Immagini

Prossimi Concerti

Tanto Di Cappello Records

Vegan Riot

VegFacile - Go Vegan!

Animal Liberation Front
Home Articoli Varie Sulla Gentilezza (di Internazionale)
Sulla Gentilezza (di Internazionale) Stampa
Varie
Scritto da sberla54   
Giovedì 07 Giugno 2018 10:00
Sulla Gentilezza
Sulla Gentilezza (di Internazionale)

https://www.internazionale.it/notizie/adam-phillips/2018/05/31/gentilezza

Internazionale

La gentilezza, disse l'imperatore e filosofo Marco Aurelio, e' la delizia piu' grande dell'umanita'. Nel corso dei secoli altri pensatori e scrittori hanno espresso lo stesso parere. Oggi, invece, molte persone pensano che questa idea sia inverosimile o, quanto meno, molto sospetta. Nella nostra immagine degli esseri umani, la gentilezza non e' un istinto naturale: siamo tutti pazzi, cattivi, pericolosi e profondamente competitivi. Le persone sono mosse dall'egoismo e gli slanci verso il prossimo sono forme di autoconservazione.

La gentilezza e' diventata un piacere proibito. In un certo senso e' sempre rischiosa, perche' si fonda sulla sensibilita' nei confronti degli altri e sulla capacita' di identificarsi con i loro piaceri e con le loro sofferenze. Ma anche se il piacere della gentilezza e' rischioso, e' una delle cose piu' appaganti che abbiamo.

Nel 1741 il filosofo scozzese David Hume, confrontandosi con una scuola filosofica che considerava l'umanita' irrimediabilmente egoista, perse la pazienza. Chi e' cosi' pazzo da negare l'esistenza della generosita', sosteneva, ha perso il contatto con la sua realta' emotiva. Per quasi tutta la storia dell'umanita' le persone hanno ritenuto di essere naturalmente gentili. La rinuncia alla gentilezza priva gli esseri umani di un piacere fondamentale per il loro senso di benessere.

Oggi il termine "gentilezza" abbraccia una gamma di sentimenti descritti con parole diverse: solidarieta', generosita', altruismo, benevolenza, umanita', compassione, pieta', empatia. In passato questi sentimenti erano conosciuti con altri nomi: philantropia (amore per l'umanita') e caritas (amore per il prossimo). I significati precisi di questi termini cambiano, ma tutti quanti rimandano a quello che in epoca vittoriana si chiamava un "cuore aperto", cioe' essere bendisposti verso gli altri. "Ancora piu' indiscriminato e generalizzato della distanza tra le persone e' il desiderio di eliminarla", scriveva il filosofo tedesco Theodor W. Adorno, riferendosi al fatto che la distanza dagli altri puo' farci sentire sicuri, ma puo' anche farci soffrire.

La storia ci illustra i molti modi con cui gli esseri umani cercano un legame, dalla celebrazione classica dell'amicizia agli insegnamenti cristiani sull'amore e sulla carita' fino alle filosofie del novecento sullo stato assistenziale. E ci mostra fino a che punto le persone sono distanti le une dalle altre e fino a che punto la capacita' di amare il prossimo sia inibita da paure e rivalita' antiche quanto la gentilezza.

Per gran parte della storia occidentale la gentilezza e' stata legata alla cristianita', che considera sacri gli istinti generosi delle persone e li mette alla base di una fede universalistica. Per secoli la carita' cristiana ha fatto da collante culturale, tenendo uniti gli individui di una societa'. Ma dal cinquecento in poi il comandamento cristiano "ama il prossimo tuo come te stesso" ha subito la concorrenza dell'individualismo. Il Leviatano (1651) di Thomas Hobbes considera la generosita' cristiana psicologicamente assurda. Gli uomini, sostiene Hobbes, sono delle bestie egoiste che pensano solo al loro benessere: l'esistenza e' una "guerra di tutti contro tutti". Alla fine del settecento queste teorie, nonostante gli sforzi di Hume, diventarono l'ortodossia.

Duecento anni dopo siamo diventati tutti sostenitori di Hobbes, convinti di essere mossi solo dall'interesse personale. La gentilezza ispira diffidenza e le dimostrazioni pubbliche di generosita' vengono liquidate come moralistiche e sentimentali. Le icone popolari della solidarieta' - la principessa Diana, Nelson Mandela, madre Teresa - sono adorate come dei santi o accusate di essere ipocrite.

