E' L'Eros Che Nobilita L'Uomo, Non Il Lavoro, Ci Disse Marcuse (di The Vision) Stampa
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Scritto da sberla54   
Giovedì 14 Febbraio 2019 10:00
Herbert Marcuse
E' L'Eros Che Nobilita L'Uomo, Non Il Lavoro, Ci Disse Marcuse (di The Vision)

https://thevision.com/cultura/eros-marcuse/

The Vision

Dopo l'esperienza devastante della seconda guerra mondiale tutti sentono l'estremo bisogno di reinventarsi. Si fa sempre piu' urgente la necessita' morale di osservare le macerie del passato per costruire un futuro diverso, riconoscendo gli orrori di cui e' capace l'essere umano e mirando a una rinascita interiore, attraverso una percezione piu' profonda della realta' e di se stessi. Tutti i panorami che compongono questo ventennio, dalla politica all'arte, dalla musica e alla cultura in genere, sono dominati da orizzonti visionari: tutto e' rivoluzione, ogni convenzione e' messa sotto accusa. Una vita autentica e' quella che si ricerca, libera dall'odio e dalle maschere false che la societa' stessa impone all'individuo di indossare.
Le esperienze allucinogene psichedeliche, l'energia che alimenta le masse operaie e studentesche, l'eccitazione creativa che domina la ricerca artistica rispondono tutte al bisogno piu' generale di liberazione dei sensi, che appare necessario per rifondare una societa' migliore e rinnovata. E in questo stato di agitazione collettiva, anche la filosofia contribuisce a sostenere questa esigenza attraverso l'osservazione e l'analisi della volonta' di cambiamento, ricercandone le cause e proponendo soluzioni.

Non e' un caso se Eros e civilta', di Herbert Marcuse, sia uno dei testi piu' letti dai movimenti studenteschi tra gli Stati Uniti e l'Europa degli anni Sessanta e Settanta. Pubblicato nel 1955, si diffonde pienamente qualche anno piu' tardi, dando conferme proprio nel periodo delle contestazioni. Il motivo di questo successo in differita sta nella portata rivoluzionaria della teoria filosofica alla base, che ben si accorda al clima di sovvertimento generale di questi anni.

Eros e civilta', infatti, si presenta come lo strumento teorico con cui liberarsi di un sistema sociale repressivo e dare vita a un nuovo umanesimo, attraverso la riaffermazione delle pulsioni umane. Tra i massimi esponenti della Scuola di Francoforte, Marcuse si propone di indagare l'origine del disagio nella societa' contemporanea, intrappolata negli ingranaggi dello sviluppo industriale avanzato, descrivendo i motivi per cui l'individuo e' costretto ad accettare questa sottomissione. Il primo passo per la formulazione della sua teoria e' analizzare il presente attraverso una critica al pensiero di Sigmund Freud, esposto soprattutto in Totem e tabu' e ne Il disagio della civilta', concentrandosi, quindi, sugli aspetti psicanalitici. Il risultato di questa analisi sara' la descrizione di una societa' che si basa su fondamenti sconcertanti.

Freud, in sostanza, afferma che per costruire una comunita' produttiva ed efficiente sia assolutamente necessario reprimere gli istinti e le pulsioni erotiche: il cosiddetto "principio di piacere" - l'Eros - che domina l'inconscio e che mira alla soddisfazione immediata dei bisogni, non puo' sopravvivere di fronte alla dimensione adulta e razionale dell'esistenza, fondata sul "principio di realta'". Anche se quest'operazione culturale genera irrimediabilmente disagio e nevrosi nell'abisso psichico dell'essere umano, essa e' l'unica via possibile per un'esistenza razionale. Tra tutte le pulsioni che devono essere represse, quella erotica e' la piu' forte perche' sta alla base del concetto stesso di vita: e' impossibile da annientare e la sua potenza deve essere percio' sublimata, cioe' trasformata e incanalata in altre sfere dell'esistenza che non appartengono alla sessualita', ma che sono finalizzate allo sviluppo produttivo della civilta' stessa. Il prezzo da pagare, allora, sara' un'esistenza repressa e infelice, ma con tutti gli agi di un mondo in completa sicurezza, progredito, benestante.

Per quanto vera, secondo Marcuse questa visione non tiene conto di uno specifico contesto storico e ha bisogno di una riformulazione. Domare gli istinti a vantaggio di un ordine civile e' necessario, certo, ma il cortocircuito si genera nel momento in cui lo sviluppo della societa' industriale e tecnologica impone una repressione ulteriore: tutto deve rispondere al cosiddetto "principio di prestazione", per il quale la comunita' si organizza e si stratifica secondo appunto le prestazioni economiche dei suoi membri. Lo strumento che determina l'andamento del progresso e' proprio il lavoro, ma in quest'ottica e' conseguenza naturale che esso diventi soltanto una fatica, uno sforzo alienante, privato di qualsiasi essenza umana, ma allo stesso tempo necessario al fabbisogno quotidiano. In questo gioco malato, l'individuo e' una pedina senza valore, il piccolo ingranaggio che deve far funzionare l'enorme macchina di produzione.

