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Crescere Nell'Assurdo (di Giorgio Fontana) Stampa
Arte e Fotografia
Scritto da sberla54   
Mercoledì 18 Novembre 2015 09:00
Crescere Nell'Assurdo
Crescere Nell'Assurdo (di Giorgio Fontana)

http://www.giorgiofontana.com/1215-crescere-nell-assurdo.html

Giorgio Fontana

Sul numero di Ottobre 2015 de "lo Straniero" e' uscita la trascrizione rivista del mio intervento all'Universita' elementare degli asini, dal titolo Crescere nell'assurdo. Ho fatto solo alcune modifiche per adattare quanto detto alla pagina, ma ho mantenuto il tono orale e un po' rapsodico della lezione.

Buongiorno a tutti. Sono molto contento di essere qua: quando Goffredo mi ha affidato il titolo Crescere nell'assurdo per il nostro incontro, mi sono un po' spaventato - il tema e' davvero vasto e complesso. Prometto che faro' del mio meglio.
Di per se', l'espressione "crescere nell'assurdo" e' di un filosofo analitico americano, Nelson Goodman. (Il che cade abbastanza a pennello, visto che mi sono laureato su un altro filosofo analitico americano, Hilary Putnam). Immagino che spesso ci sentiamo tutti circondati da questo genere di assurdo; credo che tutti noi sentiamo il peso degli anni che siamo chiamati a vivere.

Anni che molto spesso, soprattutto nella semplificazione dei quotidiani, vengono etichettati come "gli anni del precariato" (pensando in primis al problema del lavoro). In verita' il peso della precarieta' che li contraddistingue e' molto piu' vasto, e non tocca soltanto questioni, pure gravissime ed estremamente urgenti, legate all'impiego. Vorrei anzi suggerire che questa costante precarieta' affettiva ed esistenziale si traduce in una condizione assurda, in una mancanza di senso - una sorta di erosione del senso, e la lotta che ne deriva per ritrovarlo.

Di certo non sono tempi unici, ne' mi piccherei mai di dire che sono tempi piu' assurdi di altri. Quale tempo non e' assurdo? Pero' noi siamo chiamati a vivere questi, e di certo motivi di assurdita' al giorno d'oggi non mancano. Io ricordo molto bene la disperazione feroce, la rabbia che mi mordeva il collo anni fa. Non che ora ne sia completamente privo, benche' le cose vadano meglio: pero' all'epoca era davvero pungente, una sensazione di solitudine, di isolamento assoluto, di polverizzazione sociale. E credo che il punto fosse proprio questo: vedevo anche negli altri - nei miei amici e nei miei colleghi - la stessa condizione assurda cui mi sentivo crocifisso; ma non vedevo, non sentivo quasi, la possibilita' di fare un fronte comune che funzionasse contro questa insensatezza. Questo e' il tema urgente su cui bisognerebbe lavorare: rifondare l'idea di una comunita' che non sia soltanto "contro", ma anche "per". Ci tornero' su.

Quindi da un lato sentivo l'incapacita' di creare un'azione comunitaria efficace, mentre dall'altro leggevo (lo prendo proprio ad esempio perche' mi colpi' tantissimo) editoriali come quello di Pierluigi Battista, uscito su "Sette" nel 2009, in cui invitava i giovani a fare la rivoluzione. Probabilmente non rendendosi conto che se i giovani l'avessero preso sul serio fino in fondo, gli avrebbero ribaltato la scrivania in testa o qualcosa del genere. Non ottenendo granche', temo.

Poi con gli anni, grazie alle letture che adesso provero' a condividere con voi, ho intuito che c'e' una via d'uscita da questo doppio stallo: non era necessario ne' ascoltare le sirene di chi diceva "Ah, voi dovete fare la rivoluzione, voi non siete come i vostri padri" e cosi' via, ne' cedere alla disperazione atomizzata, solitaria, al solo ripiegamento nel privato. Era una sorta di via di scarto, una via minoritaria, un piccolo sentiero nel bosco. Ovviamente non pretendo risolvere l'assurdita' di cui parliamo: cerchero' soltanto di fornirvi alcuni elementi, alcuni spunti che a me stanno a cuore, per cercare di comprenderla e combatterla meglio. E siccome e' un periodo in cui ho particolare sfinimento nei confronti delle mie parole, ho cercato di usare parole altrui: di pensatori e scrittori che amo molto. E quindi ho preparato una serie di estratti che a mio avviso hanno un forte elemento educativo, e poi provero' a commentarle. Cerchero' di essere il piu' breve possibile, cosi' poi le rivediamo e ne parliamo insieme.

