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Usciamo (Per Mano) Dal Castello Dei Vampiri (di Effimera) Stampa
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Scritto da sberla54   
Lunedì 25 Febbraio 2019 10:00
James Karales - Selma To Montgomery March
Usciamo (Per Mano) Dal Castello Dei Vampiri (di Effimera)

http://effimera.org/usciamo-mano-dal-castello-dei-vampiri-francesca-coin/

Effimera

Mi rendo conto di avere due problemi, nel provare a scrivere di Mark Fisher. Il primo e' la sensazione di non essere in grado di parlare del suo lavoro con la stessa eleganza con cui ne scriveva lui. La tentazione di lasciar parlare le sue parole pero' inciampa nel secondo problema, che e' difficile citare il suo lavoro, perche' ogni paragrafo e' indissolubilmente legato al precedente e al successivo a trasformare le sue parole in un magma che avvolge il lettore e lo induce a un'esplorazione integrale, ragion per cui spesso chi inizia a leggere il lavoro di Mark Fisher ci si addentra e dentro vi resta, sentendovisi toccato.
Il fatto e' che il lavoro di Mark Fisher e' come una sorta di diario intimo abitato da fantasmi in cui i racconti in prima persona riescono a mostrare con straordinaria precisione le crepe del mondo neo-liberale, quel covo di vampiri che nei suoi diari emergeva in modo tanto preciso da umiliare in un sol colpo il linguaggio sordo della scienza politica. Mark Fisher parte sempre da se, nei suoi scritti, esattamente come insegna la tradizione femminista. Il suo partire da se', tuttavia, e' inusuale, nei nostri giorni. L'epoca neo-liberale ci ha insegnato il self-branding, quell'arte presentar se stessi che si fonda anzitutto sulla capacita' di rifuggire gli angoli oscuri della nostra vita per ammaliare, promuovere e vendersi. Mark Fisher faceva l'opposto. Lui scavava dentro gli angoli oscuri e le passioni subdole, nel tentativo di mostrare in controluce la violenza con cui l'epoca neo-liberale ci forgia come isolati imprenditori di se' pieni di lividi inflitti o subiti.

Il lavoro di Mark Fisher non e' stato tradotto in Italiano, a parte qualche testo breve. Uno dei suoi testi brevi piu' noti in Italiano e' Good for nothing, due splendide pagine pubblicate originariamente in Occupied Times e tradotte in Italiano qui e qui. Good for nothing e' il racconto della depressione di Mark Fisher, quel tormento interiore che per molti anni lo costringe a episodi di auto-lesioniamo, periodi di auto-reclusione e altri di internamento, lontano dal mondo se non per fare la spesa e poi tornare a nascondersi, per non incontrare nessuno. Non e' su questo, tuttavia, che vorrei soffermarmi ne' e' su questo, credo, che ci dovremmo soffermare. Mark Fisher, infatti, parlava dei suoi angoli oscuri per consentire a tutti di ammettere l'indicibile: che stare bene e' una questione di classe, ormai. In un certo senso, Mark Fisher parlava dei suoi mondi oscuri in un atto di generosita': metteva se stesso a nudo per consentire ad altri di dissociarsi dalla religione dell'efficienza e del successo che ha contagiato anche la sinistra radicale. In un mondo che crede ancora nell'esistenza di un modo di essere giusto e uno sbagliato, di un modo di essere sano e uno patologico, Mark Fisher condivideva la patologia per disarmare il comando a dimostrarsi normali. In una circostanza ha parlato di scomunica, a indicare come la violenza degli sguardi e delle pratiche di esclusione non fosse limitata alla violenza dall'alto ma assoldasse complici dal basso, incluso nei circoli del pensiero critico, spingendolo a mettere in guardia da pratiche di abuso reciproco e a ripetere che bisognava riscrivere il significato della cura e della solidarieta'. In modo straniante e significativo, e' a partire dalla sensibilita' vibrante e percettiva di quella che normalmente definiamo patologia che diventava possibile dissacrare la religione dell'efficienza e creare uno spazio leggero in cui tutto tornasse possibile, il dissacrante e il superfluo, l'eccentrico e il giocoso, insomma l'innocenza, pur con quella goffa incapacita' di dispiegarsi chi non vi e' mai stato abituato. In quest'ottica non ha senso partire dal male di Mark Fisher, perche' l'intero suo lavoro, la sensibilita' gentile che ne caratterizza gli scritti, ha sempre inteso dimostrare che l'origine del male dei nostri tempi non va ricercata nell'anima ma altrove, nella violenza invisibile che scandisce la vita quotidiana e in cui la malattia pare in ultima analisi semplicemente un chiaroscuro, il sintomo della violenza della societa' neo-liberale.

