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Trent'Anni Di Germania Unita (di Il Tascabile) Stampa
Politica
Scritto da Joel   
Giovedì 08 Ottobre 2020 10:00
Trent'Anni Di Germania Unita
Trent'Anni Di Germania Unita (di Il Tascabile)

https://www.iltascabile.com/societa/trentanni-di-germania-unita/

Il Tascabile

Una riflessione sulla nostra quotidianita' a partire dalla biografia-fumetto dedicata a George Orwell.

"Viviamo questo giorno come un dono. Questa volta la Storia e' stata buona con noi tedeschi". A parlare e' Richard von Weizsacker, Presidente della Repubblica Federale della Germania dell'Ovest e ora anche primo Presidente della Germania riunificata.
Le sue parole aprono il Tagesschau serale del 3 Ottobre 1990 sul canale Das Erste di ARD: e' il primo telegiornale serale della prima rete pubblica in una Germania non piu' divisa.

A condurre la storica edizione c'e' Werner Veigel, forse il piu' celebre mezzobusto della Germania occidentale: occhiali a goccia, elegante giacca marrone, cravatta a strisce diagonali, pochette che tende al viola. Il giorno della Riunificazione e' stato preparato da mesi e non puo' certo essere caratterizzato da quell'esplosione di gioia, entusiasmo e sgomento vista 11 mesi prima di fronte alla caduta del Muro di Berlino. Ma il fatto che dal crollo del Muro si sia giunti cosi' brevemente a una sola Germania riunita non e' in verita' meno incredibile.

Se il 9 Novembre 1989 sara' data storica per il mondo intero, il 3 Ottobre 1990 sara' data storica soprattutto per la Germania e diventera' subito il giorno di festa nazionale tedesca. Guardare oggi, esattamente a trent'anni di distanza, il telegiornale di quella sera e' rivelatore: non c'e' praticamente una notizia o un passaggio del Tagesschau (e della narrazione pubblica che ne emerge) che non contenga un indizio su cosa sara' la nuova Germania.

Non abbiate paura di noi
Subito dopo la dichiarazione di apertura del Presidente, l'anchor Veigel saluta il pubblico e proclama: "I tedeschi vivono di nuovo in un paese sovrano, libero e unito. Quarantacinque anni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, la scorsa notte e' finita la divisione della Germania". Sia nella dichiarazione del Presidente che nel solenne annuncio del telegiornale, il nuovo corso politico tedesco viene inserito nella grande Storia. Se per un filone intellettuale-strategico anglosassone la caduta del muro del 9 Novembre 1989 sara' considerata cesura talvolta addirittura sufficiente a ipotizzare "la fine della Storia", per la politica e per i media tedeschi l'assoluta storicita' della loro condizione sembra invece piu' evidente.

Una domanda urgente per la Germania diventa allora a quale tendenza della Storia agganciare l'unita' appena riconquistata. In quale narrazione inserire una Riunificazione completamente inimmaginabile solo un anno prima? La risposta arriva dallo stesso presidente von Weizsacker, trasmesso di nuovo al minuto 1:48 del Tagesschau, in un altro estratto del suo intervento della sera prima: "La nostra unita' non e' stata imposta con la forza a nessuno, ma decisa pacificamente. La nostra unita' e' parte di un processo storico europeo cha ha come obiettivo la pace dei popoli e un nuovo ordine di pace per tutto il continente". Il messaggio a se stessi e agli altri e' chiaro: la Germania non si e' riunita per intrappolarsi nel proprio passato di potenza nazionale, ma per essere avanguardia europea, forse per cercare di essere gia' addirittura modello post-nazionale europeo. Determinato nel tenere distanti i tabu' storici irrimediabili del proprio passato, l'establishment politico tedesco fautore della Riunificazione vuole rassicurare i propri partner vicini e lontani. Ricordando implicitamente Thomas Mann, quello che von Weizsacker sta promettendo e' che la nuova Germania sara' una "Germania europea" e non fautrice di "un'Europa tedesca".

Le rassicurazioni tedesche, pero', per alcuni non bastano e continueranno a non bastare. Gia' al primo minuto del Tagesschau, Werner Veigel legge: "Dall'estero sono arrivati gli auguri di numerosi capi di stato. Nei giornali stranieri, oltre all'entusiasmo, si e' potuto pero' anche avvertire scetticismo sul futuro ruolo tedesco in Europa e nel mondo". Nel 1990 la cosiddetta "questione tedesca" e' ancora li', e' di nuovo li': in mezzo all'Europa c'e' di nuovo un paese grande, ricco, forte, e con 80 milioni di abitanti. La "questione" continua e continuera' a essere vincolata al destino di una terra che, come ripeteva il falco americano Henry Kissinger, e' "troppo grande per l'Europa ma troppo piccola per il mondo".