Questa e' la prima:
"L'insubordinazione quotidiana, silenziosa e invisibile (perche' vola al di sotto del radar storico) non sventola bandiere, non ha funzionari, non scrive manifesti, non ha un'organizzazione permanente e si sottrae all'attenzione pubblica." (Scott, Elogio dell'anarchismo)
Allora, parto subito in quinta con l'anarchismo. L'anarchismo non e' il pensiero del "fai tutto quel che ti pare e fregatene", "nessuno decide", "crea caos e disordine nella societa'... Un'amica mi raccontava di una sua conoscente, ai tempi dell'universita' che in macchina prendeva sempre il semaforo rosso perche' diceva di essere anarchica - "contro le regole". Che idiozia! Il pensiero libertario non si scaglia contro le regole condivise, ma contro l'imposizione a forza del comando. Nella sua incarnazione minimale, e' l'idea che non esistano poteri buoni di per se', che il potere sia sempre qualcosa che rischia di corrompere l'essere umano, e che dunque le relazioni fondate sul principio di autorita' debbano essere il piu' possibile combattute. Massimizzare la liberta' e l'autonomia: nient'altro che questo.
Elogio dell'anarchismo e' un libro che parte da una constatazione molto semplice: il mondo cosi' com'e' ci va bene? No. La cosa naturalmente vale anche per noi: gia' il fatto che siamo qua a parlare di "assurdo", di "crescere nell'assurdo"... Be', mi sembra chiaro che la struttura di questa societa' sia abbastanza sbagliata. Pensate alla diseguaglianza, non solo economica. Leggevo di recente un articolo che parlava di due forme di diseguaglianza cui non si pensa quasi mai: la diseguaglianza del sonno, per cui ci sono molti lavoratori che sono costretti a dormire poco e male per il tipo di lavoro che fanno o perche' lavorano su turni; e la diseguaglianza della morte, per cui se sei povero a New York, per esempio, il tuo destino e' finire in una fossa comune scavata da detenuti per pochi centesimi all'ora. Al di la' dell'aneddotica, mi sembrano esempi significativi di come la forbice tra chi ha sempre meno e chi ha sempre piu' si sta allargando spaventosamente.

E quindi? Che si fa?
Intanto Scott ci da' uno spunto per fare in una maniera forse meno intuitiva o meno vicina alle linee cui tutti siamo abituati - penso ad esempio all'idea che si debba sempre passare per l'organizzazione partitica, quindi la politica unicamente come politica di rappresentanza. Scott ci dice che non dobbiamo per forza avere delle patenti di rappresentanza: e' possibile anche combattere per una societa' migliore in maniera quotidiana, silenziosa e invisibile: senza manifesti, senza funzionari, senza tutto quello che io chiamo l'apparato dell'impegno. Un apparato che a volte puo' spaventarci, a volte puo' richiedere un grado di adesione quasi contrattuale a una lista di idee, e che a volte rischia di ricopiare la burocrazia della societa' che c'e' la' fuori, diventando pericolosamente simile al proprio nemico.

Mentre le forme che Scott propone nel suo libro introducono un'idea che vorrei sviluppare di una scelta che non implica ne' quella di essere eroi o supereroi o migliori di chiunque altro, ne' quella di essere sempre inevitabilmente ridotti a delle schede elettorali o a variabili nella grande macchina dell'impegno. Quella via d'uscita di cui vi parlavo in precedenza: non credere nella fiammata rivoluzionaria che scoppia a un certo punto e poi tanto rapidamente si esaurisce, ne' pensare che nulla possa cambiare e che non ci siano dei mezzi sostenibili per farlo: ci sono dei mezzi e dei modi sostenibili. Piu' tardi cerchero' di parlarne in modo piu' concreto.

Intanto, la seconda citazione:
"Sapere, e far sapere, e' un modo per restare umani. E' un'azione che ha quindi anche una dimensione morale. L'individuo non migliora se stesso dedicandosi a un'attivita' spirituale, ma un mondo intellegibile e' un mondo piu' perfetto: contribuirvi, significa mirare al bene dell'umanita'." (T. Todorov, Di fronte all'estremo)
Cosa significa "far sapere"? E' il fondamento dell'educazione nel senso che piu' mi piace, che piu' mi sta a cuore, al di fuori di qualsiasi quadro istituzionale (il che ovviamente non significa che tale quadro che non sia importante). Significa proprio spargere il seme della conoscenza, spargere il seme della comprensione e del miglioramento di se'; fornire gli strumenti adeguati a chi non li ha, senza ricorrere a una procedimento di minaccia o di premio.

"Un mondo intelligibile e' un mondo piu' perfetto", dice Todorov. Non e' un libro qualsiasi, Di fronte all'estremo: e' un libro che si occupa dei campi del Novecento, soprattutto dei campi di concentramento nazisti ma anche dei gulag sovietici; e' una riflessione sulla moralita' alla prova di tale situazione estrema. I campi non sono solo l'esempio di quanto di piu' atroce si possa pensare: sono anche il simbolo, secondo Todorov, dell'annientamento del sapere; l'annientamento della dinamica domanda-risposta. La domanda "Perche'?", che in queste situazioni aleggia nell'aria come una sorta di odore, di profumo persistente, viene subito stroncata sul nascere: il potere non tollera "perche'?", e una struttura concentrazionaria e' l'incarnazione piu' feroce del potere assoluto.

