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti".

In altre parole il comunismo e' il processo che porta ad emergenza e a pieno dispiegamento una possibilita' inscritta nei rapporti sociali esistenti, e questo processo e' opera di una forza soggettiva materiale: la classe operaia. Non si tratta insomma di "volere" il comunismo, come il volontarismo leninista che produsse una lacerazione violenta e impose una dittatura politica ma non realizzo' affatto una forma di vita libera dal lavoro salariato. Non si tratta di affermare valori morali collettivisti contro i valori individualisti. Si tratta di liberare la potenza materiale di una soggettivita' che in se' contiene le energie per portare a compimento la tendenza implicita nello sviluppo capitalistico, e per liberare la societa' dai limiti formali che il capitalismo impone al contenuto liberatorio iscritto nella tendenza.

In questo senso il pensiero di Marx si inscrive perfettamente nella visione evoluzionistica. Il comunismo non e' "moralmente giusto", ma semplicemente piu' adatto a interpretare le potenzialita' dell'intelletto generale e del suo prodotto: il sapere e la tecnologia.


Il metodo Marx

Naturalmente si puo' obiettare che le cose non sono andate cosi', e la classe operaia e' stata sconfitta alla fine del XX secolo, dopo un lungo conflitto che ha opposto il socialismo della volonta' politica al capitalismo dell'evoluzione. Quello che intendo qui sostenere e' che la partita non e' affatto conclusa.

La soggettivita' dotata di potenza sovversiva e liberatoria non e' piu' la classe operaia industriale, ma il lavoro vivo nella sua forma piu' complessa, piu' ricca e piu' deterritorializzata. Lo stesso Marx l'ha scritto in un punto specifico della sua opera, cioe' nel Frammento sulle macchine. Quella potenza e' il sapere umano stesso, che si soggettivizza nell'intelletto generale, nella rete del lavoro cognitivo. Il pensiero di Marx procede per astrazioni, come egli stesso spiega nella famosa Einleitung del 1859 in cui scrive fra l'altro: "Il concreto e' concreto perche' e' sintesi di molte determinazioni, quindi unita' del molteplice. Per questo nel pensiero esso si presenta come processo di sintesi, come risultato e non come punto di partenza, sebbene esso sia il punto di partenza effettivo e percio' anche il punto di partenza dell'intuizione e della rappresentazione. [...] La totalita' concreta, come totalita' del pensiero, come un concreto del pensiero, e' un prodotto del pensare, del concepire; ma mai del concetto che genera se stesso e pensa al di fuori e al di sopra dell'intuizione e della rappresentazione, bensi' dell'elaborazione in concetti dell'intuizione e della rappresentazione. La totalita' come essa si presenta nella mente quale totalita' del pensiero, e' un prodotto della mente che pensa, la quale si appropria il mondo nella sola maniera che gli e' possibile".

Questo metodo, che procede di astrazione in astrazione producendo il concreto come sintesi, lo condusse a dire che il Capitale crea le condizioni per il suo superamento, e che la classe operaia e' il soggetto che rende possibile questo superamento. Ma Marx di mestiere non faceva il profeta. E se quella costruzione teorica si e' rivelata molto utile per comprendere lo svolgimento della lotta di classe nella modernita' novecentesca, si e' pero' poi scontrata con l'imprevedibilita' e l'impensabilita' degli eventi storici.

L'evento costituito dalla rivoluzione sovietica, mentre si proponeva di realizzare il passaggio a una forma di societa' socialista, ha invece precipitato la storia in maniera tale da spostare la lotta di classe su un terreno in cui gli operai sono stati sostituiti dai popoli, dalle nazioni e dagli eserciti. La sconfitta della rivoluzione operaia in Europa, la devastazione prodotta dalla Prima guerra mondiale e l'impoverimento sociale conseguente hanno portato alla nascita del fascismo, e particolarmente del nazismo in Germania.

Una simile successione di eventi si e' nuovamente prodotta, seppure entro condizioni tecniche del tutto mutate e con dimensione piu' vasta, nel nuovo secolo: negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008, l'impoverimento sociale generalizzato in Occidente ha creato le condizioni per la riemergenza di un mix di vero nazionalismo e falso socialismo - in altre parole, del nazionalsocialismo.