Nei trent'anni successivi al 3 Ottobre 1990 la Germania non si fara' forza classicamente geopolitica, ma diventera' di nuovo (quasi inevitabilmente) forza economicamente egemone in tutta Europa. Dal 1990 in poi affrontera' inizialmente fasi di recessione per assorbire la mastodontica svolta della propria Riunificazione e nel 2000 sara' ancora considerata il "malato d'Europa", con un'economia in sostanziale stagnazione. Ma nel corso del nuovo millennio la "Berliner Republik" (cosi' ribattezzata dopo il ritorno della capitale a Berlino) sfruttera' meglio di chiunque altro la svolta dell'euro e sapra' riformulare i costi della propria produzione industriale tramite una epocale ristrutturazione dello stato sociale (con la riforma Agenda 2010, che declinera' il tradizionale welfare tedesco in un sostanziale workfare). Con una rimodulazione dell'economia sociale di mercato in funzione della competitivita' selvaggia del mercato globale, negli anni Berlino si affermera' sempre di piu' come campione globale del surplus commerciale (vale a dire esportando sempre molto piu' di quanto importi). Un'affermazione tedesca che si solidifichera' definitivamente nella lunga stagione di stabilita' ed estremismo di centro del cancellierato di Angela Merkel, iniziato nel 2005 e in corso ancora oggi.

Oggi, nel 2020, in piena crisi COVID-19, la Germania si e' appena confermata perno indispensabile e, piaccia o meno, partner insostituibile per qualunque governo europeo che ritenga ancora conveniente vincolare il proprio ruolo internazionale a quello dell'Unione Europea. Definita negli ultimi anni "egemone riluttante" per il suo tentativo di non sobbarcarsi il peso geopolitico della propria potenza economica, invitata ad assumersi piu' responsabilita' di leadership internazionale e al tempo stesso temuta e osteggiata quando ha espresso il proprio modo di farsi leader, la Germania si prepara ora ad anni ancora piu' complessi, in un mondo ormai divenuto multipolare. Le prossime elezioni nazionali tedesche del 2021 sono considerate tra le piu' decisive di sempre.

Dubbi e illusioni dall'Europa
Al minuto 9:30 Veigel passa la linea ai servizi registrati dagli inviati internazionali da quelle che, come viene ricordato, sono "le capitali delle potenze vincitrici (della II guerra mondiale), piu' Israele". Un giro di 2 minuti e 30 secondi che racchiude tutto il serrato dibattito internazionale sulla Riunificazione tedesca svoltosi tra il 1989 e il 1990. Al minuto 10:55 parla Marie-Elisabeth Simmat, da Londra, che ricorda che solo due giorni prima la premier inglese Margaret Thatcher ha di nuovo espresso la propria preoccupazione per il pericolo di un "dominio tedesco in Europa". Nel 1990 il nemico piu' ostinato di una nuova Germania riunita e' infatti il Regno Unito, che sta vivendo gli ultimi mesi del lungo regno politico di Thatcher. Si narra che quell'anno la cosiddetta Lady di Ferro girasse per incontri internazionali tenendo in borsa una cartina raffigurante la Germania nei suoi confini del 1937. Lo scopo della Thatcher era mostrare quanto potessero essere (troppo) forti e potenti le due Germanie messe di nuovo insieme. Nel 2016, 26 anni dopo, le motivazioni del Leave nel referendum Brexit saranno vincolate narrativamente e populisticamente all'immigrazione e a una geosofia da nostalgia imperiale, ma la base ideologica e morale delle elite britanniche anti-UE sara' anche profondamente strutturata sullo storico rifiuto thatcheriano di un'Unione Europea troppo tedesca, troppo continentale, di fatto non piu' controllabile.

Nel 1990, pero', Margaret Thatcher non riesce a convincere Francois Mitterrand della propria posizione contraria alla Riunificazione tedesca. Il Presidente francese e gli strateghi della Republique decidono invece che la soluzione migliore sia accogliere in pieno la promessa europeista tedesca, cercando di alzare pero' ancora di piu' la posta in gioco. Il Trattato di Maastricht del 1992 sancira' anche un patto piu' o meno formale: la Germania si e' potuta riunificare, ma dovra' adesso sciogliere il suo potentissimo Marco nella moneta unica europea. Una mossa tattica apparentemente geniale di Parigi, che potra' contare sul sostegno decisivo di altre capitali europee. Mossa tattica pero' condizionata dal tic francese di sopravvalutare storicamente e fisiologicamente la propria forza. Forse nel 1990 Mitterand pensa ancora, come faceva Charles De Gaulle, che l'Europa unita sia pur sempre "un cavallo tedesco con un cocchiere francese". L'euro che nascera' nel 2002 dovrebbe imbrigliare il cavallo, utilizzarne la forza, dirigerlo secondo necessita'. Le cose non andranno esattamente cosi'. Negli anni Novanta e Duemila gli attenti e scrupolosi superburocrati ordoliberali della Berliner Republik sapranno trasformare la nuova moneta europea in prezioso strumento competitivo e mercantilista, sia grazie all'export interno all'eurozona sia tramite un tasso di cambio internazionale che facilita anche le esportazioni nel resto del mondo. Durante la crisi dell'euro del 2010, niente sara' piu' possibile o immaginabile senza le decisioni giuste e sbagliate del cavallo-Germania. Oggi il cosiddetto asse franco-tedesco garantisce ancora a Parigi un ruolo strutturale nell'UE e nell'eurozona, ma il governo francese puo' solo vantare un ruolo da copilota paritario (forte del proprio patrimonio militare-nucleare), non certo un primato da "cocchiere" ebbro di grandeur gollista.