Lo spunto di Todorov e' proprio questo: sapere e far sapere non e' importante soltanto perche' alimenta un nucleo di conoscenze o ti rende piu' colto. (Questo mi ha sempre irritato: l'idea della cultura come medaglia sul petto; tu sei colto perche' hai uno scaffale di Adelphi in casa, oppure perche' sai citare a memoria delle poesie di Leopardi: l'idea della cultura come un oggetto, una cultura reificata, qualcosa che ti puoi mettere in tasca e spendere in qualche modo nella societa' per fare bella figura... Ecco, questo secondo me e' assolutamente inerte, del tutto inutile. Non crea contraddizione alcuna, non ha effetti).

Sapere e far sapere invece e' importante perche' implica il divulgare, il dare voce, il cercare attivamente di rimediare alle storture della societa': Todorov dice che se i tedeschi (tanti piu' tedeschi) avessero saputo e fatto sapere nel 1939-1940, milioni di persone non sarebbero morte. Quindi tuto cio' che impariamo, e che diciamo, e che facciamo imparare, e' qualcosa che non ci porta via nessuno. Questa e' una cosa su cui poi cerchero' di insistere alla fine: possiamo anche non servircene mai, pero' resta li'.

Ma non basta. Immagino che conoscerete tutti la frase di don Milani "L'operaio conosce cento parole, il padrone mille e per questo e' lui il padrone". Io oggi noto invece una sorta di curiosa inversione, per cui molto spesso noi abbiamo a disposizione anche diecimila parole, mentre i padroni ne hanno a disposizione molte meno: sono spesso piu' ignoranti dei loro dipendenti. Pensate solo al terziario avanzato: sicuramente molti di voi sanno di cosa parlo. E quindi quanto diceva don Milani resta giusto, ma la situazione e' assai piu' sfumata: per cui non e' piu' sufficiente soltanto avere un vocabolario e una capacita' di comprensione della realta' piu' profonda di quella di chi ha il potere su di te, ma bisogna anche trovare il modo di fare agire, di mettere in circolo collettivamente questo patrimonio di parole. Io posso essere uno che ha una conoscenza, un sapere, un vocabolario: ma da solo non valgo nulla.

Quindi il "sapere e far sapere" di Todorov e' un'estensione di noi che acquista davvero una dimensione morale.

Adesso passiamo a uno scrittore che amo molto, Luciano Bianciardi:
"Adesso capivo che sarebbe stato inutile e sciocco far esplodere io da solo - o con l’aiuto di Anna e di pochi altri specialisti - la cittadella del sopruso, della piccozza e dell'alambicco. No, bisognava allearsi con la folla del mattino, starci dentro, comprenderla, amarla, e poi un giorno sotto, tutti insieme." (Luciano Bianciardi, La vita agra)
La storia de La vita agra la conoscente tutti: c'e' questo toscano che sale a Milano alla fine degli anni '50 con l'idea di far saltare in aria il "torracchione" dalle parti della stazione Centrale, per vendicarsi di una tragedia accaduta ai minatori nella sua regione. E invece, arrivato armato delle peggiori intenzioni, scopre l'amore: e soprattutto scopre un modo di rivoltarsi (cito di nuovo Camus e non sara' l'ultima volta) diverso da quello del "vado li' e faccio saltare la 'cittadella del sopruso'", che non e' solo il torracchione ma e' tutta Milano.

Questo non vuol dire perdere la rabbia, che e' una cosa sana e sacrosanta, anzi spero che nessuno di noi la perda mai. Significa prendere coscienza che per combattere i mostri non bisogna diventare mostri noi stessi. Quindi la soluzione giusta e' proprio questa: "Allearsi con la folla del mattino, starci dentro, comprenderla, amarla" significa che qualunque tentativo di distaccarsene, di coltivare una sorta di purezza rivoluzionaria o quel che e', di farsi avanguardia, di allontanarsi sempre di piu' per poi appunto pensare a delle soluzioni estreme, e' un gesto che non ha nulla di autenticamente rivoluzionario, di autenticamente sociale.