L'indipendenza prima di tutto
Oggi la bonta' e' accettata solo nel rapporto tra genitori e figli. La capacita' di farsi carico della vulnerabilita' degli altri, e quindi della propria, e' diventata un segno di debolezza. Nessuno sostiene che i genitori debbano smettere di essere premurosi con i figli, ma le nostre societa' hanno sviluppato una fobia per la gentilezza e le persone si rifiutano di fare gesti scontati di benevolenza accampando decine di buone ragioni per giustificare questo rifiuto. Ogni forma di compassione e' autocommiserazione, osservava D.H. Lawrence. Quest'idea riflette un sospetto diffuso nella modernita': la bonta' e' una forma superiore di egoismo o la forma piu' vigliacca di debolezza. La maggior parte degli essere umani pensa che la gentilezza sia la virtu' dei perdenti. Ma ragionare in termini di vincenti e perdenti significa accettare il rifiuto per la generosita' imposto dalla paura.

In pochi si chiedono perche' tendiamo a essere gentili con gli altri e perche' la generosita' ci sembra importante. A differenza di quello che succede con un ideale astratto come la giustizia, sappiamo riconoscerla nella maggioranza delle situazioni. Ma proprio il fatto di sapere cosa sia un gesto gentile ci aiuta a evitarlo. Di solito sappiamo cosa fare per essere gentili e ci accorgiamo quando qualcuno e' gentile con noi. Ma la gentilezza ci fa sentire profondamente a disagio. Eppure e' la cosa che ci manca di piu'. E' l'epoca in cui tutti si lamentano per la mancanza di gentilezza degli altri.

"Un indicatore della salute mentale", scriveva Donald Winnicott nel 1970, "e' la capacita' di entrare nei pensieri, nei sentimenti, nelle speranze e nelle paure di un'altra persona. E di concedere a un'altra persona di fare lo stesso con noi". Prendersi cura degli altri, come sosteneva Jean-Jacques Rousseau, ci rende pienamente umani. Dipendiamo gli uni dagli altri non solo per la nostra sopravvivenza, ma anche per la nostra esistenza. Un individuo senza legami affettivi o mente o e' un folle.
Oggi la capacita' di farsi carico della vulnerabilita' degli altri, e quindi della propria, e' diventata un segno di fragilita'
La societa' moderna occidentale rifiuta questa verita' fondamentale e mette l'indipendenza al di sopra di tutto. Avere bisogno degli altri e' considerato una debolezza. Solo ai bambini, ai malati e alle persone anziane e' permessa la dipendenza: per tutti gli altri le virtu' cardinali sono l'autosufficienza e l'autonomia. Tutti gli esseri umani, pero', sono dipendenti. Anche gli stoici - gli alfieri della fiducia in se stessi - ammettevano nell'uomo il bisogno innato delle altre persone, come portatrici e destinatarie della bonta'.

L'individualismo e' un fenomeno molto recente. L'illuminismo, generalmente considerato l'origine dell'individualismo occidentale, difendeva le "inclinazioni sociali" contro gli "interessi privati". Nell'epoca vittoriana, la cosiddetta eta' dell'oro dell'individualismo, si sono affrontati campioni e avversari dell'individualismo economico. All'inizio degli anni ottanta lo storico cristiano Arnold Toynbee attacco', in una serie di conferenze sulla rivoluzione industriale inglese, la visione egoistica dell'uomo diffusa dai profeti del capitalismo. Il "mondo popolato da animali cercatori d'oro e spogliato di ogni umanita'" a cui guardavano i sostenitori del libero mercato era "meno reale dell'isola di Lilliput", sosteneva Toynbee.

Negli stessi anni i trascendentalisti americani attaccavano lo spirito di "competizione egoista" e fondavano comunita' di "cooperazione fraterna". Anche Charles Darwin, il beniamino degli individualisti moderni, rifiutava l'idea che l'umanita' fosse egoista e ipotizzava l'esistenza di istinti altruisti altrettanto forti. La tendenza alla solidarieta' e' innata negli essere umani, sosteneva nell'Origine dell'uomo (1871), ed e' un fattore chiave per il successo evolutivo dell'umanita'.

