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Dipendenze Vecchie E Nuove: Da "Storia Disastrata" A "Patologia Della Quantita'" (di Mangiatori Di Cervello) Stampa
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Scritto da sberla54   
Mercoledì 14 Giugno 2017 09:00
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Dipendenze Vecchie E Nuove: Da "Storia Disastrata" A "Patologia Della Quantita'" (di Mangiatori Di Cervello)

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Mangiatori Di Cervello

La cura delle dipendenze rappresenta una delle principali "missioni sociali" affidate ai professionisti della Salute Mentale nel ventunesimo secolo. In piu', oltre alle classiche dipendenze da alcol e sostanze stupefacenti, si stanno moltiplicando anche le cosiddette "nuove dipendenze", cioe' le dipendenze derivate da comportamenti eseguiti in maniera incontrollata, che non comportano di per se' l'assunzione di sostanze chimiche o l'alterazione delle funzioni del sistema nervoso.
Gioco d'azzardo, sesso, social network, affetto, addirittura il phon: ormai nulla sembra poter sfuggire al calderone della dipendenza. Ma sara' davvero cosi'?

Come ho detto, la cura delle dipendenze rappresenta innanzitutto una missione sociale: e' infatti lo Stato che, sotterraneamente, costruisce il significato della dipendenza, legittimando o delegittimando l'uso e l'abuso di una determinata sostanza. Senza scendere a considerazioni politiche, e' comunque innegabile che la dipendenza da sostanze goda di un'implicita colpa che viene attribuita al soggetto che ne e' affetto: cosi' l'eroinomane sara' uno straccione che incontriamo di notte in stazione, il cocainomane un figlio di papa' amante della bella vita, l'alcolista qualcuno a cui le cose non sono andate troppo bene etc. Questo storytelling costruisce anche un'implicita e popolare eziologia della dipendenza: il soggetto che ne soffre sara' visto come "debole", come qualcuno che non ha saputo fermarsi al momento giusto, o come un individuo con una necessaria storia disastrata alle spalle, con una necessaria "mancanza" che lo ha portato su questa strada. Questa favola da Mulino Bianco ci permette da una parte di non preoccuparci troppo di chi e' "entrato nel tunnel" e di poter vivere con la presunzione che a noi, che siamo giovani, belli, forti e carichi di giudizio, queste cose non succederanno.

Le nuove dipendenze, tuttavia, sdoganano questo gioco: non tutti si sono fatti di eroina almeno una volta nella vita, ma tutti i giovani hanno usato Facebook, tutti fanno sesso, molti si innamorano. Cosi' l'attenzione si sposta sulla quantita' delle nostre attivita', e la prevenzione rischia di diventare una prescrizione: non piu' di tot ore al computer, non piu' di tot attivita' sessuali, evitare questi comportamenti sui social ecc. Il passaggio dalla sostanza alla "quantita' dell'esperienza" ci sta portando, per amore di una prevenzione standardizzata e valida per tutti, all'allontanamento ulteriore dall'esperienza soggettiva. Cercare per forza di definire cosa e' normale e cosa e' patologico rischia di farci vivere all'interno di un ponte di legno della normalita' in mezzo al mare della dipendenza: ogni minima onda rischia di farci cadere dentro alle acque della patologia.

Tendenzialmente, credo che sia sbagliato definire la dipendenza come un iceberg. Le "storie disastrate" della dipendenza da sostanze e la "patologia della quantita'" delle nuove dipendenze possono andare bene per una psicologia popolare, ma non per professionisti. Dietro a qualsiasi dipendenza c'e' infatti una storia personale: sta all'abilita' del clinico scoprire a che livello si colloca la dipendenza, dopo quale tessera del domino si e' verificato il fenomeno, che equilibrio si va a rompere togliendola e che prospettive si possono offrire all'individuo.

Standardizzare ci puo' sicuramente aiutare ad avere canoni piu' rigorosi, ma e' altrettanto irragionevole ipotizzare per una dipendenza da oppiacei di un soggetto borderline, psicotico o nevrotico, impiegato o manager, occupato o disoccupato, solo o con famiglia, la stessa eziologia e lo stesso trattamento.

Non bisogna mai dimenticarsi che la dipendenza e' innanzitutto un fenomeno che nasce, cresce e si sviluppa all'interno della comunita', che all'interno di essa trova una particolare posizione e dimensione e che, proprio la comunita' stessa, puo' avere un ruolo fondamentale nell'elaborazione e applicabilita' di efficaci soluzioni.
Tommaso Bortolotti

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