Anche perche' amare e stare dentro la folla del mattino e' una fatica pazzesca. Nicola Chiaromonte diceva che il problema dell'intellettuale oggi e' proprio la sua incapacita' di parlare e stare dentro la massa, che non e' un concetto astratto e molto spesso si rivela per nulla idealizzabile. Lui dice: "Avrebbe senso mettersi a spiegare Kant in mezzo a un treno di pendolari al mattino?", come quello che prendevo io per andare a Milano dal paese dove sono nato. Avrebbe senso? Ovviamente ti tirerebbero le borse in faccia - e con ragione. Il punto e' che in questa societa' il momento della domanda, il momento della riflessione, viene sempre continuamente rimandato, per cui no, adesso no perche' sto andando in ufficio, no adesso no perche' sto lavorando, no adesso no perche' sto tornando dall'ufficio, no adesso no perche' sono stanco, guardo la televisione, mi devo sbronzare. Certo, e' comprensibile; pero' di questo passo anche l'influsso delle parole di chi ha avuto la fortuna (come ho avuto la fortuna io) di poter fare degli studi, di poter leggere Chiaromonte, di avere degli strumenti in piu' e volerli condividere (sapere e far sapere!), si disperde.

E quindi starci dentro, alla folla del mattino, significa evitare di sentirsi parte solo di una piccola societa' di persone elette come potremmo essere noi qua, che discutiamo di queste cose e poi ci dimentichiamo di quanto poi la realta' quotidiana e' fatta di un prossimo che non ha nulla di attraente o particolarmente carino: il prossimo sui cui bisogna agire e' spesso un prossimo avvolto nell'ignoranza, nella brutalita', nella cattiveria e nel razzismo. Pero' l'unico modo, come dice Bianciardi, e' starci dentro.

E proprio sul tema della cittadella dei buoni, della societa' degli "illuminati" contrapposti alla "societa' li' fuori", c'e' questo inciso di Horkeimer e Adorno che mi e' sempre piaciuto molto:
"anche l'alleanza col potere meno brutale non implica la necessita' di tacere delle infamie." (Horkeimer - Adorno, Dialettica dell'illuminismo)
Questa rischia di essere fraintesa come un invito alla cultura della delazione, ma non e' ovviamente cosi'. E' un promemoria molto utile perche' si comprenda che nessuno e' automaticamente al riparo da infamie, giochi di potere, crudelta', cattiverie, invidie e cosi' via; nessuno. Anche la piu' bella delle minoranze, anche la piu' limpida, anche la piu' libertaria, e' sempre a rischio di abuso. Ed e' sempre a rischio di diventare una sorta di - scusate il bisticcio di parole - minoranza con l'ossessione maggioritaria, per cui tanto piu' minoritaria quanto piu' aggressivamente innamorata della sua purezza e pronta a schernire qualsiasi approccio che non viva all'interno di se stessa. Quando si generano questi abusi bisogna avere il coraggio, sempre, di parlarne. Anzi: bisogna avere il coraggio di criticare innanzitutto e con franchezza i propri compagni. (Per questo quando sento che "i compagni non si criticano" mi prende uno scoramento totale; come se appartenere a una comunita' o a un'idea politica ti fornisse una patente di assoluta superiorita' etica sempre e comunque).

E' spesso nell'alveo delle buone intenzioni che rischiamo di generare il peggio, e il peggio potrebbe trovarci complici. Come dicevo in precedenza, se ci fidiamo, se vogliamo ascoltare l'eco del pensiero libertario, dovremmo aver compreso che il potere meno brutale rimane comunque un potere - e il potere a mio avviso e' la cosa piu' brutta del mondo. E' faticoso e difficile anche perche' e' inevitabile che si creino delle relazioni che vanno al di la' della pura logica: se frequento persone con cui condivido degli ideali, delle pratiche di lotta, non e' mai facile dire "Guarda, stai dicendo una sciocchezza", oppure "Qui stiamo davvero sbagliando". Pero' e' qui che si misura il coraggio: non e' difficile criticare o denigrare Salvini - ed e' giusto, certo; ma dovremmo imparare a criticare anche gli errori o le inadempienze che si generano all'interno delle nostre comunita'. Il fatto che combattiamo per un ideale migliore non ci mette al riparo dagli errori, dalla stupidita' o dall'egoismo.

Ora un brano da un libro bellissimo:
"Non c'e' bisogno della letteratura per imparare a leggere. C'e' bisogno della letteratura per sottrarre il mondo reale alle letture sommarie, siano esse quelle del facile sentimentalismo o dell'intelligenza implacabile. La letteratura ci insegna a diffidare dei teoremi dell'intelletto e a sostituire al regno delle antinomie quello della sfumatura." (Finkielkraut, Un cuore intelligente)
Dirlo meglio e' impossibile (altro motivo per cui ricorro a frasi di altri).

Diffido molto dell'idea che la letteratura serva a qualcosa (nel senso che debba essere serva di un'idea o altro); credo anzi che in letteratura non debbano esistere "Tu devi". Pero' e' vero che la letteratura puo' aiutare a capire come certe letture preconcette del reale si rivelino fallaci. Un grande romanzo, benche' non sia questo il suo scopo primario, ci insegna sempre il lavoro di decifrare la complessita'.