Darwin difendeva la gentilezza piu' su basi scientifiche che religiose. Tuttavia per la maggior parte dei suoi contemporanei la carita' cristiana incarnava la bonta' per eccellenza. Servire Dio significava servire i propri simili attraverso una serie di organizzazioni filantropiche sostenute dalle chiese. Anche i laici avevano adottato queste idee. In Gran Bretagna il sacrificio e i doveri sociali diventarono le parole chiave della "missione imperiale", conquistando schiere di benpensanti decisi a portare il "fardello dell'uomo bianco". Nel frattempo, al di la' dell'Atlantico, un'armata di filantropi puntava i poveri d'America per elevarli moralmente e alleviare le loro sofferenze.

Oggi la bonta' vittoriana viene condannata per il suo autocompiacimento morale, per le sue tendenze classiste e per la sua mentalita' imperiale-razzista. Tutti sono d'accordo con Nietzsche, che sottolineava la "cattiva coscienza" dei filantropi dell'ottocento. Ma anche allora non mancavano le voci critiche: Oscar Wilde nutriva un ribrezzo abilmente ostentato per "il gergo malsano del dovere" e i radicali e i socialisti erano decisi a rimpiazzare la carita' con la giustizia, la generosita' delle elite con i diritti universali. Gli orrori della prima guerra mondiale misero a nudo la vuota retorica imperiale del sacrificio, mentre l'erosione delle gerarchie sociali tradizionali distrusse l'ideale del dovere patriottico. Le donne, che per molto tempo avevano considerato la rinuncia e la dedizione agli altri come "doveri femminili", cominciarono ad apprezzare i benefici dell'uguaglianza.

Filantropia vittoriana
Quando si allinea al potere, la gentilezza degenera facilmente in logoramento morale, come sanno molti beneficiari dell'assistenzialismo pubblico. William Beveridge, il padre dello stato assistenziale britannico, era consapevole di questo pericolo. Il suo ingresso nella vita pubblica coincise con il tramonto della filantropia vittoriana, e per questo Beveridge rifiutava lo spirito del "fare le cose per gli altri" tipico della carita' organizzata. Voleva affrontare i problemi sociali in chiave scientifica piu' che sentimentale: "Non ho nessuna fiducia nel potere salvifico della cultura, delle missioni e dei buoni sentimenti". Tutte le azioni umane, sosteneva, sono dettate dall'egoismo.

Beveridge, pero', non conservo' a lungo questo punto di vista. Nel 1942 il suo straordinario piano, in cui si enunciavano i principi ispiratori del welfare "dalla culla alla tomba", fu salutato dai suoi sostenitori come "benevolenza concreta". Beveridge comincio' la sua vita politica da liberale e la concluse da socialista impegnato a difendere quei valori altruisti che prima aveva rifiutato, elogiando lo "spirito della coscienza sociale" come la pietra miliare di una buona societa'.

La bonta' di Beveridge era moderna e popolare, una carita' senza la coercitivita' condiscendente della filantropia vittoriana. Per il cristiano sociale Richard Tawney, suo amico e cognato, una bonta' di questo tipo richiedeva uguaglianza. Le diseguaglianze sul piano della ricchezza, dei privilegi e delle opportunita' sono nemiche della bonta'. I sentimenti di Tawney influenzarono il movimento operaio, indebolendo l'ideologia del libero mercato e dando sostegno ai principi dello stato assistenziale.

L'attuale sistema sanitario pubblico britannico (Nhs) e' per molti aspetti un dinosauro dell'altruismo che si rifiuta di morire. I tentativi di privatizzarlo hanno provocato molti danni, ma la filosofia altruista sopravvive e testimonia quello slancio umano universale ad "aiutare gli estranei", come disse il sociologo Richard Titmuss, uno dei piu' autorevoli difensori dell'Nhs. Perche' qualcuno dovrebbe preoccuparsi del fatto che uno sconosciuto riceva le cure sanitarie di cui ha bisogno? Secondo la teoria hobbesiana della natura umana, e' una cosa senza senso. Eppure, sosteneva Titmuss, le prove che le persone si preoccupano per gli altri sono schiaccianti.