"Per tutta la durata del lavoro, che praticamente occupa l'intera esistenza dell'individuo maturo, il piacere e' 'sospeso' e predomina la pena," scrive Marcuse. Il principio di prestazione deve infatti educare e abituare gli individui all'alienazione anche e soprattutto nelle ore di liberta': persino questo tempo libero, disponibile per dare spazio al piacere, deve essere dedicato o al riposo passivo in vista del lavoro successivo o - peggio - controllato dall'industria dei divertimenti programmati. L'intero arco temporale dell'esistenza umana, quindi, deve essere funzionale per sostenere lo sviluppo del progresso. In una societa' in cui l'uomo e' dominato dalla prestazione, anche la sessualita' e' messa costantemente in catene a favore dell'idea di civilta' e, di conseguenza, tutto cio' che non e' strettamente connesso alla volonta' di procreazione e' considerato perversione, un inutile economico. Questa abominevole castrazione delle pulsioni vitali soffoca la liberta' umana a favore della crescita finanziaria che, come insegna la storia, determina il dominio di un popolo su un altro.

Di fronte al tetro panorama in cui l'essere umano non ha valore e conduce una vita disumanizzata e falsa, Marcuse invoca una rivoluzione generale che deve partire necessariamente da un "grande rifiuto" del presente. A differenza di Freud, per il filosofo, non esiste inconciliabilita' tra il progresso di una civilta' razionale e il principio di piacere: uno non esclude l'altro. L'unica soluzione, allora, e' liberare l'Eros dalle catene della repressione e distruggere ogni presupposto ideologico alla base del principio di prestazione. E' obbligatorio, pero', riscrivere tutto il codice di funzionamento della societa'. Cio' non significa eliminare il lavoro, ma l'organizzazione dell'esistenza stessa che non puo' piu' fondarsi su di esso. Il cambiamento che desidera Marcuse non si traduce nel trionfo di una sessualita' barbara e maniaca e il conseguente annientamento dell'idea di progresso: l'Eros - sebbene il termine richiami il concetto greco di desiderio amoroso - non si riferisce solo all'atto sessuale, ma a tutto cio' che stimola il piacere umano, cioe' la fantasia, la creativita', l'entusiasmo e il desiderio alla vita.

Una rivoluzione del genere non si scontra ma puo' convivere pacificamente col progresso: attraverso una migliore distribuzione della produzione, un'automatizzazione generale e la riduzione al minimo della giornata lavorativa. Nell'epoca dell'Eros liberato, le pulsioni umane non devono piu' essere incanalate nel lavoro, esso stesso cambia di significato e assume le fattezze di un gioco: non ha scopi esterni, si realizza in se stesso e risponde al solo principio di piacere. In questa prospettiva l'essere umano non e' piu' inteso come strumento di produzione ma come mezzo per l'autorealizzazione. L'ottimismo generale alla base di questa teoria si nutre dell'idea per cui un cambiamento cosi' epocale puo' avvenire solo in una civilta' al massimo della sua maturita' e con gli strumenti che la societa' contemporanea gia' possiede. Il problema sostanziale e' il loro erroneo utilizzo. Il presente inoltre non puo' definirsi realmente "progresso", spiega il filosofo, perche' ogni miglioramento, quando c'e', e' riferito soltanto a una parte di mondo, che si rafforza e si mantiene in una posizione privilegiata, alle spese di una miseria che continua a esistere.

L'ossessione per la competitivita' economica tra Stati, la produzione eccessiva di beni superflui, lo sfruttamento della natura e del piu' povero per il benessere del piu' ricco sono i disagi che hanno spinto Marcuse alla necessita' della rivoluzione e continuano, tuttavia, a essere rintracciabili ancora oggi. Sebbene le condizioni di vita siano generalmente migliorate, e' indubbio che anche la nostra organizzazione sociale risponda a quello stesso principio di prestazione contro cui, seguendo l'esortazione del filosofo, avremmo dovuto ribellarci. Il logoramento, l'infelicita' e il disagio generalizzato descritti piu' di sessanta anni fa sembrano essere ormai una costante infallibile del nostro presente, pur essendo apparentemente ancora in possesso di tutti gli strumenti avanzati e col tempo perfezionati per la realizzazione di un nuovo umanesimo, di una civilta' "matura". Lo stesso Marcuse, in una rubrica di approfondimento del TG Rai del 1968, precisa che il problema di fondo non e' la societa' tecnologica in quanto tale, ma, "l'abuso che questa societa' fa della propria tecnologia". Pur rappresentando i fondamenti sui quali poggia la contestazione del Sessantotto, la sua, pero', e' una critica fredda e senza bandiera, rivolta solo all'organizzazione stessa del sistema di produzione, sia esso capitalista o socialista: cambiano i padroni, ma non gli intenti.

Rileggere Eros e Civilta' oggi significa essere consapevoli che quel sistema che il filosofo voleva demolire e' sopravvissuto ed e' con tutta probabilita' piu' forte di prima. Cresciamo con l'idea per cui il dovere debba essere sempre piu' importante e piu' impellente del piacere e costruiamo la nostra vita in questa prospettiva, supportati da un sistema che ci vede ancora come ingranaggi tutti uguali, destinati a un lavoro finalizzato all'incremento di un illusorio progresso sociale. La soluzione di Marcuse e' certamente utopica, ma ogni utopia serve a poter almeno immaginare una prospettiva diversa e a prendere coscienza di cio' che e' possibile iniziare a trasformare. Tutte le rivoluzioni presuppongono la creazione di un nuovo stato di cose e al cambiamento e' sempre connessa la paura dell'ignoto. Forse, allora, avremmo potuto rischiare e dare vita a una civilta' libera, regolata secondo i principi dell'Eros, ma al salto nel vuoto abbiamo preferito "una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-liberta'".
Martina Bubba

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Fonte: E' L'Eros Che Nobilita L'Uomo, Non Il Lavoro, Ci Disse Marcuse (di The Vision)
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