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Dopo. Il Post-Metal E La Post-Societa' (di Minima&Moralia) Stampa
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Scritto da Joel   
Mercoledì 27 Settembre 2017 10:00
Dopo. Il Post-Metal E La Post-Societa'
Dopo. Il Post-Metal E La Post-Societa' (di Minima&Moralia)

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Minima&Moralia - Un blog di approfondimento culturale

Che siamo da qualche parte (nel pieno? All'inizio? Alla fine?) dell'entropico cammino della post-modernita' e' un dato di fatto assodato. Inutile ripetere le ormai abusate formule su relativismo valoriale, mancanza di pilastri socioeconomici, cacofonie relazionali. Se c'e' un luogo dove il postmoderno da' uno sfogo di se' particolarmente sintomatico, e' nel mondo - ormai anti-mondo - della musica. I talent hanno sminato il campo dalle fondamenta, lasciando una distesa sassosa fatta di youtubers in cerca d'autore, di popstar fotocopia, di rockstar appassite. Si puo' dire - se si eccettuano alcune frange della scena alternativa, del movimento "-tronico" e della soundtrack-music d'autore - che la capacita' della musica leggera di filosofeggiare sul reale, e talvolta di anticiparlo, sia definitivamente tramontata.
Eppure - da qualche parte nelle profondita' di USA e Scandinavia e nelle spelonche piu' recondite del Vecchio Continente - qualcosa, negli ultimi venticinque anni, e' cresciuto silenzioso e fuori controllo; un'eco propagata di tunnel in tunnel, di riverbero in riverbero. Dal genere piu' estremo, autoreferenziale e verboso della musica tutta - il metal - si e' generato un aborto silente; specchio distorto, e per questo piu' limpido e consapevole, del metallo originale. Il post-metal; il metal del dopo.

Il metal, a dire il vero, non e' mai stato del tutto in clausura nel proprio alto e rumoroso castello. Gia' negli anni '70 i Rush, con dischi seminali come 2112, hanno impresso una patina concettuale al genere, aprendo la strada al metallo progressivo propriamente detto di Queensryche e Dream Theater. Ma il prog sa essere tanto contemplativo quanto onanistico: non e' in grado di interfacciarsi in profondita' con il mondo di fine anni '80/inizio anni '90. Il grunge, piu' semplice e massimalista, azzanna il piatto principale per lasciare solo qualche briciola tarlata. Il post-metal, come il grunge, nasce dal rifiuto sistematico di tutto cio' che e' sofisticazione per il gusto di sofisticare, assoli gratuiti per il gusto di suonarsi addosso, rigetto della contemporaneita' per il gusto di arroccarsi nel passato. Il punto zero del dopo-metal e' Through Silver in Blood dei Neurosis (1996). La Nevrosi dell'uomo moderno che dall'argento zincato della stasi evolve nel rosso sangue della consapevolezza, dell'odiosa accettazione di se'. Il suono del disco e' colossale, mammutesco. E come un mammut si procede lenti, caracollanti, col peso della neve sulle spalle e dell'estinzione imminente nello spirito. Non esistono riff canonici, distinzioni chiare tra strofe, bridge e ritornelli, brani troppo lunghi (Purify, 12 minuti e 18 secondi) o troppo corti (Become the Ocean, 1 minuto e 27 secondi). Il canone sta nel rifiuto del canone.

Il post-metal e' sostanza liquida, fatta per riplasmarsi in inesauribili nuove forme; eco della materia che costituisce l'Universo. E come la vita, che e' giunta a riflettere su se stessa, il dopo-metal arriva a meditare sul senso del fare musica; e per esteso sul senso dell'esistenza, in un eterno e spiraliforme ritorno. La palla chiodata passa agli Isis, band di Boston che non c'entra nulla con Medio Oriente e terroristi; semmai, in comune coi terroristi ha il desiderio di smantellare, far detonare, propagare, diffondere. Il post-metal si fa filosofia e puro concetto, entita' mai cosi' lontana dal fumettismo adolescenziale di Iron Maiden e Metallica; divoratore di mondi e di coscienze. Gli Isis non suonano, dipingono. I due dischi chiave del gruppo, Oceanic (2002) e Panopticon (2004), sono cicli d'affreschi che rappresentano l'incesto come un oceano, il primo, e l'epoca della pan-comunicazione come la prigione perfetta, il secondo. Panopticon guarda a Jeremy Bentham, a Michel Foucault; ai grandi del pensiero sociale moderno. Le urla dilanianti di Aaron Turner, leader della band, fanno da ponte tra lo struggimento della generazione grunge, quella che in fondo un po' nel futuro ci credeva, e quello della generazione millennial, il cul-de-sac dell'evoluzione umana a' rebours.

Altri si calano nel fosso da sentieri diversi. Gli Agalloch, cresciuti tra gli strazianti paesaggi del Pacific Northwest statunitense, s'inventano il post-metal bucolico. Scoprono una venatura folk, la sofferenza intima che e' rovescio della medaglia di quella trascendente, nella marcia funebre della fine dei tempi. Parole e musica dello stesso John Haughm, frontman del quartetto americano, nel capolavoro The Great Cold Death of the Earth (album The Mantle, 2002). Simon & Garfunkel non sono mai stati cosi' vicini a Burzum. Poi c'e' un post-metal astrale, quello dei Rosetta esploratori di mondi a colpi di growl ed esplosioni di batteria (The Galilean Satellites, 2005 e A Determinism of Morality, 2010); uno paranoide, quello degli svedesi Cult of Luna, che dedicano un intero disco (Eternal Kingdom, 2008) alla discesa negli inferi di un ospedale psichiatrico; uno romantico, quello dei tedeschi The Ocean che con Pelagial (2013) tracciano forse la summa del genere, gettandosi nelle profondita' di un parallelismo tra psiche umana e vastita' oceaniche, fino ad arrivare a quella zona adopelagica in cui non si spingono ne' luce ne' miserie materiali. Il post-post sono gli Alcest, band di punta del metal "fluido" contemporaneo, sospesa nel tempo e nello spazio e connotata da melodie eteree spezzate da grida oltremondane.

C'e' pure un filone parallelo, che talvolta devia fino a diventare tangente al post-metal propriamente detto, fatto di gruppi avanguardistici, inclassificabili, amorfi. Dai gargantueschi Tool ai camaleontici Mastodon, passando per lo spleen dei Katatonia, per il maelstrom dei Meshuggah, per i bipolari Opeth e per i marziali Gojira. Tutte band larger than life che della vita hanno intercettato uno spiraglio minuto, ma inconfutabile; e per questo significativo, immane. Band che riflettono sul senso dell'esistenza e della non esistenza, sul mito del buon selvaggio, sull'epoca dei social e sulle epoche pre-sociali.

Nella fine il principio. Il post-metal non ha fatto rumore, forse anche solo per la parolina "metal" che lo connota e lo destina in automatico alla nicchia del diverso, del trascurabile. In quel silenzio, pero', c'e' tutto il rumore del mondo. Il rumore della sconfitta e della rivoluzione, della sottomissione e della non-accettazione; della sommossa. C'e' la summa dei valori, la ponderazione, c'e' il vero, che la post-societa' ha messo in dubbio. Dopo non significa sempre fine.
Elia Pasini

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Fonte: Dopo. Il Post-Metal E La Post-Societa' (di Minima&Moralia)
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