Nel 1979 la vittoria di Margaret Thatcher in Gran Bretagna segno' la sconfitta del modello di societa' premurosa cara a Beveridge, Tawney e Titmuss. E negli Stati Uniti l'avvento del reaganismo all'inizio degli anni ottanta provoco' un'analoga erosione dei valori dello stato assistenziale.

La generosita' divento' la bandiera di una minoranza, buona solo per i genitori (soprattutto le madri), i "professionisti del servizio sociale" e i benefattori con i sandali ai piedi. Gli anni novanta hanno segnato un ritorno ai valori della solidarieta', ma quando i bambini dell'era Thatcher e Reagan sono diventati grandi quei valori i sono rivelati solo uno slogan retorico. Con il trionfo del New labour in Gran Bretagna nel 1997 e l'elezione negli Stati Uniti di George W. Bush nel 2000 l'individualismo competitivo si e' affermato come la regola dominante. La "dipendenza" e' diventata ancora di piu' un tabu' e i politici, gli imprenditori e una schiera di moralisti si sono messi a istruire i poveri e i deboli sulle virtu' dell'autosufficienza. Il premier britannico Tony Blair voleva una compassione esigente al posto della versione piu' lassista dei predecessori. "Il nuovo stato assistenziale deve incoraggiare il lavoro, non la dipendenza", sosteneva Blair mentre una miriade di manager, per tagliare la spesa pubblica, divorava i servizi sociali britannici. Il capitalismo non e' un sistema per gente dal cuore tenero.

Anche se i suoi sostenitori affermano di volere il bene della societa': se non viene ostacolata, la libera impresa genera ricchezza e felicita' per tutti. Come ogni convinzione utopica, pero', anche questa e' un'illusione. Il grande paradosso del capitalismo moderno, sostiene il filosofo ex thatcheriano John Gray, e' che indebolisce le istituzioni sociali su cui una volta poggiava: famiglia, carriera, comunita'. Per moltissimi cittadini britannici e statunitensi la "cultura d'impresa" significa una vita di superlavoro, ansia e isolamento. Inoltre una societa' competitiva, divisa in vincenti e perdenti, provoca ostilita' e indifferenza.

Chi viene sottoposto a una pressione costante si allontana dagli altri. Come il bambino tormentato dai bulli diventa a sua volta un bullo, cosi' chi e' oppresso dalle vicende della vita diventa a sua volta un oppressore. La solidarieta' diminuisce e la gentilezza diventa troppo rischiosa. Cresce la paranoia e le persone cercano dei capri espiatori per la loro infelicita'. Si diffonde la cultura della "durezza" e del cinismo, alimentata dall'invidiosa ammirazione per quelli che sembrano trionfare - i ricchi e famosi - in un mondo dove si lotta con le unghie e con i denti.

Cosa si puo' fare? Niente, risponderanno molti. Gli esseri umani sono per natura egoisti: dobbiamo vivere facendo i conti con questa realta'. I giornali ci bombardano con prove scientifiche a sostegno di quest'analisi pessimista. Ci raccontano di insaziabili scimpanze', di geni egoisti, di spietate strategie per la scelta del partner anche tra i suricati (dei mammiferi famosi per il loro senso di cooperazione), che invece di stare di vedetta per i loro compagni passano gran parte del tempo a guardarsi le spalle.
Con l'avvento della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan negli Stati Uniti la generosita' divento' la bandiera di una minoranza
Richard Dawkins, a cui si deve l'espressione "gene egoista", e' chiaro a questo proposito: "Se gli esseri umani agissero solo in base alla legge genetica dell'egoismo universale la societa' sarebbe molto dura. Sfortunatamente, pero', non basta criticare qualcosa per impedirgli di essere vero". Ma aggiunge: "Se vogliamo creare una societa' in cui le persone collaborano tra loro in vista del bene comune, non possiamo aspettarci granche' dalla natura biologica. Facciamo in modo di insegnare la generosita' e l'altruismo, dal momento che siamo nati egoisti. Facciamo in modo di capire cosa sono capaci di fare i nostri geni egoisti, perche' cosi' avremo almeno l'opportunita' di sconvolgere i loro piani".