Gli USA, the Supervisor
La Germania riunita trovera' cosi' una sua nuova forma di potenza dentro allo spazio quasi totale ma storicamente determinato della globalizzazione, intesa come processo geopolitico espressione della pax americana. In questo senso, inizialmente, la nuova Germania si muovera' proprio nel solco del proprio tacito patto del Dopoguerra con Washington: rinuncia all'indipendenza strategica in campo militare (cosi' come in quello dell'intelligence) e convogliamento di tutte le risorse e degli sforzi nazionali nel costante avanzamento economico. E' soprattutto su queste basi che nel 1990 sono comunque gli Stati Uniti i piu' importanti e decisivi sostenitori della Riunificazione tedesca. Al minuto 10.22 del Tagesschau del 3 Ottobre, Peter Staish, inviato davanti alla Casa Bianca, racconta "l'emozione" di George Bush Senior per la Riunificazione e cita poi come emblematico un commento del giorno del Washington Post: "In tutti questi anni i tedeschi si sono meritati questa unita'". Anche per l'amministrazione USA i tedeschi si sono meritati la Riunificazione con una Rivoluzione pacifica senza spargimenti di sangue e, soprattutto, se la sono meritata durante una Guerra Fredda in cui intere generazioni di politici tedeschi dell'Ovest hanno gestito con estrema consapevolezza il fatto di essere l'eventuale prima linea di una possibile guerra calda.

La posizione USA rispetto alla nascita della nuova Germania nel 1990 e' ovviamente anche motivata strategicamente: con la Riunificazione entra subito nella NATO il primo territorio fino ad allora appartenente al Patto di Varsavia. Piu' complessivamente, una Germania subito e solidamente atlantista e' in quel momento la soluzione migliore per chi voglia rispettare uno dei dogmi della geopolitica USA: sempre e comunque evitare la nascita di un qualsiasi asse eurasiatico troppo indipendente dal controllo americano dei mari del globo. Nei trent'anni successivi, pero', il rapporto speciale tra Berlino e Washington iniziera' a deteriorarsi. Oggi, nel 2020, e' tendenza comune ridurre l'allontanamento tra il centro del potere tedesco e quello americano all'aperta antipatia politica tra Angela Merkel (e i suoi sostenitori) e Donald Trump (e i suoi supporter). Questo pregiudizio e' stato anche alimentato nel momento in cui il mondo liberal statunitense, sconvolto proprio per l'elezione di Trump del 2016, ha narrativamente e simbolicamente scelto Angela Merkel come piu' importante "leader del mondo libero" e specie di temporanea "regina straniera" dei valori liberal-democrats americani. Interpretazione piu' che legittima, anche se tendenzialmente ideologica e parziale, ma che certamente ha offuscato la percezione generale delle crescenti difficolta' tra Germania e Stati Uniti. La verita' e' che, nonostante la luna di miele dei primi anni ‘90, i motivi di attrito tra Germania e USA si svilupperanno velocemente. Dagli anni Duemila in poi il potere seppur solo economico del costante surplus commerciale Germania diventera' comunque troppo ingombrante per gli USA e, contemporaneamente, Washington non apprezzera' lo scarso contributo tedesco al budget NATO, a cui vuole che i governi di Berlino contribuiscano di piu' (restando pero' militarmente assolutamente fedeli all'atlantismo e lontani da qualsiasi avventurismo indipendente).

Durante la crisi economica e finanziaria (2008 e 2010), le critiche dagli States e dai media anglosassoni verso l'eccesso di austerita' di Berlino (anzi, di Francoforte) saranno aspre, e la differenza tra il liberismo a' la Wall Street anglosassone e l'ordoliberalismo dell'ossessivo rigore tedesco si mostrera' in tutti i suoi effetti. Ma, soprattutto, sara' sempre piu' spesso il riemergere di un'eccessiva conciliazione eurasiatica tra Berlino e Cremlino a erodere il legame transatlantico. Gia' nel 2010 Vladimir Putin pubblichera' un contributo editoriale direttamente sul rinomato quotidiano liberale tedesco Suddeutsche Zeitung, sponsorizzando la "creazione di una comunita' economica armoniosa che vada da Lisbona a Vladivostok". Agli analisti d'intelligence d'oltreoceano il guest article del Cremlino non piacera' certamente, anche considerando la crescente richiesta di aiuto rivolta a Washington in funzione anti-russa da capitali della nuova UE come Varsavia, Bucarest, Vilnius.

Sara' solo con l'inevitabile scelta di campo della guerra in Ucraina del 2014 che la Germania prendera' di nuovo maggiormente le distanze da Mosca. Oggi, nell'Ottobre 2020, Berlino guarda intanto con trepidazione alle elezioni presidenziali USA del 3 Novembre. Gran parte della politica e quasi tutti i media tedeschi tifano con passione quasi militante per la vittoria del democratico Joe Biden. Ma anche se una presidenza Biden servirebbe sicuramente per riaprire un dialogo transatlantico piu' rilassato, alcune questioni geopolitiche cruciali tra i due paesi continueranno a riprodursi (o a esacerbarsi, come nel caso del ruolo tedesco nella conflittualita' USA-Cina).

