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Un Cervello In Crisi (di Il Tascabile) Stampa
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Scritto da sberla54   
Martedì 27 Luglio 2021 10:00
Illustrazione da Technosapiens
Un Cervello In Crisi (di Il Tascabile)

https://www.iltascabile.com/scienze/technosapiens/

Il Tascabile

Come le nuove tecnologie hanno aggredito i nostri ritmi di vita: un estratto da Technosapiens.

C'e' una crisi legata alle innovazioni digitali che si sta facendo largo, e che si concretizza in problemi cognitivi che, anche se non ricevono una diagnosi medica, sono comunque evidenti in uno stadio pre-clinico: deficit di attenzione, scarsa memoria, incapacita' di regolare le emozioni, calo dell'empatia e del pensiero creativo. Perche' sta avvenendo tutto cio'?

"Non e' una crisi definita da una mancanza di informazioni, conoscenze o competenze", ha scritto il docente di Neurologia e Psichiatria Adam Gazzaley in un lungo saggio pubblicato su OneZero. "Abbiamo fatto un buon lavoro nell'accumularle e tramandercele lungo i millenni. Piuttosto, e' una crisi che riguarda cio' che ci rende umani: l'interazione dinamica tra il nostro cervello e l'ambiente che ci circonda; il ciclo onnipresente tra il modo in cui percepiamo i dintorni, integriamo questa informazione e agiamo su di essa".

E' una dinamica, quella tra cervello e ambiente, che nei nostri antenati primordiali aveva il compito di assicurarci la sopravvivenza permettendoci - tra le altre cose - di trovare le sostanze nutrienti ed evitare quelle tossiche. "E' da qui che la cognizione umana e' emersa per supportare il nostro successo in un ambiente che si e' fatto sempre piu' complesso e competitivo: attenzione, memoria, percezione, creativita', immaginazione, ragionamento, capacita' di prendere decisioni, regolazione dell'emozione e dell'aggressivita', empatia, compassione e saggezza. Ed e' in questi campi che prende forma la nostra crisi", scrive sempre Gazzaley.
Il nostro cervello non e' semplicemente riuscito a tenere il ritmo con i rapidi cambiamenti del nostro ambiente; in particolare con l'introduzione e l'ubiquita' delle tecnologie dell'informazione. Nel nostro nucleo, noi umani siamo delle creature che per natura ricercano le informazioni. Il risultato e' che un profondo cambiamento nel flusso delle informazioni avra' inevitabilmente degli effetti importanti e, come abbiamo ormai visto, molti di questi sono negativi.
In poche parole, il vecchio ambiente in cui ci siamo evoluti e' andato. Il nuovo ambiente in cui ci troviamo oggi e' completamente differente: e' composto da informazioni che ci inondano costantemente, da stimoli ininterrotti (spesso sotto forma di notifiche), da cicli di ricompensa sempre piu' rapidi che portano con loro un'inevitabile insofferenza all'attesa e all'attenzione prolungata. Il nostro ambiente e' stato radicalmente trasformato dalla tecnologia e questo pone nuove e intense sfide al nostro cervello, che non si e' ancora adattato per fronteggiare tutto cio' senza subire potenti contraccolpi mentali e psicologici. Non bastera' pero' attendere che l'evoluzione faccia il suo corso, perche' nel frattempo l'innovazione tecnologica procede a un ritmo sempre piu' spedito: non abbiamo ancora fatto in tempo ad abituarci a internet, social network e smartphone e gia' ci stiamo affacciando su un mondo in cui, come scrive ancora Gazzaley, "ci troveremo immersi nella realta' virtuale aumentata, con le nostre interazioni guidate direttamente dall'intelligenza artificiale".