Il male assoluto non esiste

Negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale il nazismo e' stato etichettato come il male assoluto. Il male assoluto non esiste, e' un fantasma retorico che confonde la vista e impedisce di definire in modo materialistico (e quindi relativo) il male che nasce entro condizioni determinate che possono riprodursi o non riprodursi. La retorica del male assoluto ha fatto perdere di vista la genesi concreta del nazionalsocialismo, che e' stato rappresentato come un mostro irripetibile. Parallelamente abbiamo definito unico e irripetibile l'Olocausto, lo sterminio di sei milioni di ebrei, due milioni di rom e centinaia di migliaia di comunisti e di omosessuali. Il risultato e' che il mostro e' rinato sotto i nostri occhi e noi abbiamo continuato (e continuiamo tuttora) a non vederlo.

Inoltre, accecati dalla retorica sull'irripetibilita' dell'Olocausto, oggi non vogliamo nominare il nuovo Olocausto che si sta svolgendo in campi di concentramento che occupano una superficie molto piu' vasta di quella che occupavano Auschwitz, Mauthausen, Dachau e gli altri luoghi di sterminio degli anni Quaranta del Novecento. Non abbiamo visto che la pressione esercitata dal potere finanziario sulla societa' riproduceva l'effetto Hitler in tutto l'Occidente, dove una forma estremamente simile al nazionalsocialismo e' ormai maggioritaria. O forse piu' che di nazionalsocialismo dovremmo parlare di social-nazionalismo, perche' l'origine dell'imbestialimento contemporaneo e' tutta sociale: dopo quarant'anni di neoliberismo la maggioranza della societa' occidentale (bianca) ha bisogno di un capro espiatorio per la sua vendetta contro il ceto liberaldemocratico e contro la sinistra liberista.

Cio' non significa affatto che le vicende del secolo scorso si ripeteranno.

La situazione presente si differenzia da quella degli anni Quaranta per molte ragioni, ma qui mi soffermo su due. In primo luogo la soggettivita' sociale e' oggi frammentata e precarizzata, e pare cognitivamente incapace di produrre forme di azione collettiva organizzata. In secondo luogo, la resa dei conti di cinque secoli di colonialismo - che solo l'internazionalismo comunista avrebbe forse potuto affrontare in modo cosciente - riesplode con la grande migrazione, che non e' organizzata da alcuna forma politica anticolonialista cosciente e crea condizioni di guerra civile globale, anch'essa frammentaria e non ricomponibile in un unico fronte.
Non credo che serva molto la retorica della resistenza. Non abbiamo a che fare con una destra minoritaria e aggressiva. Abbiamo a che fare con un fenomeno di razzismo di massa.
Dall'inizio del secolo questa duplice tendenza (social-nazionalismo in tutto l'Occidente, e guerra civile frammentaria globale) cresce sotterraneamente, ed e' divenuta manifesta con la vittoria di Trump. Eppure non osiamo riconoscerla, come se rifiutando di nominarla potessimo in qualche misura contenerla. Nessuna politica puo' fermare il processo in corso, perche' la democrazia si e' dissolta, e il senso di pieta' umana e' stato eroso dalla disperazione e dall'impotenza.

Il programma con cui la democrazia e' stata liquidata (seppur "democraticamente") unisce proclami nazionalisti e promesse di restituzione delle risorse che l'austerita' finanziaria ha tolto alla societa'. Possiamo facilmente prevedere che la destra non manterra' le sue promesse: l'austeritarismo finanziario non e' neppure scalfito (al contrario e' rafforzato) dai governi di destra. Ma non per questo le destre perderanno potere. Quando diviene evidente che la miseria cresce e il potere finanziario e' intatto, il social-nazionalismo sposta l'accento sulla guerra, e individua i capri espiatori da sterminare. E' quello che sta gia' accadendo.

Non credo che serva molto la retorica della resistenza. Non abbiamo a che fare con una destra minoritaria e aggressiva. Abbiamo a che fare con un fenomeno di razzismo di massa dei perdenti. Occorre evitare di ragionare in termini di fronte contro fronte. La guerra civile e' proprio il terreno in cui si alimenta il social-nazionalismo. Ne' serve contrapporre ragionevolezza alla demenza nazistoide.

Prendiamo la questione del razzismo. Che possibilita' esiste di convincere la maggioranza della popolazione europea ad accogliere i migranti (come sarebbe del tutto ragionevole)? Nessuna. I democratici adesso fanno gli umanitari, ma - per restare all'Italia - ad aprire la strada a Salvini e' stato il Minniti che chiamava "gestione dei flussi migratori" la pratica del respingimento sistematico.

Inoltre e' bene ricordare che i democratici hanno costruito i campi di detenzione per migranti non ai Parioli o nei "quartieri bene", ma al Tiburtino III e nelle periferie urbane. Il disastro prodotto dai governi di sinistra liberista non si puo' smontare, e non servira' affrontarne le conseguenze con le armi spuntate della politica.


