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Spotify, L'Arroganza Di Chi Pretende Una Musica Su Misura (di Rockit) Stampa
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Scritto da Joel   
Lunedì 17 Agosto 2020 10:00
Spotify, L'Arroganza Di Chi Pretende Una Musica Su Misura
Spotify, L'Arroganza Di Chi Pretende Una Musica Su Misura (di Rockit)

https://www.rockit.it/articolo/spotify-daniel-ek-polemica-produzione

Rockit

Il lockdown ha fatto balzare i numeri della piattaforma streaming e aumentato gli appetiti del fondatore Daniel Ek. Che ora dice ai musicisti di produrre di piu' e piu' in fretta, perche' il mercato vuole quello. Ma fino a quando si possono tollerare simili visioni dell'arte e della discografia?

In un'intervista di qualche giorno fa su Music Ally, il CEO di Spotify Daniel Ek ha parlato della situazione del colosso dello streaming musicale dopo la pubblicazione dei suoi risultati finanziari sul secondo trimestre del 2020.
Numeri impressionanti, principalmente dovuti al lockdown: 138 milioni di abbonati Premium, 299 milioni di utenti totali, 1,89 miliardi di fatturato. Nonostante le perdite operative di 167 milioni di dollari e una perdita netta per l'azienda di 356 milioni, il resto del 2020 si prospetta molto roseo, con partnership ed esclusive - il podcast di Michelle Obama e' gia' un successo - pronte a fare il botto.

Come pero' ben sappiamo, Spotify non e' esattamente il regno delle coccole e degli abbracci, ma una macchina da soldi che si e' conquistata nel tempo una posizione dominante sul mercato e che si puo' permettere di dettare la linea del settore. L'argomento piu' scottante e' quello del compenso degli artisti, ridotto a frazioni di centesimo per ascolto. Per Ek pero' la colpa non e' di Spotify che paga poco, e' degli artisti. A suo dire, per un musicista fare un disco ogni 3-4 anni non basta, bisogna creare un contatto continuo con i fan, mantenere un engagement alto, portare avanti un dialogo senza fine tra chi crea e chi consuma. Produrre, produrre e ancora produrre. Un ragionamento che, a pensarci bene, fa rabbrividire e che qualcuno non ha preso bene, come il bassista dei R.E.M. Mike Mills nel tweet qua sotto. O David Crosby, che ha chiamato Ek "obnoxious little shit".

L'industria musicale fin dalla sua nascita ha qualcosa di corrotto nell'animo: il concetto di produzione applicato in campo artistico, sempre che di arte si possa parlare, svilisce l'intento di chi cerca di creare qualcosa di significativo e bello, o anche solo di mettersi alla prova. Poi per forza di cose ci sono delle regole a cui bisogna sottostare, fa parte del gioco, piaccia o no. Spotify pero' questo gioco l'ha profondamente cambiato e, se prima c'erano le sue distorsioni e i suoi lati piu' loschi, quella che Ek racconta e' una meccanica malata. Il processo di trasformazione dell'industria musicale nel modello T fordistico e' la perversione neoliberista applicata all'arte, dove dovrebbe essere proprio la creativita' a vincere sulla quantita' e sulla sistematicita'. Un'immagine avvilente, che Ek sembra auspicare. "Produci, consuma, crepa", cantava Giovanni Lindo Ferretti. "Suona, ascolta, crepa", verrebbe da dire adesso.

Se fino all'avvento di Napster i musicisti guadagnavano principalmente con le vendite dei dischi, il digitale ha quasi fatto collassare il mercato. Ora gli artisti hanno le maggiori entrate con i live - motivo per cui il covid e' stata una mazzata anche per chi suona -, mentre lo streaming non permette un ritorno economico adeguato. Ek sostiene che c'e' chi riesca a campare anche solo dagli ascolti digitali, ma anche qua salta fuori la miopia di chi solo apparentemente ha reso la musica un bellissimo oceano dove tuffarsi senza pericoli: a galleggiare ci sono solo i nomi piu' grossi, mentre chi ha dimensioni piu' ridotte e' destinato ad affondare.

Prendiamo a titolo esemplificativo la classifica di Billboard dei 50 artisti piu' pagati nel 2018: al primo posto c'e' Taylor Swift - citata tra l'altro nell'intervista a Ek - con 99,6 milioni di dollari. Per quanto sia una cifra esorbitante, 90 di questi milioni arrivano dai concerti, mentre "solo" 5,67 milioni dallo streaming. Si tratta comunque di un numero molto alto, ma allo stesso tempo sono in pochi a fare gli ascolti che fa Taylor Swift, basta guardare quanto bene stia andando il suo ultimo disco, Folklore, pubblicato a sorpresa il 24 Luglio scorso.

Per guadagnare da Spotify bisogna ottenere ascolti. E tanti. Per farlo, inevitabilmente si finisce con l'andare incontro al gusto del pubblico mainstream, provocando un appiattimento dell'offerta, una limitazione alla creativita' del musicista. Esattamente l'opposto della varieta' che Spotify tanto professa. E che effettivamente offre, perche' il catalogo a disposizione dell'azienda svedese e' vastissimo, ma a lungo termine il rischio e' di arrivare a milioni di nomi tutti uguali tra loro.

Se poi ci pensiamo bene, il concetto di produzione sistematica gia' e' tragicamente inserito in campo musicale: a suo tempo avevamo parlato della piaga delle instasong a tema coronavirus, ma in generale l'idea di sfornare canzoni come se fossero panini del MacDonald's e' visibile nelle realta' piu' commerciali, da chi vuole ballare un reggae in spiaggia alla trap, che e' passata dal far incazzare i boomer a prendersi tutto il mercato musicale.

Le parole di Daniel Ek mortificano chi la musica la ama, ma allo stesso tempo evidenziano quanto di tossico ci sia nell'industria: siamo arrivati a un punto in cui e' la presenza costante a permettere di sopravvivere. Puoi essere il miglior cantante su questo pianeta, ma se tra un disco e l'altro trascorre troppo tempo il pubblico e' pronto a dimenticarti, perche' nel mezzo passano intere carovane di artisti senza neanche riuscire a rendercene conto. E il peggio e' che questo discorso parte dall'amministratore delegato del maggiore servizio in streaming a livello globale e da cui non si puo' piu' prescindere. Tutti quelli che hanno provato a resistere si sono dovuti alla fine piegare a rendere il proprio catalogo disponibile su Spotify, come la stessa Taylor Swift tanto apprezzata da Ek.

E' un discorso che si puo' estendere all'intera industria dell'intrattenimento, dove il fenomeno da catena di montaggio risalta dai film della Marvel alle serie Netflix, fino a parlare in generale ai colossi big tech e ai sogni bagnati del capitalismo sfrenato (signor Bezos, stiamo guardando lei). Come fare quindi? Su Spotify non si puo' non stare, ma non si possono neanche accettare le condizioni di chi si trova con il coltello dalla parte del manico e ne e' consapevole. Noi stessi abbiamo questo problema, tra la necessita' di far ascoltare ai nostri lettori quello che succede nella musica italiana - una playlist come quella qua sopra non sarebbe realizzabile altrimenti - e il non voler sottostare a un gigante che ragiona in termini di produttivita' e non di qualita', stritolando il mercato. Ma una soluzione a queste contraddizioni la dovremo trovare, e al piu' presto.
Vittorio Comand

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Fonte: Spotify, L'Arroganza Di Chi Pretende Una Musica Su Misura (di Rockit)
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