Good for nothing nasce qui, quale testo meraviglioso in cui raccontava la voce interiore che ha accompagnato la sua vita. "La mia depressione e' stata sempre collegata alla convinzione che ero letteralmente un buono a nulla", scrive. I suoi ricordi parlano della traiettoria precaria dei suoi primi trenta-quarant'anni - un processo scandito da una voce interiore che ripeteva sempre la stessa cosa: "buono a nulla". Il problema e' che questa voce non nasce dalla chimica della mente o nel disagio famigliare, come vuole la psicanalisi, ma piuttosto nel progetto di ri-subordinare la societa' che da trent'anni cerca di presentarsi non tanto come espressione della violenza delle classi dominanti ma come conseguenza dell'inettitudine delle classi dominate, di quei buoni a nulla costretti a vendersi per due lire perche', ci viene detto ripetutamente, ciascuno di noi vale troppo poco per pretendere di piu'.

In un testo chiamato Wounds of class ricordava una conversazione con la madre, una signora di Barrow-in-Furness, nel Nord-Ovest inglese, dove lui l'andava a trovare qualche settimana dopo la morte del padre, tra i laghi. Racconta che per qualche motivo aveva voglia di cenare in una di quelle pittoresche sale da the di Hawkshead o Cartmel. Questa idea, scrive, "ha messo mia mamma a disagio. Non ha detto nulla direttamente, naturalmente, ma e' diventato chiaro che stava cercando una via di fuga e di convincerci ad andare a mangiare qualcosa di generico a Ambleside Garden Centre. [...] Io e mia sorella siamo ormai in gran parte ignari a queste cose, avendo vissuto all'estero sufficientemente a lungo da non essere intimiditi dalle sale da the di Hazelmere. Ma abbiamo dimenticato che mia mamma e' quella che e', e che mio padre nonostante il suo fare in apparenza spaccone era lo stesso, perseguitato dalla paura e dalla vergogna in luoghi come quelli, dal senso di non appartenere li', di essere intrusi, di essere giudicati e pervasi dall'ansia che in qualche modo avrebbero fatto qualcosa di sbagliato, avrebbero dimostrato di non conoscere qualche pezzo vitale di galateo e che la loro inferiorita', la loro posizione, il loro ruolo di casalinga e domestica e di assistente a domicilio, di ragazzo che ha lasciato la scuola a quattordici anni appena finito di poppare il latte per trovarsi a lavorare in un cantiere navale direttamente dalle case popolari di Glasgow, tutto questo sarebbe ritornato come uno spettro non appena li avessero annusati e iniziati a deridere".

E allora forse quella voce non nasceva nella sua mente ne' nel disagio famigliare. Sono ferite di classe, scrive, quelle che abbiamo dentro. Si tratta di ferite che non se ne vanno a prescindere dal lavoro, dallo stipendio, da quello che ti accade nella vita ma sono destinate a rimanere in vita sino a che permangono inalterate le relazioni esistenti di potere. La depressione e' il volto oscuro dell'epoca neo-liberale ed essere in grado di disconoscerla e' a sua volta un privilegio di classe, l'espressione stessa della modalita' con cui decidiamo di fare nostre le regole della competizione o di fare del loro superamento la nostra missione, a seconda della capacita' di godere all'idea del prossimo che cade a terra perche' ci regala l'impressione sadica e impagabile di essere meglio di lui, o del bisogno tormentato di capire in che modo si rifiutano le dannate regole di questo gioco, regole che sono l'humus stesso dell'ideologia del merito e solo in spregio alle quali e' possibile minimamente sperare di essere in grado di creare uno spazio diverso in cui respirare. In questo senso il problema non era solo il progetto di ri-subordinazione delle classi dominanti ma lo straordinario, tragico successo di questa pornografia della prevaricazione in ogni anfratto della vita sociale, in quella religione dell'individualita' di cui ovunque si rinvedono le tracce, incluso in quelle chiese della sinistra in cui esiste ancora un dogma di self-branding che trasuda di sopraffazione.

Da K-punk a Capitalist realism - dal titolo del suo libro del 2009 - il suo lavoro potrebbe essere visto come il tentativo di rintracciare nel nostro mondo la mappa dell'elemento straniante da cui deriva il bisogno di rifuggire il mondo. La luce neon dei centri commerciali, l'amnesia della nostra generazione, la pornografia della poverta', i cartelli keep calm letteralmente ovunque, i monoblocchi in lamiera, la polizia in tenuta anti-sommossa, le prescrizioni di antidepressivi, il genio dei cultural studies che era Mark Fisher si rivela qui, nella capacita' di rinvenire nel mondo l'origine del male che si muove dentro - le forze che agiscono contro una societa' in crisi di panico e costretta ad andare a lavoro, un lavoro che odia, per sempre. Il realismo capitalista e' questo, il segnale cinico di doverci adattare al mondo perche' non c'e' alternativa, perche' non c'e' denaro dunque bisogna fare sacrifici - perche' devi adeguarti alla tua condizione di subalternita', per sempre.