Anche se dobbiamo accettare il fatto che la natura rende le persone cattive, "noi" - cioe' gli altruisti come Dawkins che in qualche modo, misteriosamente, sono sfuggiti al loro destino genetico - possiamo mettere le cose a posto. Ci troviamo nel regno di una bonta' magica, simile a quella che sperimentiamo nell'infanzia. Solo che ora quella bonta' deve sconfiggere non tanto l'ordinaria infelicita' degli esseri umani quanto la loro biologia. Le conclusioni di Dawkins sulla condizione dell'uomo sono assurde come la soluzione che propone.

Uno spettacolo deprimente
Anche l'altruismo naturale ha dei sostenitori tra gli scienziati. I teorici dell'evoluzione mostrano che il dna delle persone gentili ha grandi possibilita' di riprodursi, mentre i neurologi riscontrano un'attivita' piu' intensa nel lobo posteriore superiore temporale del cervello degli altruisti.

Molti studi cercano di documentare i comportamenti generosi degli animali, soprattutto tra le formiche: la predisposizione a sacrificare se stesse per il bene delle loro colonie colpisce profondamente i giornalisti dei tabloid. In ognuno di questi casi, sostengono comunque gli scienziati, i comportamenti sono motivati dall'obbligo di salvaguardare interessi di lungo termine, in particolare quelli della riproduzione della specie. Dal punto di vista della scienza naturale, alla fine la bonta' e' sempre egoista.

La scienza potra' anche essere la reli­gione moderna, ma non tutti credono alle sue certezze o ne ricavano una con­solazione. Molti si rivolgono ancora ai valori cristiani per ritrovare quel senso di solidarieta' umana che, in un mondo secolarizzato, ha perso il suo ancoraggio etico. Il bilancio del cristianesimo sulla gentilezza, pero', non ispira fiducia. Di­ceva Johnathan Swift: "Abbiamo abba­ stanza religione per odiare, ma non ab­bastanza per amare". E le altre religioni non lasciano sperare in meglio. Il panorama spirituale contempora­neo, con i suoi violenti attacchi tra cor­renti di una stessa religioni o tra religio­ni diverse, e' uno spettacolo deprimente anche per i non credenti. Lo scrittore turco Ohran Pamuk, premio Nobel per la letteratura, ha difeso con passione una dote che "hanno solo gli esseri umani", quella "di identificarsi con il dolore, il piacere, la gioia, la noia degli altri", an­ che delle persone che non apprezziamo ("identificarsi con qualcuno non signifi­ca essere d'accordo con lui"). Ma quando Pamuk scrisse Neve (2002), mettendosi dal punto di vista degli islamici radicali, lo insultarono dicendogli che era un "professore con il velo".

Sembrerebbe meglio, quindi, preferi­re le certezze a buon mercato del "noi contro loro" alle esortazioni fastidiose di chi predica la solidarieta' umana al di la' delle divisioni culturali. Oggi l'odio e l'estraneita' sembrano piu' facili e piu' funzionali dei sentimenti che ci avvici­nano agli altri. Ma le persone vogliono soprattutto solidarieta'. La reciproca comprensione e la generosita' restano i grandi obiettivi della vita sociale.

E' solo egoismo
Come sostenevano Rousseau, Word­sworth e molti altri intellettuali, la chia­ve di tutto sta nell'infanzia. Oggi capita spesso di affermare che i bambini picco­ li sono naturalmente crudeli, mentre capita molto meno di sostenere che sono per natura generosi, istintivamente inte­ressati al bene degli altri, toccati dalle sofferenze altrui e disposti ad alleviarle.

Le spiegazioni che si davano nell'otto­ cento sull'"innocenza" dei bambini, e che oggi vengono etichettate come ecc­essivamente sentimentali, erano anche un tentativo di dare voce a quella bonta' istintiva che poi si perdeva diventando adulti. La perdita dell'innocenza infan­tile era, tra l'altro, la perdita di una natu­rale fiducia negli altri. Oggi, dopo gli studi di Charles Darwin e di Sigmund Freud, abbiamo molti piu' mezzi a disposizione per descrivere i nostri dubbi sui sentimenti umani piu' benevoli, compre­ sa l'innocenza dei bambini.