Il gas russo e il miglior nemico al Cremlino
Nel Tagesschau del 3 Ottobre 1990, al minuto 9:45, il corrispondente dalla Piazza Rossa di Mosca, Jurgen Thebrath, cita l'agenzia sovietica TASS: "I tedeschi hanno ricevuto un anticipo di fiducia, speriamo che se lo sappiano anche guadagnare". Sono passati meno di vent'anni da quel 1971 in cui, durante il cosiddetto Accordo delle quattro potenze a Berlino, il diplomatico russo Petr Abrasimov ancora diceva ad americani, inglesi e francesi: "Voi controllate i vostri tedeschi, che noi controlliamo i nostri". L'inviato ARD Thebrath spiega invece ora che, di fronte a un periodo che la stessa Pravda prevede essere "un inverno di fame", lo sguardo russo verso Berlino e' soprattutto rivolto alla ricerca di nuovi accordi commerciali con la "ricca" Bundesrepublik. Al 3 Ottobre 1990 l'Unione Sovietica deve ancora vivere il proprio crollo definitivo, passare l'era Eltsin e il saccheggio oligarchico dell'economia post-sovietica e giungere poi all'era Putin (che istituzionalizzera' parte dell'oligarchia ed epurera' invece quella non affidabile e non allineabile alla ragion di stato). A partire dagli anni '90, la relazione tra la Russia e la Germania sara' mutevole ma costante. L'Ostpolitik nata negli anni ‘70 del ‘900 si trasformera' inizialmente in dottrina della relazione commerciale tedesco-russa come agente di trasformazione liberaldemocratica della societa' post-sovietica. Poi, una volta fallita questa prospettiva piu' utile al branding dei think thank che alla concreta azione politica, si consolidera' invece il principio che le relazioni commerciali e di interdipendenza energetica con la Russia siano la sola vera garanzia di pace tra i due paesi e che Berlino debba salvaguardarle a ogni costo, a prescindere dalla natura del regime politico di Mosca. Dottrina di convivenza con la grande Russia che, di fatto, e' parte da sempre decisiva della scuola geopolitica tedesca di Monaco degli anni Trenta.

Negli anni Duemila il rapporto commerciale russo-tedesco assumera' una forma ancora piu' concreta e visibile, facendosi infrastruttura con la costruzione del gasdotto Nord Stream. Frutto dell'amicizia fraterna tra il Cancelliere tedesco Gerhard Schroder (1998-2005) e Vladimir Putin, la pipeline sara' progettata nel 2005 e ultimata nel 2011 e diverra' il primo gasdotto che colleghi direttamente Russia e Germania. Passando sotto al Mar Baltico, il Nord Stream dara' la capacita' a Mosca di bypassare strategicamente paesi come Ucraina, Polonia e Bielorussia ed estrometterli eventualmente dal flusso di gas russo verso l'Europa (che comunque continuera' a passare con ampi quantitativi proprio da quei paesi, con pipelines come Transgas e Yamal-Europe). La reazione dei paesi esclusi dai piani del Nord Stream sara' ugualmente subito molto accesa, tanto che nel 2006 Radoslaw Sikorski, allora futuro Ministro della Difesa della Polonia, paragonera' il Nord Stream al patto nazi-sovietico Molotov-Ribbentrop del 1939. Nel 2015 verra' progettato un secondo gasdotto, il Nord Stream 2, che verra' pero' temporaneamente bloccato di fatto nel 2020, a pochi km dal completamento, a causa dell'imposizione nei confronti delle aziende coinvolte di pesanti sanzioni americane bipartisan (cioe' sostenute al Congresso USA sia dai Democrats che dai Republicans). Oggi, nell'Ottobre 2020, Berlino non ha ancora deciso come risolvere davvero la questione Nord Stream 2. A trent'anni di distanza, la Germania e' comunque ancora impigliata nella tensione tra la sua irrinunciabile alleanza militare con gli Stati Uniti e il suo rapporto di interessi ed equilibri con Mosca.

Anti-nazionalismo: "Germania chiudi il becco!"
Nel giro dei corrispondenti del Tagesschau manca ancora la reazione alla Riunificazione da Tel Aviv. Al minuto 12:05 il giornalista Friedrich Schreiber racconta che se in Israele c'e', da una parte, soddisfazione per il crollo della DDR, dall'altra la rinascita di una "piu' grande Germania" ha portato subito a galla il ricordo della Shoah. Schreiber aggiunge che il Presidente del parlamento israeliano, Dov Shilansky (sopravvissuto all'Olocausto e da sempre contrario a rapporti di riparazione tra Israele e Germania) ha dichiarato che il 3 Ottobre tedesco e' giorno di grave lutto per il popolo ebraico. La questione della colpa tedesca viene qui verbalizzata nella sua completezza, senza mezzi termini. Come gia' detto, la Germania riunita del 1990 si trova di fronte al doppio compito di superare il passato socialista-distopico dello "stato della Stasi" ed evitare al tempo stesso di dare spazio a un nuovo senso di nazione in qualche modo non abbastanza ermeticamente chiuso rispetto al peccato originale del nazionalsocialismo.