"Viviamo in una cultura che e' dominata da manipolazioni emotive di ogni genere", diceva in questa splendida intervista a Beatrice Ferrara, "che operano mistificando e personalizzando le emozioni, promuovendo una certa ideologia dell'interiorita' - l'idea cioe' che l'interiorita' sia completamente separata dal fuori. Io volevo muovermi nella direzione contraria: spersonalizzare le emozioni, o meglio cercare le radici impersonali del cosiddetto 'personale'".

Il sunto del lavoro di Fisher in un certo senso e' qui - in quel tentativo di spersonalizzare le emozioni per liberarci della colpa, perche' il male dei nostri tempi non nasce in noi. L'intero suo lavoro era proteso a svelarne le cause per liberarcene, riuscendo in questo modo a fare anche qualcosa di desueto, nella nostra epoca: perdonarsi e accogliere. Il risultato e' che l'analisi di Mark Fisher non era solo amata. L'amore per i suoi scritti pareva somigliare talvolta a qualcosa come un bisogno, il bisogno di risuonare con qualche cosa di vero, quasi fosse un bisogno vitale.

E' evidente in altri suoi scritti come fosse consapevole che questi spazi sono sempre piu' ristretti.

In un testo del 2013 emblematicamente titolato Exiting the vampire castle racconta il disagio crescente negli ambienti di sinistra, "il puzzo di cattiva coscienza e il moralismo da caccia alle streghe" di certe pratiche della sinistra contemporanea, talvolta inclini a pratiche simili a linciaggi pubblici per ricompattare il branco. "La ragione per cui non ho parlato prima di uno di questi incidenti, mi vergogno a dirlo, era la paura", scrive. "I bulli erano in un'altra parte del parco giochi. Non volevo attirare la loro attenzione a me". Il riferimento esplicito e' a specifici episodi nella sinistra inglese, ma forse non si tratta di pratiche cosi' isolate, fatte di "messe al bando" nei social network o in occasioni pubbliche che sembravano disegnare un contesto in cui "la classe e' scomparsa ma la colpa e la paura sono onnipresenti - e non perche' siamo terrorizzati dalla destra ma perche' abbiamo permesso ai modi della soggettivita' borghese di contaminare i nostri movimenti". Esistono due sinistre, scrive, la moralizing left, la sinistra colpevolizzante che e' facile da riconoscere perche' il suo scopo e' "farti sempre sentire male con te stesso". E la sinistra ironica, quella che non puo' giudicare nessuno perche' e' gia' malconcia di suo - quella che non si prende sul serio, perche' non puo', quella in cui molti si sentono a casa.

E' facile, scrive, manipolare le emozioni, basta, ancora una volta, credere che esista un modo di essere giusto e uno sbagliato, un modo di essere sano e uno patologico e la scomunica e' pronta. I moralizzatori fanno questo, quei personaggi dai lunghi sermoni e talvolta pedegree accademico il cui desiderio, scrive, ricorda quello del sacerdote cristiano "di condannare e scomunicare". Il punto qui non e' quali siano i temi in questione, il punto e' il modo in cui rinveniva nelle stesse pratiche della sinistra quella capacita' di agire la gerarchia tipica del mondo borghese. La tendenza al self-branding piuttosto che all'auto-ironia che lo portava a dire che il castello di vampiri avrebbe presto risucchiato tutte nostre le energie, non avessimo imparato a dissacrarlo. Non e' forse un caso che negli ultimi scritti avesse una sorta di ossessione per i decaloghi, quasi fosse possibile, o forse meglio, quasi fosse divenuto necessario insegnare di nuovo la cura reciproca, se proprio non era piu' spontaneo. E' talmente facile vedere la tragica coerenza di tutto questo che e' meglio non farlo. Mi interessa il metodo, perche' infondo c'era una regola sola: disarmare il comando a dimostrarsi normali. Spostare in la' la barra del pudore per fare spazio agli esiliati del capitalismo realista e trasformare questa arma ridicola nell'unica arma invincibile che abbiamo.

Usciamo dalla casa dei vampiri. Per mano.
Francesca Coin

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Fonte: Usciamo (Per Mano) Dal Castello Dei Vampiri (di Effimera)
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