La resa dei conti con l'eredita' del colonialismo

Una lettura evoluzionista di Marx - e non la lettura politico-volontarista che ha prevalso nella tradizione leninista, o quella legal-razionalista che ha prevalso nella tradizione socialdemocratica - permette di comprendere quello che sta succedendo e forse anche di intravedere una strategia che ci permetta di intuire come si esce da un'apocalisse a questo punto inevitabile. La prima considerazione, e' che la mano invisibile del Capitale neoliberale si incarna nel nazismo, e che non c'e' affatto opposizione tra nazismo e liberismo. Al contrario: e' il liberismo che ha prodotto le condizioni del social-nazionalismo e dello sterminio di massa che esso porta inevitabilmente con se'.

In uno scritto del 1962, Gunther Anders formula l'agghiacciante ipotesi che il Nazismo del XX secolo non e' stato che un esperimento: una prova generale in qualche teatro di provincia, in preparazione della vera rappresentazione destinata ad avvenire in un futuro tecnologicamente perfezionato. Quel futuro e' adesso.

Inoltre lo stesso Anders definisce l'essenza del nazismo come disumanita' che non ha piu' bisogno della mano umana per compiersi, come automatismo tecnico del disumano. Auschwitz e Hiroshima sono stati per Anders l'annuncio del nazismo a venire. Siamo cresciuti credendo che il nazismo fosse scomparso con Hitler, ma ci sbagliavamo: il nazismo pienamente sviluppato e' quello dell'automazione del disumano, che segue alla sconfitta dell'internazionalismo.

La politica di respingimento - unico comun denominatore di tutti i governi europei senza differenza sostanziale tra quelli che sono ancora definibili come "liberal-democratici" e quelli che sono entrati nella fase apertamente social-nazionalista - non e' un fenomeno politico congiunturale, ma una reazione profonda che va letta entro un contesto evolutivo di lungo periodo. In questo senso, i discorsini mielosi dei "democratici umanitari" lasciano il tempo che trovano perche' sono fondati su valutazioni di corto periodo e perche' nascondono una sostanziale ipocrisia. Lo stanziamento provvisorio o definitivo dei migranti che sono giunti in Europa negli ultimi vent'anni e' pesato interamente sulle aree urbane povere e sui ceti sociali piu' disagiati.

Inoltre: e' vero che il sistema previdenziale italiano puo' reggersi soltanto grazie all'apporto dei lavoratori migranti, ed e' vero che un certo quantitativo di migranti e' indispensabile per l'equilibrio economico di paesi demograficamente declinanti. Ma noi dobbiamo affrontare una prospettiva piu' lunga: quella di una migrazione prolungata e massiccia, provocata dal collasso dell'ecologia di intere aree africane, e dal caos politico provocato dalle guerre che sconvolgono aree crescenti del continente euroasiatico.

Siamo entrati in un processo di riequilibrio demografico planetario che non puo' essere gestito con gli strumenti della politica democratica. E infatti la democrazia sta crollando ovunque per lasciare il passo alla violenza del razzismo e alla guerra. Al di la' delle politiche di sterminio che il governo di Salvini sta applicando nel Mediterraneo, quale strategia si sta delineando per il prossimo futuro?

Il disegno di Salvini e' quello di ricostituire condizioni di controllo militare del territorio africano da cui la migrazione deriva. Quanto agli investimenti economici nel territorio africano, sarebbe ingenuo credere che questi abbiano un carattere benevolo. Gli investimenti europei non hanno mai smesso di sfruttare lavoro a basso costo e territori ricchissimi di materie prime. Si tratta di un progetto colonialista classico di sfruttamento economico e di intervento militare nel cuore dell'Africa, che ben presto portera' a una serie di conflitti intereuropei per la spartizione del continente. La Cina segue con attenzione questo processo, e non possiamo escludere che nel medio periodo il continente africano diventi il territorio di una guerra sinoeuropea o addirittura intereuropea (si veda a tal proposito questo interessante documento neocolonialista di Francesco Sisci, che interpreta con intelligenza il punto di vista cinese).

Mi fa orrore dire quello che sto dicendo, ma l'orrore non sta nelle mie parole bensi' nella realta' che esse descrivono: l'Olocausto del secolo passato rischia di impallidire di fronte alle proporzioni dell'Olocausto che e' gia' iniziato nel Mediterraneo e che rischia di estendersi e prolungarsi negli anni che verranno. E non dovremmo illuderci che l'orrore possa essere confinato al territorio oltremare: il terrorismo islamico del primo decennio del secolo e' stato solo l'annuncio del terrorismo di nuova generazione che colpira' le metropoli europee nel corso della guerra coloniale che stiamo avviando, come prevede Zbigniew Brzezinski nel saggio Toward a Global Realignment.