Per muoversi in questa dinamica, la nuova Germania riattualizzera' velocemente il paradigma degli opposti estremismi. Paradigma che non potra' in verita' contenere la complessita' dell'esperienza storica tedesca, ma che e' piu' che funzionale negli anni Novanta, cioe' in anni che si auto proclameranno illusoriamente post-ideologici. Al minuto 5:30 il Tagesschau mostra le immagini dei vari festeggiamenti per la Riunificazione in varie citta'. Vengono mostrati bambini che si arrampicano felicemente sulle austere statue berlinesi di Marx ed Engels, accompagnati dall'animazione di un clown. Un po' dopo il telegiornale ricorda che l'eventuale sventolare delle bandiere "non e' stato nazionalistico" e, inoltre, che non ci sono stati i temuti scontri tra "estremisti di destra e sinistra". Al minuto 6:46 viene pero' mostrato un servizio con le immagini del corteo di diversi gruppi dell'Autonome Szene di Berlino ovest, da tempo una delle piu' vivaci e significative d'Europa. Il servizio racconta che prima di scontrarsi con la polizia i manifestanti hanno sfilato al grido di "Deutschland halt's maul": "Germania chiudi il becco". Il 3 Ottobre del 1990 c'e' quindi una parte critica del corpo sociale tedesco che e' assolutamente convinta che non esista una via non nazionalistica alla Riunificazione e il cui altro motto e' infatti "Nie wieder Deutschland!", "Mai piu' Germania!". Sarebbe un errore credere che le manifestazioni mostrate dal Tagesschau siano solo il messaggio isolato dell'estrema sinistra della capitale. Per certi versi il Nie wieder Deutschland! non e' altro che la declinazione piu' radicale dello stesso gia' citato discorso anti-nazionale con cui gran parte della politica tedesca cerca nel 1990 di ammortizzare la paura in Europa per la Riunificazione tedesca. Per il radicalismo anti-nazionale di sinistra la risposta e' "Mai piu' Germania", per la narrazione liberale la risposta e' una Germania che pero' sia per sempre agganciata all'idealismo post-nazionale di un mondo sempre piu' globalizzato.

Piu' generalmente, dal 1990 in poi, in Germania si svilupperanno alcuni dei tentativi di narrativa politica piu' avanzata di superamento del nazionalismo e di sviluppo del cosiddetto "Verfassungspatriotismus", cioe' di quel "Patriottismo costituzionale" innanzitutto legato ai valori e ai principi liberal-democratici intesi come autosufficienti e scevri da elementi identitari o, ancora di piu', etno-nazionali dominanti. Oggi e' soprattutto il partito dei Verdi, attualmente considerato seconda forza politica del paese, a portare avanti questa impostazione. Un'impostazione che trova molto sostegno in una parte liberal-ambientalista e tendenzialmente internazionalista-cosmopolita della Germania, ma che riceve anche moltissime critiche da parte di quel pezzo di societa' tedesca che e' invece di nuovo alla ricerca di una "Leitkultur", vale a dire di una "cultura guida" tedesca - concetto originariamente immaginato come insieme di valori secolari occidentali, ma poi sempre piu' spesso anche riformulato in senso piu' tradizionale, di orgoglio identitario e in opposizione al multiculturalismo e alla percepita debolezza tedesca-europea di fronte all'importazione di nuove culture considerate piu' pericolose di quello stesso tradizionalismo occidentale di cui il pensiero liberal anti-nazionalista vuole attuare il superamento.

Un dibattito, quello tra cosmopolitismo green, secolarismo tendente all'occidentalismo e nuovo conservatorismo identitario, che si e' ampiamente sviluppato in occasione della Willkommenspolitik (politica dell'accoglienza) scelta da Angela Merkel in occasione della cosiddetta crisi dell'immigrazione del 2015. Dibattito che si insinua quindi nell'evoluzione di lungo respiro di una societa' multiculturale e multietnica in Germania e che non e' certamente destinato a scomparire nei prossimi anni (come ha dimostrato l'entrata nel Bundestag nel 2017 del primo partito di destra identitaria tedesco, Alternative fur Deutschland).

Neonazismo riunificato
Se il 3 Ottobre 1990 chi scrive i testi del Tagesschau puo' far notare con soddisfazione di non aver visto dimostrazioni di estrema destra, il neonazismo sapra' comunque allungare velocemente la propria ombra sulla nuova Germania unita. Negli anni Novanta e Duemila ci sara' di fatto un'altra riunificazione: quella tra il neonazismo carsico, etno-suprematista e piu' tradizionalista che per decenni si e' autoriprodotto nella Germania Ovest, da un lato, e il neonazismo resuscitato nel malessere sociale e nell'alienazione culturale delle periferie e delle lande piu' desolate in cui vive e sopravvive il proletariato bianco della Germania Est, dall'altro. Il risultato di tale integrazione sara' soprattutto un crescendo di violenza. Secondo le stime di un report presentato dal Ministero degli Interni tedesco del 2018, a partire dal 1990 le vittime di quella che viene chiamata "criminalita' motivata politicamente - settore estrema destra" sono state 83. Negli ultimi 2 anni il numero e' ulteriormente cresciuto.