Provando a delineare i tratti fondamentali dello scenario che ci troviamo di fronte, ne esce un quadro inquietante: studenti che si sentono in dovere di assumere farmaci per soddisfare le richieste sempre piu' estreme del mercato del lavoro che gli si staglia di fronte. Lavoratori che subiscono sulla loro pelle lo sfilacciamento della comunita' e della classe sociale di appartenenza, trovandosi immersi in una competizione esasperata laddove un tempo c'era (maggiore) solidarieta', pagandone il prezzo anche in termini di solitudine. Dipendenza da farmaci stimolanti per tenere il ritmo richiesto dallo stesso mercato del lavoro e per sfruttare la produttivita' resa possibile dalle nuove tecnologie, forzando il nostro cervello a tenere il passo con innovazioni per le quali non e' equipaggiato. La corda viene tirata finche' non si spezza: provocando una crescente diffusione di ansia e depressione.

Del tema si sta discutendo ampiamente tra due fronti contrapposti. E torna forse piu' utile partire dagli esperti che negano che il nostro stile di vita sempre piu' rapido, competitivo e disgregato stia causando un aumento di disturbi mentali. Secondo i dati dell'Istituto per la valutazione e misurazione per la salute (IHME), nel 2017 le persone che nel mondo hanno sofferto d'ansia sono circa 300 milioni, 160 milioni sono invece quelle che hanno avuto gravi episodi depressivi e cento milioni sono state invece vittime della distimia (una forma depressiva piu' leggera). Nel complesso, sempre secondo l'IHME, 971 milioni di persone nel mondo (13% della popolazione) soffre di qualche forma di disturbo, tutte in aumento in termini assoluti negli ultimi trent'anni. Un aumento che, pero', e' appena superiore alla crescita della popolazione globale dal 1990 a oggi: "Tutti i modelli che abbiamo creato per i paesi ad alto reddito, nei quali esistono dati raccolti nel corso degli anni, mostrano che la diffusione non e' cambiata, si e' stabilizzata", ha spiegato parlando con Internazionale il professore di Salute mentale dell'Universita' del Queensland (Australia) Harvey Whiteford.

Un altro aspetto da prendere in considerazione e' che a far aumentare il numero delle diagnosi relative ai disturbi mentali potrebbe anche essere la destigmatizzazione di questi disturbi, oggi piu' socialmente accettati di quanto mai lo siano stati in passato: "Se ne parla molto e sempre piu' persone ricevono una terapia", spiega ancora Whiteford. "I tassi di cura sono cresciuti. In Australia siamo passati dal trattare circa un terzo delle persone che hanno ricevuto la diagnosi a circa la meta' di esse".

Lo studio della IHME e' solo uno dei tanti a negare che sia in corso un'epidemia di disturbi mentali. Ma come spesso avviene con gli studi statistici, ce ne sono altrettanti che affermano l'esatto contrario. I dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanita', per esempio, ribaltano quelli dell'IHME, in particolar modo quando si fa riferimento a un aumento di casi di disturbi mentali proporzionale alla crescita della popolazione. L'OMS parla infatti di un numero di persone che soffrono di ansia e depressione raddoppiato tra il 1990 e il 2013, mentre la popolazione nello stesso lasso di tempo e' passata da 5,2 a 7,2 miliardi di abitanti. Altri esperti, inoltre, hanno direttamente messo in correlazione gli stravolgimenti del mondo del lavoro con questa possibile epidemia; facendo riferimento direttamente all'Italia.

Gli ultimi dati dell'Istat, risalenti al 2018, hanno mostrato come il benessere psicologico sia in netta diminuzione sia tra i giovani sia tra gli adulti italiani: "Lo status economico, il genere, l'esclusione sociale in particolare dal mercato del lavoro influiscono sul benessere psicologico; in Italia la depressione, cosi' come i suicidi, sono meno diffusi che nel resto d'Europa, anche se la crisi sembrerebbe aver peggiorato le condizioni gia' difficili delle generazioni piu' giovani", scrive proprio l'Istituto di Statistica. Tutto cio' e' confermato anche dai dati della SIFO (Societa' italiana di farmacia ospedaliera), secondo cui "i casi di disturbi dello spettro psicotico, del comportamento alimentare o della personalita' sembrano essere in aumento tra i piu' giovani, talvolta anche in compresenza di abusi di sostanze". A ulteriore dimostrazione, c'e' il balzo mostruoso del reddito annuale prodotto dalle prestazioni psicologiche, passato in Italia negli ultimi vent'anni da 110 milioni di euro a circa 800 milioni (+600%).