Ma e' un tema che riguarda tutti, non solo chi cerca di fare letteratura: l'uso pubblico della parola. Ci riguarda perche' i mezzi digitali sembrano ormai implicare una sorta di compulsione al commento pubblico (e dunque potenzialmente ascoltabile da chiunque), all'opinione sarcastica o immediata. In una parola, a quella lettura sommaria della realta' che Finkielkraut suggerisce di abbandonare, abbracciando invece il regno delle sfumature. Cito di nuovo Camus: "Se la rivolta potesse fondare una filosofia sarebbe una filosofia dei limiti, dell'ignoranza calcolata e del rischio". E secondo me e' proprio questo il punto: l'esercizio del dubbio come norma morale, il rifiuto di pensare unicamente per antinomie e semplificazioni - il rifiuto del pensiero banalmente binario.

A questo punto pero' potreste sollevare un'obiezione. A furia di parlare di dubbio, di limiti e complessita', non rischiamo di abbracciare uno scetticismo logorante? A furia di andare per sfumature, non finiamo per cadere nell'inattivita' o dimenticare la prassi?

In effetti e' un'ottima obiezione. Ma ho una risposta possibile:
"Per quanto mi riguarda, ne concludo che l'attuale ondata di scetticismo e disperazione, che nel futuro vede solo distruzione e decadenza, e respinge come assurde la fede nel progresso e qualsiasi prospettiva di avanzamento per il genere umano, e' una forma di elitarismo - il prodotto di gruppi di elite la cui sicurezza e i cui privilegi sono stati sostanzialmente intaccati dalla crisi; e altresi' di un elite di paesi che ha visto infrangersi il proprio dominio incontrastato sul resto del mondo." (E. H. Carr, Sei lezioni sulla storia)
Carr scriveva queste parole nel 1961, ma sembrano vestire questi anni alla perfezione. Il grande storico dice che lasciarsi andare allo scetticismo assoluto (comprese le varianti del tipo "Tutto e' in mano ai potenti, la nostra azione nel mondo e' inefficace, su scala troppo piccola" eccetera) e' di fatto un privilegio. Chi rifiuta di impegnarsi lo fa perche' puo', e spesso lo fa mascherandosi dietro una pretesa eccessiva complessita' del reale o un pessimismo radicale che e' soltanto una posa. Un mio amico, all'universita', diceva che il nichilista in realta' non esiste. Il nichilista, nella vita reale, fuma sigari e beve il Pernod: si gode privatamente e meschinamente la vita che trova invece tanto insensata. Constatare l'assurdo e' un primo passo indispensabile, ma fermarsi li' e' davvero troppo comodo.

Certo, non dobbiamo per questo cadere in un ottimismo sfrenato (anche perche' come insegnava Hans Jonas nel Principio responsabilita', spesso l'ottimismo sfrenato genera mostri). Ma nemmeno fingere che le difficolta' che ci si pongono davanti siano una scusa per lasciare il mondo cosi' com'e', consumandolo e basta.

Intanto torniamo a Camus:
"Non dunque la fratellanza contro, sempre in precipizio verso una ricaduta nella serialita', non appena l'unificante nemico sia stato rovesciato, ma la fratellanza per, autonomamente fondata su valori scelti e non strumentali. La rivolta e' anche un contro, beninteso. Ma, soprattutto, e' l'agire umano che decide il per irrinunciabile di cio' che vale (di cio' che vuole) come uomo." (P. F. d'Arcais, Albert Camus)
Tutto il pensiero di Camus e' pervaso dalla necessita' di creare un fronte realmente costruttivo: non unicamente contro, per cui il cuore del cambiamento risiede solo nella distruzione dell'ordine esistente o nel continuare tutti i giorni, quasi fosse una preghiera mattutina, a scagliarsi contro qualcuno. La parte difficile del lavoro e' la fratellanza per: il tentativo di trovare e mettere in circolo dei valori che non ci guidano solo nell'identificazione del nemico (il fascista, il razzista, l'omofobo...) ma soprattutto nel comprendere chi sono gli amici e i possibili alleati per una lotta comune - e ancor piu', per creare dei contenuti e delle proposte davvero concrete. Su questo tornero' alla fine, con una decina di suggerimenti.