Il caso piu' incredibile della presa del neonazismo tedesco nella Germania unita sara' quello della cellula terroristica e razzista NSU (NSU-Nationalsozialistischer Untergrund, "Clandestinita' Nazionalsocialista"). Per anni la polizia e l'intelligence interna tedesca (Bundesamt fur Verfassungsschutz nazionale e vari uffici regionali) si riveleranno incapaci di riconoscere la matrice neonazista degli omicidi. Quando lo faranno, molto tardivamente, solo nel 2011, verranno travolti da numerose accuse di incompetenza, bias razziali e ideologici, incapacita' di gestire e/o addirittura attiva e cosciente mancata volonta' di utilizzare una seppur vasta e fitta rete di informatori nella galassia neonazista. Se nel 1990 qualcuno in Germania pensa e spera ancora di poter finalmente uscire dal Dopoguerra, lasciandosi alle spalle anche i propri estremismi ed entrando agevolmente in una mitologica era di liberal-democrazia post-conflittuale, le cose andranno in maniera estremamente piu' complicata. Dal 2015 in poi, con la gia' citata Willkommenspolitik, il neonazismo e l'estremismo etno-nazionalista potranno poi inserirsi ancora meglio nelle contraddizioni del multiculturalismo e del binomio immigrazione-integrazione in Germania, puntando a forme di normalizzazione del proprio discorso e adottando tattiche di vero e proprio entrismo nel nuovo nazional-populismo. Il 1 Giugno 2019, Walter Lubcke, politico CDU dell'Assia favorevole alla Willkommenspolitik, verra' ucciso sulla terrazza di casa sua da un militante neonazista. Il 9 Ottobre 2019 un giovane uomo con simpatie neonaziste cerchera' di assaltare la sinagoga di Halle (Sassonia-Anhalt) nel giorno dello Yom Kippur, uccidendo poi due persone. Il 19 Febbraio 2020 un uomo mosso da odio xenofobo uccidera' nove persone in due differenti shisha bars ad Hanau, vicino a Francoforte. Oggi il tema del neonazismo in Germania continua a occupare le prime pagine di qualsiasi giornale.

Possiamo fidarci dei nostri soldati?
Nel Giugno 2020, dopo lunghe indagini interne alla Bundeswehr (l'esercito tedesco) la ministro della difesa Annegret Kramp-Karrenbauer decide lo scioglimento di un'intera compagnia del KSK (i Kommando Spezialkrafte, le squadre speciali dell'esercito). Il motivo sono le pesanti infiltrazioni di estrema destra nel commando. La ministro pone poi tutto il resto della KSK sotto severa osservazione e riforma. A fine Settembre la stessa Kramp-Karrenbauer destituisce Christof Gramm, presidente dell'intelligence militare tedesca MAD (Militarischer Abschirmdienst. Il compito del MAD e' in questi mesi proprio indagare a fondo sull'estremismo di destra nell'esercito. La notizia dello scioglimento dei KSK, cosi' come altre indagini che scoperchiano gruppi di estrema destra nella polizia tedesca, fanno in queste settimane il giro di tutti i media del mondo. Quello che pero' non si approfondisce molto e' perche', soprattutto nel caso dell'esercito, l'azione del governo vada proprio ora cosi' in profondita'.

Al minuto 8:56 del Tagesschau del 3 Ottobre 1990, ancora prima dei servizi dalle capitali estere, Veigel legge una dichiarazione di Helmut Kohl, il Cancelliere della riunificazione che governera' la Germania ancora per 8 anni. Le parole di Kohl sono relative allo status politico e militare della Germania: "La Germania non rivendichera' mai piu' nuovi territori e riconosce il carattere definitivo delle proprie frontiere... I tedeschi sanno che dovranno ora assumersi piu' responsabilita' nella comunita' internazionale. La Germania e' pronta a partecipare con soldati tedeschi a truppe di pace dell'ONU". La prima frase non e' per niente scontata: la caduta del Muro sta scatenando un effetto domino dalle conseguenze ancora imprevedibili, che raggiungeranno conseguenze orribili e tragiche in ex Jugoslavia (non senza una responsabilita' politica della stessa Germania appena riunificata e di altre nazioni europee). Per Helmut Kohl assicurare paesi come la Polonia o l'allora Cecoslovacchia di non voler rivendicare nuovamente territori contesi prima del ‘45 e' fondamentale. La seconda frase di Kohl e' pero' oggi ancora piu' importante: il Cancelliere parla sostanzialmente del destino dell'esercito tedesco, fino ad allora sotto direttissima direzione strategica americana. Fino al 1990 la Bundeswehr della Germania Ovest si e' infatti mossa solo rivolta verso la cortina di ferro e con un'azione vincolata a operazioni di difesa NATO all'interno confini tedeschi. Kohl dice che ora la Germania sara' pero' pronta a muoversi diversamente, sostanzialmente anche all'esterno, anche se restando agganciata alle dinamiche ONU. Negli anni Novanta la Germania decidera' di ridurre il personale del proprio esercito, ma proprio in quegli anni alcuni rappresentanti dell'esercito tedesco compariranno per la prima volta in piccole missioni di peacekeeping nel Golfo Persico, in Somalia o nei Balcani.

Nel 1999 la Germania partecipera' alla missione NATO in Kosovo e nel 2001, dopo l'attacco alle Torri Gemelle, il Bundestag votera' l'appoggio della Bundeswehr alla missione americana in Afghanistan. Nel 2006 i tedeschi prenderanno il comando operativo della regione Nord dello stesso Afghanistan: sara' la prima volta per la Bundeswehr in un paese straniero. Nel Gennaio 2017 (76 anni dopo l'operazione Barbarossa del Terzo Reich), l'esercito tedesco rientrera' in Lituania, questa volta da alleato, per una missione di "dissuasione" in funzione anti-russa. Al di la' delle singole operazioni, nel corso degli anni la Germania sara' sempre piu' costretta a puntare a una propria maturita' militare dopo almeno 50 anni in cui le istituzioni tedesche si erano assestate in una geometria di potere in cui il ruolo militare era stato sempre marginale. Capacita' militare da sviluppare non piu' solo all'interno del proprio ruolo nella NATO (e quindi spendendo di piu', come richiesto da Washington), ma potenzialmente anche oltre. Come dira' nel Maggio 2017 Angela Merkel, in pieno shock da nuovo trumpismo e riferendosi alla questione militare tedesca: "I tempi in cui potevamo contare pienamente su altri sono in una certa misura finiti, come ho sperimentato nei giorni scorsi... Noi europei dobbiamo veramente prendere il nostro destino nelle nostre mani... Naturalmente dobbiamo avere relazioni amichevoli con gli Stati Uniti e il Regno Unito e con altri vicini, inclusa la Russia... ma dobbiamo essere noi stessi a combattere per il nostro futuro".