Due studi inglesi citati da Oliver James ne Il Capitalista Egoista (Codice Edizioni, 2009) descrivono come i disturbi mentali siano quasi raddoppiati in Gran Bretagna tra le persone nate nel 1946 e quelle nate nel 1970. "Per esempio", scrive Oliver James, "nel 1982 il 16% delle donne trentaseienni ha riportato di soffrire di "problemi di nervi, sentirsi giu', tristi o depresse", mentre nel 2000 la cifra per le trentenni era del 29% (per gli uomini era l'8% nel 1982, il 13% nel 2000)".

Basta la destigmatizzazione a spiegare queste spaventose impennate? Non secondo numerosi studi. Vale la pena citarne uno in particolare che, per quanto prodotto da una realta' "minore" (l'Ordine degli psicologi dell'Emilia Romagna), ha il merito di essere recente (24 Aprile 2019). Nella ricerca si sottolineano "gli effetti, soprattutto psicologici, che si determinano quando un individuo non intravede un futuro per se' e per la propria giovane famiglia. La condizione di precariato lavorativo non rende instabile solo la situazione economica, ma mina anche lo stato psicologico delle persone". Un altro recente dossier, stilato questa volta dall'Osservatorio della Salute, per spiegare la diffusione sempre maggiore di psicofarmaci evidenzia la necessita' di "tener conto dell'aumento di questi farmaci in relazione ai mutamenti del contesto sociale, influenzati dalla crisi economica ancora in atto".

Come dire: non e' necessariamente la crisi economica in se' che scatena i disturbi mentali; ma e' (anche) la crisi economica, la mancanza di prospettive e la precarieta' estrema delle condizioni lavorative a rendere piu' probabile una "slatentizzazione" di questi disturbi in persone che hanno gia' una qualche predisposizione. Come ormai accertato, la predisposizione verso depressione o bipolarismo puo' rimanere latente nel corso di tutta la vita, senza manifestarsi in maniera clinica, oppure emergere piu' o meno all'improvviso. Un'emersione che puo' essere causata da abusi di sostanze, traumi, stress, violenza domestica, isolamento sociale e altro ancora. Ma proprio lo stress e l'isolamento sociale sono due delle conseguenze piu' evidenti dell'attuale struttura del mercato del lavoro ultraflessibile.

Poniamo allora il caso di una persona che non sa di essere a rischio di crisi maniaco-depressive che si laurea negli anni Ottanta. Trovera' generalmente un impiego in tempi rapidi e probabilmente in linea con i suoi studi. Non solo: il suo ufficio sara' magari vicino a casa e ai suoi affetti, e il lavoro regolato con un contratto a tempo indeterminato. La sua vita ha una prospettiva netta e chiara, che consentira' anche di accedere senza troppe difficolta' a un mutuo per la casa. Magari sara' una vita noiosa, o non troppo soddisfacente, ma con tutta probabilita' sara' una vita priva di quegli scossoni che possono far emergere i suoi disturbi latenti. Prendiamo adesso il caso di una persona che, anche in questo caso, non sa di essere a rischio di crisi maniaco-depressiva, che si e' laureata nel 2019 e che ha di fronte a se' lavori precari che lo rendono vittima di una costante incertezza, a cui viene richiesto di fare costanti straordinari non pagati, che per migliorare la sua condizione deve magari emigrare all'estero e allontanarsi da amici e famiglia senza averne desiderio, e che non ha la possibilita' di pianificare il suo futuro (anche attraverso l'acquisto di una casa). Chi dei due corre piu' rischi che la latente crisi maniaco-depressiva si manifesti? La domanda, ovviamente, e' retorica. Le conseguenze della precarieta' a cui siamo costretti, invece, possono essere tragiche.
Andrea Daniele Signorelli

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Fonte: Un Cervello In Crisi (di Il Tascabile)
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