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Perche' Lo Studio Che Collega L'Uso Di Facebook Alle Violenze Contro I Rifugiati Dovrebbe Preoccuparci Davvero (di The Submarine) Stampa
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Scritto da sberla54   
Mercoledì 29 Agosto 2018 10:00
Perche' Lo Studio Che Collega L'Uso Di Facebook Alle Violenze Contro I Rifugiati Dovrebbe Preoccuparci Davvero
Perche' Lo Studio Che Collega L'Uso Di Facebook Alle Violenze Contro I Rifugiati Dovrebbe Preoccuparci Davvero (di The Submarine)

https://thesubmarine.it/2018/08/24/studio-facebook-violenze-contro-rifugiati-preoccupante/

The Submarine

I due ricercatori dell'Universita' di Warwick Muller e Schwarz presentano una metodologia affascinante ed efficace per valutare gli effetti del discorso d'odio online.

Un lungo articolo firmato da Amanda Taub e Max Fisher per il New York Times ha portato l'attenzione del mondo su uno studio di due ricercatori dell'Universita' di Warwick, Karsten Muller e Carlo Schwarz, sul legame tra l'attivita' su Facebook e le violenze contro rifugiati e richiedenti asilo.

Twitter e' stato scosso dalla discussione attorno alla validita' dello studio, mentre il lancio fortemente semplificato del New York Times - Un nuovo studio ipotizza che Facebook abbia causato attacchi contro i rifugiati in Germania - diventava sempre piu' virale. Ieri la notizia e' arrivata fino a Repubblica (dietro paywall).

Molti commentatori sono accorsi in difesa di Facebook, cercando di dimostrare che lo studio - secondo cui e' possibile ricondurre all'uso di Facebook un aumento di circa il 35% dei casi di violenze razziste e xenofobe - non fosse affidabile.

La tesi che ci sia un collegamento diretto tra Facebook ed esplosioni di violenza e' diffusa e sostenuta da ampia letteratura, in particolare dopo le crisi di violenza in Myanmar e Sri Lanka.

Purtroppo, si tratta di uno studio estremamente complesso dal punto di vista tecnico, poco adatto ad una discussione su Twitter. Schwarz e Muller non sono interessati a dare una soluzione o a prendere una posizione nel dibattito sulla gestione dell'hate speech online: si limitano a proporre una metodologia per dimostrare il collegamento tra casi di violenza sui migranti e attivita' su Facebook.

Comprendere la validita' dello studio di Muller e Schwarz e' fondamentale in Italia, dove l'emergenza della violenza contro migranti e rifugiati, e la diffusione di commenti di odio su internet, sono al centro del dibattito politico dell'estate. Ma qualsiasi studio di questo tipo parte da una difficolta' fondamentale: i ricercatori non hanno accesso a dati generali sull'uso di Facebook. Per questo motivo e' necessario trovare un escamotage per misurare in maniera efficace l'uso di Facebook in Germania.

La scelta dei due ricercatori e' stata derisa da molti, ma si tratta di una soluzione creativa ed efficace: dovendo trovare una pagina molto trafficata che nessuno, in nessun modo, potesse indicare di un determinato colore politico, hanno deciso di misurare le interazioni degli utenti tedeschi con la pagina Facebook di Nutella.

Carlo Schwarz, che abbiamo raggiunto al telefono per farci spiegare meglio il contenuto dello studio, spiega cosi' l'uso della pagina di Nutella: "Avevamo bisogno di misurare in qualche modo i livelli di utilizzo di Facebook a livello locale, in assenza di dati generali, quindi abbiamo cercato una pagina famosissima e neutra e abbiamo misurato le interazioni per municipalita' di quella pagina. La utilizziamo come una misura di esposizione."
Il paper sottolinea che le aree della Germania con maggiore attivita' sulla pagina Facebook di Nutella sono anche quelle con un numero piu' alto di attacchi contro migranti e rifugiati.
Il confronto e' fatto utilizzando una mappa delle violenze xenofobe compilata dalla Amadeu Antonio Foundation e dalla ONG Pro Asyl, in un periodo che va dal Gennaio del 2015 fino al 2017, che elenca 3335 casi di aggressioni contro cittadini stranieri, tra cui 2226 attacchi a residenze di rifugiati, 534 attacchi diretti alle persone, 339 manifestazioni e 225 incendi dolosi.

Usando le coordinate degli incidenti raccolti nella mappa, i due ricercatori hanno diviso il paese in "municipalita'", e hanno trovato che le municipalita' con maggior interazioni sulla pagina di Nutella, da parte di un gruppo di utenti di 21915 persone che sono riusciti a geolocalizzare, - sono quelle dove avvengono piu' episodi di violenza.

Il numero di persone monitorate dalle interazioni con la pagina non e' strettamente importante, ma, a detta di Schwarz, e' comunque piu' che sufficiente. "Ovviamente i dati non rappresentano l'uso di Facebook a livello nazionale, ma abbiamo potuto misurare che la diffusione di interazioni con Nutella fossero uniformi sullo spettro politico e socioeconomico - ed e' quello che ci serviva per il nostro studio."