Niente di piu' emblematico: a 3 decenni dalla propria Riunificazione, seppur continuando ad appoggiarsi all'alleanza NATO e ai crescenti progetti di framework militare europeo, l'hardcore power di Berlino deve oggi essere militarmente in grado di aiutarsi da solo in un mondo che rispetto al 1990 non e' diventato piu' liberale e multilaterale, ma piu' nazionalista e unilaterale. Operazione che Berlino non puo' pero' fare senza la certezza che l'esercito tedesco, cosi' a lungo estromesso dalle dinamiche di potere, sara' assolutamente fedele ai consolidati equilibri istituzionali della Repubblica federale di Germania, al suo patriottismo che si proclama assolutamente liberal-democratico e costituzionale e, di fatto, anche espressioni partitiche tradizionali-costituzionali tedesche. Da questa ormai irrinunciabile esigenza di avere assolutamente sotto controllo la dimensione politica del monopolio della forza nasce quindi oggi l'attivismo del governo tedesco CDU-CSU-SPD nell'epurare l'estremismo di destra dall'esercito (e, in parte, nella polizia). Un estremismo che magari in passato era gia' presente e forse anche parzialmente noto, ma che ora non puo' piu' essere ignorato e deve essere visibilmente e anche mediaticamente combattuto.

La vendetta degli "Ossis"
Al minuto 12:39 dietro a Werner Veigel compare la mappa della Germania infine riunita: e' un altro momento sicuramente storico della tv pubblica tedesca. La cartina indica pero' Dresda e la notizia in uscita non e' molto entusiasmante: la storica azienda di macchine fotografiche Pentacon, per anni fiore all'occhiello dell'industria della DDR, annuncia proprio il 3 Ottobre di chiudere i battenti. La motivazione? "Non ci sono piu' possibilita' nella concorrenza con l'Asia dell'est". La chiusura e' frutto di una decisione del Treuhandanstalt, l'agenzia creata nella DDR in dismissione per gestire e privatizzare le aziende del socialismo al collasso. Il marchio Pentacon verra' poi fatto rinascere in seguito, ma oggi la sua produzione e' da tempo esternalizzata proprio in Corea del Sud. Il Treuhandanstalt operera' dal 1990 al 1994, provvedendo alla ristrutturazione, alla chiusura o alla vendita di quasi 9000 aziende della Germania orientale. Il lavoro sara' mastodontico, incredibilmente difficile, perennemente schiacciato tra gli interessi irrefrenabili delle industrie dell'Ovest a caccia di buoni affari e la crescente protesta dell'Est fisiologicamente incapace di accettare ed elaborare velocemente le esigenze della razionalita' capitalistica.

Il 1 Aprile del 1991, il chairman del Treuhandanstalt, Detlev Rohwedder, manager pubblico e membro del partito socialdemocratico, verra' assassinato da un cecchino mentre si trova all'interno della sua abitazione a Dusseldorf. Per l'omicidio comparira' una rivendicazione della RAF - Rote Armee Fraktion, il piu' noto gruppo terroristico tedesco di estrema sinistra (della Germania Ovest). Il responsabile materiale dell'omicidio non verra' pero' mai individuato e sull'attentato rimangono ancora molti interrogativi. L'assassinio di Rohwedder sara' uno dei momenti piu' bui del lavoro politico-burocratico di aggancio economico dell'Est all'Ovest. Aggancio che si svolgera' in un contesto ideologicamente e geopoliticamente estremamente teso, ma che proseguira' senza sosta. Oggi, trent'anni dopo, nonostante centinaia e centinaia di miliardi di investimenti e un'apposita e celebre tassa di solidarieta' per sostenere l'Est, l'economia dei cosiddetti Neuen Bundeslander (cioe' gli stati tedeschi dell'ex DDR) rimane ancora diversi passi indietro rispetto a quella dei Lander dell'Ovest. Se i grandi centri come Lipsia e Berlino sono cresciuti velocemente, le aree piu' provinciali vivono da tempo una sostanziale depressione economica e sociale, spesso collegata a un drammatico calo demografico.