Ma ora e' il momento di Alex Langer:
"Posso dire che rifuggendo drasticamente dai salotti e dalle persone che mi cercano in funzione di qualche mio ruolo, vivo come una delle mie maggiori ricchezze gli incontri, gia' familiari o nuovi che siano, che la vita mi dona. Vorrei continuare ad apprezzare gli altri ed esserne apprezzato senza secondi fini. Forse anche per questo converra' tenersi lontani da ogni esercizio di potere." (A. Langer, Non per il potere)
Grazie a dio qua siamo molto lontani dai salotti e da ogni esercizio di potere... Ma e' un tema che mi ossessiona. Il potere, qualunque aspetto o estensione assuma, anche il piu' piccolo, e' sempre fonte di corruzione personale e sociale. Questo lo si vede molto bene nella politica partitica, certo - e' ormai un luogo comune. Ma le relazioni di potere non sono confinate solo all'interno di alcune aree, ne' dobbiamo pensarci alieni ad esse anche se non frequentiamo i grandi salotti dell'alta societa'. Foucault ci ha insegnato con limpidezza che sono sparse ovunque. Pensate solo alle relazioni fra i sessi, al maschilismo terribile di cui e' malata questa societa': nient'altro che una forma di dominio che non ha nulla da invidiare, per negativita', alle forme di repressione statale.

Uno dei fronti su cui e' necessario attivarsi e' questa capacita' di riconoscere i rapporti di potere ovunque, anche al di la' dei luoghi dove vengono quasi date per scontate o messe in evidenza; snidarle e combatterle anche nelle relazioni interpersonali - anche e innanzitutto in noi.

Un altro anarchico americano, Paul Goodman:
"Questo proclamare a destra e a manca la parola rivoluzione, con i suoi connotati usuali, diventa, in un senso forte, controrivoluzionario. E' un'accezione troppo politica del termine. Sembra presumere che possa esistere una cosa chiamata Buona Societa' o Corpo Politico, mentre, secondo me, la cosa migliorare da sperare e' che ci sia una societa' tollerabile che permetta di praticare le attivita' piu' importanti dell'esistenza: l'amicizia, il sesso, le arti e le scienze, la fede, tirare su bambini con occhi splendenti, avere l'aria e l'acqua pulite." (Paul Goodman, Individuo e comunita')
Di primo acchito puo' sembrare un brano molto rinunciatario, tutto appiattito sul particulare; in verita' non e' cosi'. Goodman suggerisce che molto spesso il modo in cui pensiamo di fare politica a volte scambia il mezzo con il fine, e che l'abbaglio rivoluzionario e' quasi sempre un abbaglio e basta. Il lavoro di mutamento radicale della societa' e' molto piu' lungo, molto piu' paziente e molto piu' sottile di quanto possiamo pensare o vorremmo sperare.

Quindi si', la politica e le forme di lotta politica sono importantissime, ma non devono diventare un fine in quanto tale, non devono diventare un modo per rappresentare la propria identita' all'interno di un gruppo o coltivare "assalti al cielo" che spesso non risolvono assolutamente nulla. La lotta deve sempre essere un mezzo per fini piu' importanti, ovvero appunto "gli amici, le arti e le scienze, il sesso, tirar su bambini con gli occhi splendenti". Una "societa' tollerabile": e' gia' tantissimo.

E ora Judith Butler:
"Per quanto in forme minime e vitali, raccontare e ascoltare una storia sono ancora una maniera per "condurre una vita", poiche' attraverso questi atti si afferma che in qualsiasi occasione possiamo riconoscere la vita e la sofferenza dell'altro. Anche il solo pronunciare un nome puo' costituire la forma piu' straordinaria di riconoscimento, specialmente quando si e' diventati dei senza-nome, quando il proprio nome e' stato sostituito da un numero, o ancora quando non si e' degni di essere chiamati in nessun modo." (J. Butler, A chi spetta una buona vita?)
Dare forma all'assurdo attraverso il racconto: potrebbe essere un sottotitolo a quanto abbiamo detto finora. Quando si attraversano dei momenti cosi' cupi, disordinati e in apparenza totalmente privi di logica e senso, un buon modo e' cercare di ridefinirli attraverso un ordine del discorso, quasi correggere in qualche modo il linguaggio che li rappresenta. Questo vale per la propria sofferenza, per la propria depressione, per il proprio abbattimento, per il proprio disorientamento, e soprattutto per la sofferenza e il disorientamento dell'altro. (Nelle Conversazioni contadine di Danilo Dolci, tenute a Partinico e da lui raccolte, c'e' questa frase pronunciata da Mimiddu: "Questo lustro e' per tutta la gente e non soltanto per me oppure per te; se fa buio e' buio per tutti". Nella sua semplicita', dice tutto quel che c'e' da dire).

Judith Butler ci da' uno spunto per lavorare in questo senso. Immagino che tutti abbiamo seguito con apprensione, seguiamo con apprensione, le stragi dell'estremismo islamico che sono accadute di recente appunto in Francia, in Tunisia, per non parlare di quello che e' successo a Garissa in Kenya. Molto spesso c'e' una sorta di strabismo per cui la reazione diventa molto piu' scandalizzata e universale quando i morti sono bianchi, ad esempio, come quello che e' successo a Parigi, mentre una cosa atroce come quella che e' successa in Kenya non ha provocato marce di tutti i potenti del mondo. Perche' molto spesso quei morti sono ridotti a puri numeri. Ma il diritto a una storia (il diritto al racconto dignitoso delle proprie vite) non puo' essere un privilegio. Credo anzi che questo diritto al nome, all'essere nominato come individuo e non semplicemente come uno dei centoquarantasette che sono stati trucidati a Garissa, sia un modo ulteriore per attaccare e demolire l'assurdo.