Per ricostruire la genealogia della situazione in cui ci troviamo oggi, dobbiamo risalire ai cinque secoli di colonialismo e di terrore bianco contro le popolazioni del pianeta. L'internazionalismo fu un tentativo di affrontare quell'eredita' in modo consapevole e strategicamente solidale, attraverso una redistribuzione egualitaria delle risorse e attraverso una restituzione di quello che lo schiavismo e lo sfruttamento coloniale hanno sottratto ai popoli del sud del mondo. Ma l'eclisse della prospettiva comunista ha aperto le porte di un inferno nel quale tutti rischiamo di sprofondare. A meno che...

A meno che cosa?


Evoluzione e coscienza etica

A questo punto il Marx evoluzionista che abbiamo deciso di adottare ci suggerisce due cose: la prima e' che non ci sara' resistenza politica o militare contro il nazismo, perche' la guerra contro il caos e' solo uno strumento del caos, e anche perche' il potere attuale non e' fondato sulla volonta' politica, ma su una catena di automatismi tecno-linguistici che vanno smantellati linguisticamente e tecnicamente.

La seconda e' che solo una forza piu' grande e piu' adatta a sopravvivere potra' sconfiggere e rovesciare il nazismo tecnologizzato: e quella forza e' la coscienza dell'intelletto generale.

Non c'e' dubbio sul fatto che l'intelletto generale (milioni di lavoratori cognitivi nella rete) e' piu' grande e piu' forte del sistema tecnocapitalista, dal momento che soltanto l'intelletto generale puo' generare, produrre e gestire giorno dopo giorno quel sistema. Ma le condizioni politiche entro cui questo accade non sono state decise dall'intelletto generale, che anzi e' costretto a subirne le conseguenze nelle forme di esistenza (materiale e soprattutto psichica) dei soggetti cognitivi. Soltanto l'azione consapevole e coordinata dei lavoratori cognitivi puo' dunque decostruire e riprogrammare l'automa tecnico che produce miseria, alienazione e infine guerra. Ma il punto e' questo: puo' il lavoro cognitivo esprimere quella coscienza collettiva che, sola, puo' permettergli di organizzarsi autonomamente, cioe' di esercitare la sua funzione di creazione continua del mondo al di fuori del comando capitalistico e della funzione profitto?

Recentemente la mia attenzione e' stata catturata da un evento che si e' verificato negli uffici della Google corporation. Quattromila dipendenti della piu' potente centrale della net-economica globale hanno firmato una lettera di protesta contro la decisione dell'azienda di collaborare con il Pentagono alla dotazione di intelligenza artificiale per i droni da combattimento. Dopo alcuni mesi di discussione, Google ha deciso di rinunciare all'accordo con il Pentagono che rappresentava un grosso affare sul piano economico, ma rischiava di aprire un conflitto di lungo periodo con i suoi lavoratori e di rovinare l'immagine di un'azienda che si vanta di fare soltanto del bene.

Questo episodio mi e' parso segnalare una cosa importantissima: esiste la possibilita' di una fuoriuscita dall'inferno in cui il neoliberismo prima e il social-nazionalismo adesso ci hanno proiettato. Sta nelle mani e nelle teste di alcuni milioni di lavoratori cognitivi che posseggono la potenza di bloccare, sabotare, smantellare gli automatismi tecnici che muovono la macchina globale. E posseggono anche la potenza per riprogrammare la macchina globale producendo automatismi tecnici guidati da un principio di sobrieta', di uguaglianza e di pace.

Ma quella possibilita' non e' affatto a portata di mano: perche' la soggettivita' che ne possiede la chiave e' al momento socialmente frammentata, psichicamente fragile e incapace di solidarieta'. Quattromila persone che lavorano per Google hanno firmato una lettera di protesta contro la subordinazione del loro lavoro a un'azienda militare, certo; ma gli altri settantaseimila dipendenti dell'azienda, quella lettera non l'hanno firmata. Solo un risveglio della coscienza etica di alcuni milioni di lavoratori cognitivi sparsi nel mondo ma connessi nella rete puo' attualizzare la possibilita'.
Dobbiamo chiederci se i lavoratori cognitivi della generazione iperconnessa sono in grado di esprimere coscienza e particolarmente coscienza collettiva.
L'evoluzione e' un processo che si svolge secondo linee che sono essenzialmente indipendenti dalla volonta' umana; ma nella sfera umana la coscienza ha una funzione evolutiva importante. La coscienza non e' un effetto della volonta', bensi' una funzione interna al processo cognitivo, che rende possibile la produzione e la riproduzione del dominio.