La lettura su cosa sia stata la riunificazione economica delle due Germanie e' contenuta tra due estremi. Da una parte c'e' chi giudica la seppur imperfetta integrazione economica della DDR nella potenza industriale della BRD come il piu' grande miracolo e il piu' chiaro successo della Riunificazione. Dall'altra parte c'e' chi accusa la ex Germania Ovest, i suoi manager e i suoi funzionari di aver usato metodi sostanzialmente coloniali con l'Est, usando gli asset economici orientali solo come tasselli periferici dell'economia dell'Ovest e tamponando i vari danni collaterali tramite massicce iniezioni nel tessuto sociale di welfare-sedativo. In questo senso viene spesso fatto notare che legalmente la Riunificazione non fu tale, ma fu formalmente un'annessione dell'Est all'Ovest. Anche burocraticamente fu infatti molto piu' facile sciogliere la DDR nella BRD occidentale, nella sua Costituzione e nei suoi accordi internazionali (scelta che fu sicuramente funzionale, ma continua e continuera' ad avere conseguenze politiche). Una cosa e' certa: a oggi nella Germania dell'est non si trova ancora una sola delle aziende del segmento DAX30 (cioe' i 30 titoli a maggiore capitalizzazione della Borsa tedesca di Francoforte).

Al minuto 4:00 del Tagesschau ARD del 3 Ottobre 1990 viene trasmesso un frammento dell'intervento di Rita Sussmuth, presidente del Bundestag, che la sera prima ha preso la parola poco dopo il Presidente della Repubblica von Weizsacker. Sussmuth dice: "Se adesso non supereremo la prova della solidarieta' interna, nel nostro piccolo, chi avra' fiducia nelle nostra capacita' di superarla poi in Europa e nel conflitto Nord-Sud?". Parole che saranno piu' o meno volontariamente profetiche. La percezione di essere cittadini di serie B (materialmente e/o simbolicamente) vissuta da una parte degli abitanti della Germania dell'est, emergera' d'un tratto con prepotenza con la piu' volte citata Willkommenspolitik del 2015. Vale a dire nel momento in cui l'establishment politico tedesco e i settori piu' progressisti della societa' civile apriranno la Germania all'arrivo di oltre un milione di richiedenti asilo provenienti da Sud (dalla Siria, e non solo). Esattamente a partire dal 2015 emergeranno in Germania anche tutti i semi piu' velenosi di una Riunificazione incompiuta, in cui parte dei cittadini dell'Est, quella spesso descritta con l'appellativo (talvolta discriminatorio) di "Ossis", si scagliera' contro il governo Merkel, accusandolo di mostrare una generosita' e una comprensione verso i nuovi arrivati che non sarebbe stata mai mostrata internamente alla Germania della Riunificazione. Per protestare contro il governo della Willkommenspolitik, a Est verranno rispolverati gli slogan usati contro il regime della DDR, a partire da "Wir sind das Volk - Noi siamo il popolo", ma il motto piu' implicito dell'insofferenza verso l'immigrazione sara' piuttosto un emblematico "Integriert doch erst mal uns!", "Integrate un po' prima noi". Il partito che piu' sapra' approfittare dell'insoddisfazione-risentimento dell'Est sara' la gia' citata Alternative fur Deutschland, che sapra' procedere all'etnicizzazione delle rivendicazioni orientali (sia quelle degli strati piu' disagiati sia quelle delle mancate elite locali), affermandosi cosi' sia come partito etnonazionalista e anti-immigrazione genericamente tedesco sia come specifica forza territoriale dello scontento e della vendetta politica di parte dell'attuale Germania dell'est.

Un patriota sul tetto del carcere
Al minuto 13:03, Werner Veigel spiega che "l'ultimo capo della Stasi", Werner Grossmann, e' stato arrestato e dovra' comparire davanti ai giudici federali di Karlsruhe. Un arresto spettacolare eseguito in un giorno speciale: Grossmann verra' accusato di tradimento, ma le accuse verranno ritirate 5 anni dopo. Al minuto 13:26 del Tagesschau parte invece un servizio su una rivolta nel carcere di Rheinbach, nel Nord Reno Vestfalia, vicino a Colonia. Le immagini mostrano i detenuti sui tetti del penitenziario. Siccome nelle carceri orientali della ormai ex DDR e' stata da poco concessa un'amnistia, ora anche i carcerati di vari istituti dell'Ovest chiedono una possibilita' simile. La telecamera inquadra uno dei manifestanti, capelli e barba lunga, accento forse bavarese, che esclama: "Einigkeit und Recht und Freiheit" (Unita', Giustizia e Liberta'), citando consapevolmente il motto piu' importante dell'inno nazionale tedesco.

L'onda lunga dell'entusiasmo per la caduta del Muro continua a emergere anche nelle porzioni piu' marginalizzate del corpo sociale, che la declinano autonomamente e secondo necessita'. Ancora per alcuni anni il crollo della cortina di ferro e la Rivoluzione pacifica tedesca faranno talvolta sperare che dalla dimensione anti-autoritaria della vittoria liberale contro il socialismo reale si possa presto passare ad evoluzioni direttamente libertarie. C'e' chi sogna che la storia particolare della "liberta'", in altre parole, sia solo all'inizio. Ma al minuto 14:01 Werner Veigel passa gia' a un altro argomento: il presidente francese Mitterand e' in missione diplomatica ad Abu Dhabi, e' il primo leader occidentale a recarsi nell'area dall'inizio della "crisi". Al minuto 14:23 Veigel spiega poi che il presidente dell'Iraq Saddam Hussein si trova in Kuwait, dove si e' recato per la prima volta di persona nella zona da poco occupata dalle truppe irachene. La Storia ha gia' ripreso il suo corso e, anzi, sta per accelerare.
Lorenzo Monfregola

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Fonte: Trent'Anni Di Germania Unita (di Il Tascabile)
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