L'ultima citazione e' di un teologo. Io sono ateo ma tengo molto a un libro di Drewermann, Il Vangelo di Marco. Anche se come me non siete credenti lo troverete illuminante. Ecco:
"Niente di cio' che amiamo davvero potra' essere distrutto. Niente di cio' a cui noi teniamo tanto che ci permette di umanizzarci, sara' distrutto dalla morte." (E. Drewermann, Il vangelo di Marco. Immagini di redenzione)
Drewermann ovviamente ha una prospettiva escatologica, ma il passaggio e' interessante perche' parla di cio' che "ci permette di umanizzarci". Non di essere cristiani migliori: di umanizzarci. Che e' esattamente il nostro terreno. In tal senso la frase di Drewermann contiene un elemento di consolazione: non c'e' atto di lotta contro l'assurdo che si perda; nessuno, mai. Per quanto possa sembrare stranamente e confusamente ottimista, e' un pensiero che mi portero' nella tomba.

Certo, e' inevitabile che vi siano dei momenti di sconforto totale; e' inevitabile che si pensi che la nostra azione nel mondo si disperda e venga divorata dalla stupidita', dall'ignoranza, dalla brutalita' del potere. E' inevitabile. Ma c'e' un filo che prosegue, c'e' un'eredita' in qualche modo da consegnare. Uno degli effetti piu' deleteri dell'assurdo e' proprio quello di renderci dubbiosi sulla possibilita' di crescere attraverso l'assurdo stesso: e dunque consegnarci alla disperazione. Ma come dice Drewermann, niente di cio' che amiamo potra' essere distrutto. E come diceva il grande poeta Alberto Dubito, una delle voci piu' limpide della nostra generazione - una delle voci che piu' ci manca - "il vostro mondo c'e'". Il vostro mondo c'e': non una terra promessa al di la' del domani, ma un luogo da costruire oggi e nel futuro prossimo.

Bene. Ora chiudero' con una decina di idee concrete, altrimenti procedere per citazioni colte rischia di replicare il rischio dell'elitarismo o di un discorso troppo astratto e slegato dalla pratica. Sono solo dieci spunti fra i tanti possibili: poi sara' bello discuterli insieme.

1. Battersi per un'educazione libertaria. Qui con "educazione" non intendo semplicemente il sistema scolastico ma tutto cio' che concerne il sapere e far sapere di cui parlava Todorov (e in particolare il fornire agli altri gli strumenti adeguati per ragionare in autonomia). "Libertaria" significa tante cose, ma qui voglio porre l'attenzione su un dettaglio in particolare: deve lasciare i piu' ampi margini di autonomia nel bambino come nella persona, per fargli capire quanto l'autonomia e la liberta' siano beni preziosissimi. Come diceva Mario Lodi, "il bambino di oggi, se cresce chiuso, pauroso, intollerante e' perche' qualcuno vuole che cresca cosi', per un disegno antiumano che l'educatore ha il compito di smascherare. Qualcuno che teme l'uomo veramente libero perche' a lui deve rendere i conti." Certo, non mi sogno nemmeno di proporre soluzioni precotte o troppo vaghe a chi fa l'educatore di mestiere: so quanto e' complicato e quanto nella pratica molti idealismi finiscono per smussarsi. Ma vi invito a tenere presente questo punto anche nella vita di ogni giorno, proprio perche' abbiamo parlato di un sapere e far sapere ad ampio raggio, che non si esercita solo nei luoghi classicamente preposti all'educazione. E a tal proposito...

2. Evitare di ricorrere sempre alla dinamica del premio o della punizione. Idem: l'idea che un sapere di qualsiasi tipo possa essere offerto, invece che propinato a forza. Una cosa del tipo "Guarda, io ti dico questo, poi tu fai quello che vuoi; pero' intanto te lo dico: ascoltami, se vuoi criticami o parliamone, pero' non e' che se non mi segui ti manganello o ti dico che sei un cretino; pensaci su". Io sono sempre stupito di vedere i risultati che genera questo modo di fare. Non tanto sul versante del contenuto stesso, ma proprio sulla forma con cui viene veicolato. Ha qualcosa di magico - e in realta' e' molto semplice: basta trattare ogni persona come un essere razionale e autonomo.