Cosa significa coscienza? Per fare semplice una questione infinitamente complessa, diro' che coscienza e' la funzione di auto-situazionamento di un organismo. Ogni organismo e' situazionato: gli uccelli volano in cielo e i pesci nuotano in mare; grazie alla coscienza, gli umani possono modificare il loro situazionamento nel contesto e possono modificare il contesto stesso in funzione dei loro interessi e delle loro intenzioni. La coscienza implica un porsi all'esterno di se' e agire sul se' situazionato.

Le formiche, le api, i ragni svolgono azioni estremamente elaborate, coordinate, in qualche modo intelligenti: ma non sono in grado di modificare le condizioni del loro lavoro, non sono in grado di riflettere e di agire coscientemente.

I lavoratori cognitivi sono posti nella condizione di produrre software, progetti, oggetti, algoritmi, sostanze e relazioni. Il loro comportamento coordinato non e' dissimile da quello delle formiche o delle api: la conoscenza (o piuttosto le informazioni funzionali inscritte nel loro cervello collettivo) gli permette di svolgere la funzione che e' stata loro assegnata dall'ambiente sociale in cui si trovano, ma la conoscenza non gli permette di cambiare le condizioni stesse in cui si trovano.

Se mi e' permesso di saltare molti passaggi logici, direi che la coscienza e' la funzione di mutamento del processo cognitivo che si manifesta in condizione di sofferenza. Il disagio, la sofferenza psichica, la non adesione al proprio essere situazionato, la percezione dolorosa del dolore dell'altro, e' cio' che spinge gli umani a compiere un passaggio che ne' le formiche ne' i ragni sono in grado di compiere: riprogrammare il contesto. Riprogrammare il funzionamento semiotico, psichico economico dei segni prodotti dall'uomo. Riprogrammare il contesto patogeno per non riprodurre all'infinito la sofferenza.

La coscienza etica non e' adesione volontaristica a valori universali, come pretendeva il pensiero universalista, illuminista o socialista, ma e' un effetto della distonia estetica, del disagio psichico, della sofferenza. Ora dobbiamo chiederci se i lavoratori cognitivi della generazione iperconnessa sono in grado di esprimere coscienza e particolarmente coscienza collettiva. E' su questo punto che la nostra ricerca deve concentrarsi.
L'apocalisse in corso costituisce la condizione entro la quale puo' verificarsi (o puo' non verificarsi) il risveglio della coscienza etica del lavoro cognitivo.
Sappiamo che l'intensificarsi della connessione e l'accelerazione degli stimoli infoneurali sta producendo un aumento strabiliante della sofferenza psichica. Si vedano a questo proposito i dati raccolti negli ultimi decenni da Monitoring the Future (dal 1976 al 2015), dal Youth Risk Behavior Surveillance System (dal 1991) e dal General Social Survey (dal 1972), riportati da Jean M. Twenge nel libro Iperconnessi (Einaudi). Da questi dati emerge con chiarezza un incremento della sofferenza psichica, della propensione al suicidio e alla solitudine. Queste tendenze dovrebbero spingere gli iperconnessi (e quindi in primo luogo coloro che quotidianamente creano e sviluppano l'automa globale produttivo) a cercare un mutamento. Ma purtroppo cresce al tempo stesso un'incompetenza emozionale e relazionale che rende gli iperconnessi incapaci di solidarieta', di empatia e di azione conflittuale. Il conflitto sembra essere intollerabile alla snowflake generation.

In questo scarto tra sofferenza e incompetenza emozionale si gioca probabilmente la possibilita' di un processo di autorganizzazione del lavoro cognitivo che renda possibile (o impossibile?) nel prossimo futuro lo smantellamento dell'automa globale capitalista e la sua riprogrammazione secondo linee di sobrieta', egualitarismo e solidarieta'.

L'apocalisse in corso costituisce la condizione entro la quale puo' verificarsi (o puo' non verificarsi) il risveglio della coscienza etica del lavoro cognitivo. Il trauma che si sta producendo non sconvolgera' soltanto le strutture della vita sociale, le istituzioni politiche ed economiche, ma anche l'equilibrio psicocognitivo. E' forse sul piano neuroevolutivo che il prossimo passaggio storico si verifichera'.
Franco "Bifo" Berardi

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Fonte: Quel Salto Oltre L'Apocalisse (di Not)
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