Ma c'e' un fatto cruciale che vale la pe­na di sottolineare senza girarci intorno: la bonta' dell'infanzia si perde con troppa facilita' quando cresciamo. Se questa perdita avviene su una scala abbastanza ampia, assume le proporzioni di un disa­stro culturale.

Il sospetto piu' radicato nei confronti della gentilezza e' che sia solo una forma di narcisismo camuffato: siamo gentili perche' ci gratifica, le persone gentili so­ no drogate di autocompiacimento. Nel 1730 il filosofo Francis Hutcheson liquido' cosi' quest'idea: "Se questo e' egoismo, bene, che lo sia. Nulla puo' essere meglio di questo egoismo, nulla piu' generoso".

Nell'Emilio Rousseau ha insistito sul­ lo stesso punto con maggiori dettagli psicologici. La generosita' di Emilio e' un'estensione del suo amour de soi (amore naturale per se stessi). Emilio "assapora la sua pitie'" perche' esprime la sua vitalita': solo quel bambino che si prende cura di se stesso e che gioisce del suo sentirsi vivo "cerchera' di estendere questo suo modo di essere e queste sue gioie" agli altri.

Il ritratto che Rousseau fa di Emilio mostra molto bene perche' la bonta' e' la qualita' umana piu' invidiata. Le persone credono di provare invidia per il denaro, la fama e il successo, ma in realta' invi­diano soprattutto la bonta': e' l'indicatore piu' forte della serenita' e del piacere di vivere.
Capita spesso di affermare che i bambini sono naturalmente crudeli, mentre capita meno di sostenere che sono per natura generosi
Di conseguenza la bonta' non e' una forma di egoismo camuffato. A questo antico sospetto, pero', la moderna so­cieta' postfreudiana ne ha aggiunti altri due: e' una forma occulta di sessualita' e una forma mascherata di aggressivi­ta'. Entrambe le obiezioni riducono la generosita' a un egoismo dissimulato. La gentilezza legata alla sessualita' puo' essere una strategia di seduzione (saro' carino con te, cosi' potro' avere in cambio del sesso e dei bambini), una strategia di difesa per evitare l'atto sessuale (saro' cosi' gentile da farti dimenticare il sesso, cosi' potremo fare insieme qualcos'altro) oppure una maniera per riparare al dan­no presunto provocato dal sesso (saro' carino con te per rimediare ai miei de­sideri cattivi).

Invece la gentilezza legata all'aggres­sivita' puo' essere uno sfogo (la mia ag­gressivita' nei tuoi confronti e' cosi' forte che posso proteggere entrambi da que­sto rischio solo essendo molto premuro­queso) o un rifugio (la mia generosita' ti terra' a distanza). "Per sicurezza si puo' sempre essere gentili", dice al padre Maggie Ver­ver nel romanzo La coppa d'oro di Henry James.

In entrambi i casi si parte sempre dal presupposto che siamo delle creature portate a proteggersi e a procurarsi pia­ cere, e che la gentilezza e' solo una delle strategie adottate per soddisfare questo bisogno d'isolamento. E' un'immagine da cui il nostro interesse per noi e per gli altri esce notevolmente impoverito.

Eppure la gentilezza continua a esse­ re un'esperienza di cui non riusciamo a fare a meno. Tutto, nel nostro sistema di valori contemporaneo, contribuisce a far si' che sembri utile in alcune circostanze (lo e'), ma anche potenzialmente super­flua, come le vestigia di un'altra epoca. E tuttavia la desideriamo, sapendo che la gentilezza - quel sentimento antiroman­tico che incoraggia la vitalita' legata alla vulnerabilita' - crea un coinvolgimento con gli altri che temiamo e allo stesso tempo cerchiamo con tutte le forze.

E' la gentilezza, quindi, che rende la vita degna di essere vissuta: ogni attacco contro la gentilezza e' un attacco contro le nostre speranze.
Adam Phillips e Barbara Taylor

.LINKS.
Fonte: Sulla Gentilezza (di Internazionale)
Home Page Internazionale: http://www.internazionale.it/
Facebook Internazionale: https://www.facebook.com/Internazionale
Twitter Internazionale: https://twitter.com/Internazionale
Vimeo Internazionale: http://vimeo.com/internazionale

.CONDIVIDI.