3. Argomentare sempre. Sempre. Viviamo un'epoca dove la critica e' ridotta molto spesso alla battuta salace e breve, al sarcasmo. E il sarcasmo per me e' uno dei mali peggiori di questi tempi - la versione sghignazzante del cinismo: per cui piu' sei sarcastico piu' sei autorizzato a dare contro a chiunque, come una sorta di moralizzatore ridanciano. Io posso capire benissimo quanto sia liberatorio, ma temo che alla lunga non generi vero dissenso; non fa che alimentare il gioco del rancore senza offrire nulla di costruttivo. Invece l'esercizio del dell'argomentazione, della critica razionale e paziente, ha un valore immenso: offre ragioni disponibili a chiunque per essere accettate o rifiutate in totale autonomia. Un metodo impopolare, certo: perche' molto faticoso. Ma indispensabile, anche per ricostruire quell'ordine perso del discorso, quell'ordine della narrazione, della storia, della logica, di cui parlavo in precedenza.

4. Lavorare meno e meglio. Questo e' uno spunto di lotta pratica. Disoccupazione alle stelle, ormai la "Repubblica fondata sul lavoro" dovrebbe dotarsi di strumenti di supporto sociale diversi da quelli dell'occupazione, che sara' sempre meno disponibile. A tal riguardo penso naturalmente al reddito di cittadinanza. In aggiunta, offro come spunto anche quello di "lavorare meglio": con meno burocrazia delirante, con meno processi inutili, con meno rigidita' gerarchiche, con maggiore cooperazione interna.

5. Superare la carcerazione, quantomeno per come e' intesa e applicata oggi. Fortunatamente questo tema sta diventando abbastanza centrale per l'opinione pubblica (o almeno per la sua fetta piu' informata e progressista). A parte casi di totale necessita' della reclusione, il carcere e' molto spesso una misura punitiva che non genera alcuna rieducazione o nuova inclusione; l'esatto opposto. C'e' una quantita' di gente in carcere per reati minori (lo spaccio, ad esempio) che vengono restituiti poi alla societa' come criminali molto peggiori. Il riconoscimento dell'errore da parte di chi ha sbagliato e' cruciale, ma altrettanto cruciale e' che la societa' offra delle opzioni di reinserimento, di recupero e di riqualificazione efficaci e rispettose del singolo. Su questo, la lotta portata avanti da Luigi Manconi e' inestimabile: e credo dimostri senza ombra di dubbio che il carcere (e soprattutto il carcere com'e' strutturato oggi) sia un'istituzione che maschera un enorme bisogno di vendetta sociale.

6. Sviluppare forme di lavoro cooperativo: si lega al punto quattro. Tutto quello che e' forma di lavoro e sostentamento che va al di la' del semplice sistema puramente e schiettamente corporativo ha senso. E se possibile, fare in modo che questo circolo virtuoso si ampli e aiuti anche altri - meno fortunati, magari - a fare lo stesso.

7. Opporsi alle grandi opere. Non solo specificamente questa o quell'opera: proprio al concetto deviato di grande opera in quanto tale, e di "maxi-evento" (termine altrettanto inquietante). Oltre alla lotta contro la Tav, qui e' inevitabile pensare all'Expo di Milano: non solo perche' progetti di queste dimensioni finiscono spesso in mano alla criminalita' organizzata e non raggiungono l'obiettivo prefissato - ma piu' di tutto perche' lasciano i territori completamente squadernati e distrutti. Mai come nelle grandi opere si vede l'ipocrisia e la spietatezza del potere verticale che decide fregandosene delle istanze locali e "orizzontali". Per ragioni innanzitutto di profitto.

8. Impegnarsi in prima persona senza ricorrere sempre alla delega. E' il principio cardine del pensiero libertario. Non ridursi semplicemente a macchine da scheda elettorale, non fare in modo che ci pensi qualcun altro. Longanesi diceva che sulla bandiera italiana si poteva scrivere "Tengo famiglia"; oggi si potrebbe aggiungere: "Delega e lamentati". Tutte forme di de-responsabilizzazione che non fanno bene.

9. Domandarsi sempre se i mezzi usati sono coerenti con i propri fini: altro cardine del pensiero anarchico. Per combattere un mostro non bisogna diventare mostri; dobbiamo sempre pensare che i mezzi che non usiamo oggi non possiamo usarli domani, per cui dobbiamo sviluppare delle forme di riflessione, di miglioramento, anche di lotta politica, che siano assolutamente coerenti con i propri fini e con i propri ideali.

10. Essere gentili. Lo so, lo so, sembra una sciocchezza buonista. Ma per gentilezza non intendo un culto ipocrita delle buone maniere (che spesso nasconde grosse bassezze morali). Per ne il pensiero della gentilezza per non significa nient'altro che questo: vedere nell'altro un fine e non un mezzo, chiunque egli sia. Vederlo come essere umano. Non e' una soluzione universale; solo un terreno su cui poi far germogliare pratiche migliori e piu' efficaci, replicabili da chiunque - pratiche sostenibili e luminose.

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Fonte: Crescere Nell'Assurdo (di Giorgio Fontana)
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