I commenti di odio a cui lo studio fa riferimento sono quelli postati da utenti individuali sulla pagina del partito di estrema destra Alternative fur Deutschland. AfD non solo non ha norme di comportamento per i messaggi che vengono lasciati sulla pagina, ma lascia a chiunque la possibilita' di scrivere sulla propria bacheca. Questa possibilita', ci spiega Schwarz, insieme all'esplicito schieramento del partito, ne fa la fonte piu' adeguata per cercare di definire un modello dei commenti di odio su Facebook.

"Abbiamo usato i commenti di odio lasciati dagli utenti sulla pagina di AfD per misurare i livelli di hate speech su Facebook. E' il modo piu' efficace per verificare la densita' di commenti d'odio, perche' gli utenti che hanno messo like alla pagina di AfD avranno nella propria timeline post di odio nei confronti dei rifugiati. Abbiamo usato la pagina della Nutella come misura di esposizione in modo da non avere un risultato parziale, esaminando solo la densita' di persone che hanno messo Mi piace alla pagina di AfD. La loro pagina ci ha offerto una buona approssimazione dell'attivita' di utenti di estrema destra su tutto il servizio."

E' facile criticare lo studio, arrivati a questo punto, accusando le due misurazioni di essere semplicemente correlate, senza un rapporto di causa effetto. Inoltre, i ricercatori hanno diviso la propria ricerca in periodi di commenti e di violenze settimanali, lasciando aperta la possibilita' che entrambi i parametri siano influenzati dagli eventi e dal ciclo dell'informazione. Nel grafico che evidenzia violenze e commenti d'odio c'e', ad esempio, un chiarissimo picco a inizio 2016 che Schwarz conferma essere immediatamente successivo agli episodi di violenza contro le donne durante la notte di Capodanno a Colonia.

Tuttavia Muller e Schwarz offrono una serie di ulteriori prove sperimentali che sembrano legare i due fenomeni in maniera davvero difficile da negare, cercando di collegare la possibilita' di attacchi contro i rifugiati con i blackout di internet nelle varie municipalita' che prendono in esame, e hanno osservato che si': sembra esserci una correlazione diretta tra settimane in cui ci sono stati blackout di internet e settimane a inferiore rischio di attacchi ai rifugiati.
"Abbiamo misurato una densita' di episodi di violenza sproporzionatamente piu' alta nelle municipalita' con uso di Facebook piu' alto."
In corrispondenza di otto casi in cui Facebook e' andato offline si osserva nella relativa settimana un netto calo negli attacchi contro i rifugiati. Questi eventi, spesso globali, non permettono di individuare differenze nelle varie municipalita' ma solo in archi di tempo, ma sembrano indicare diacronicamente un esplicito collegamento tra l'uso di Facebook e gli episodi violenti: nelle settimane in cui Facebook ha avuto difficolta' tecniche l'aumento del 35% sugli episodi di violenza e' completamente annullato.

Il lavoro di Schwarz e Muller costituisce quindi un primo passo fondamentale nella costruzione di un modello con cui potremo in futuro cercare di misurare il ruolo indiretto di Facebook - e di altri social media - sugli episodi di violenza xenofoba. Si tratta di una rivelazione due volte importante, perche' mette sotto una luce completamente diversa la sconsiderata propaganda online di forze politiche come, in Italia, Lega e Movimento 5 Stelle: le loro responsabilita' potrebbero andare oltre la semplice legittimazione, diretta o indiretta, delle violenze a danno degli stranieri.

Al telefono Schwarz ha tenuto piu' volte a precisare che lo studio non intende giustificare nessuna censura o controllo politico del social network: "Non crediamo che il nostro studio abbia implicazioni politiche. Ci vorranno molti studi per capire se questi risultati sono validi in altri contesti, e quali sono i loro canali sotterranei, prima che si possa anche solo pensare di parlare di proporre leggi a riguardo. Personalmente, crediamo che questo tipo di politiche siano una cattiva idea, perche' non e' possibile identificare a livello legale cosa sia 'hate speech.' Quello che indica il nostro studio e' che servono ulteriori ricerche che investighino gli effetti dei social media sulla societa', inclusi quelli negativi."

C'e' ovviamente qualcuno che i dati faticosamente raccolti da Muller e Schwarz li ha piu' chiari, e potrebbe sviluppare modelli molto piu' dettagliati: e' Facebook stesso. Ma a differenza delle emergenze con la disinformazione o le operazioni di influenza psicologica, i recenti episodi che testimoniano un effetto diretto dell'uso di Facebook sui tassi di violenza mettono in discussione il ruolo del servizio stesso, e dei social media in generale: e potrebbe trattarsi di un problema risolvibile solo attraverso controlli sui contenuti, abbandonando del tutto questo tipo di piattaforme, o costruendo nuove e migliori piattaforme, che sostituiscano quelle attuali.
Alessandro Massone

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Fonte: Perche' Lo Studio Che Collega L'Uso Di Facebook Alle Violenze Contro I Rifugiati Dovrebbe Preoccuparci Davvero (di The Submarine)
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