Immagini

Prossimi Concerti

No current events.

Do It Your Shop

Tanto Di Cappello Records

Hardcorella Duemila

Vegan Riot

VegFacile - Go Vegan!

Animal Liberation Front
Home Articoli Anarchia L'Anarchia Selvaggia Del (Vero) Capo (di Doppio Zero)
L'Anarchia Selvaggia Del (Vero) Capo (di Doppio Zero) Stampa
Anarchia
Scritto da sberla54   
Giovedì 25 Luglio 2013 09:00
Capo Primitivo
L'Anarchia Selvaggia Del (Vero) Capo (di Doppio Zero)

http://www.doppiozero.com/materiali/contemporanea/l%E2%80%99anarchia-selvaggia-del-vero-capo

Doppio Zero

Chissa' che un giorno la difficolta' di rispondere alla domanda chi o cosa sia un capo non venga riconosciuta come il vero sintomo della nostra epoca. Una domanda cosi' si fatica, oggi come non mai, non solo a risolverla, ma anche gia' solo a porla. A prima vista questa situazione e' legata al fatto che nella cultura occidentale un capo suppone i sudditi ed e' dunque immediatamente identificato con la facolta' di esercitare un potere.

Inoltre la stravagante proliferazione di capetti, caporali e boss a cui assistiamo quotidianamente finisce per rendere impegnativo anche solo proporre il tema. L'attenzione pubblica appare satura o, piu' esattamente, esausta dall'aver passato in rassegna, e via via consumato, tutte le figure possibili dell'immaginario collettivo relative al capo: dall'algido tecnocrate al leader carismatico; dal saggio competente (o presunto tale) al capopopolo informatizzato; dal vecchio uomo di partito al giovane comunicatore.

In un illuminante testo tradotto ora in L'anarchia selvaggia (eleuthera, Milano 2013), Pierre Clastres, l'antropologo parigino morto prematuramente in un incidente stradale nel 1977, sembra indicarci una strada piu' efficace per una riflessione sulla funzione del capo. E lo fa riallacciandosi a una celebre tesi del Discorso sulla servitu' volontaria di etienne de La Boetie. Scritto secondo la testimonianza di Montaigne nel 1548, quando l'autore non doveva avere che sedici o forse diciotto anni, il Discorso s'incentra sull'idea dell'assenza di liberta' quale caratteristica principale della civilta' occidentale. Clastres immagina che esista una correlazione diretta tra questa tesi e la liberta' in cui nella stessa epoca si scoprivano vivere i "selvaggi" delle Americhe. Nel sedicesimo secolo arrivavano nei porti di mare non solo merci da tutto il mondo, ma anche informazioni, notizie, racconti da terre che solo pochi decenni prima erano completamente sconosciute. Cosi' gli europei avevano potuto scoprire l'esistenza di popoli che ai loro occhi erano selvaggi proprio perche' mancavano di relazioni di potere. Ben diversamente li sentiva pero' La Boetie: quell'altra vita delle tribu' del Nuovo Mondo non era solo l'immagine speculare della vita europea, ma era una vita tanto piu' reale quanto piu' era riuscita a mantenere la sua liberta' originaria, di cui gli europei si erano disfatti per sottomettersi ai poteri costituiti di uno Stato. Il problema risiedeva pertanto non nel Nuovo Mondo dei "selvaggi" non ancora toccati dal Progresso, ma nel Vecchio: com'era possibile - si chiedeva La Boetie - che l'uomo europeo avesse rinunciato volontariamente al suo piu' grande bene, alla liberta', cosi' da non meritare piu' neppure il nome di uomo? Quale evento funesto, quale malencontre era capitato perche' accadesse qualcosa cosi'?

La risposta a questi interrogativi e' giustamente celebre: alla base della cosiddetta vita civile della cultura europea starebbe non la semplice sottomissione al potere, ma nientemeno che un desiderio di asservimento. Senza questa volontaria rinuncia, senza questo amore per la servitu', gli europei godrebbero della stessa liberta' di cui godono i selvaggi, di cui invece non si e' conservata neppure memoria. Questo evento funesto spiega lo sviluppo parallelo - all'interno di una comune umanita' - di due modalita' radicalmente diverse di concepire la liberta'. Tali modalita' corrispondono alla partizione tra societa' e Stato, a cui Clastres ha dedicato il suo lavoro piu' conosciuto, La Societa' contro lo Stato. L'asservimento produce il primato dello Stato, la sua precedenza sulla societa': qui le relazioni di vita sono riportate alla misura delle relazioni di potere. La sottomissione esclude l'amicizia e le sostituisce l'obbedienza al tiranno, ossia al fantasma di chi saprebbe cos'e' meglio per gli altri, i sudditi. Al contrario, la liberta' di cui testimoniano le tribu' americane e' espressione di una societa' che viene sempre prima dello Stato, ovvero delle istituzioni a cui e' demandato l'ordine e il controllo della vita sociale.

Per comprendere in cosa consista questa liberta', occorre prendere in considerazione la figura del capo. Caratteristico nella tribu' dei Guarani', a cui Clastres ha dedicato lunghi anni di ricerche, e' il fatto che non esista un singolo detentore del potere. Ne' c'e' potere come oggetto che possa essere detenuto da qualcuno. Detenerlo o credere di detenerlo vorrebbe dire compromettere le relazioni all'interno della tribu'. Cosi' lo statuto di capo non lo si ha: lo si deve e in questo senso e' un titolo che obbliga colui che e' stato nominato, lo vincola al rispetto della sua tribu' per averne in cambio il prestigio, la gloria. In questo senso il capo e' tale sempre e solo in forza di un debito che lo lega alla sua tribu' che lo ha eletto.

Ripensare la nozione di sovranita' alla luce di questo legame simbolico vuol dire ripensarla in quanto fondata sul debito e non sul privilegio, comunque questo si configuri. La sovranita' non e' mai una prerogativa soggettiva - qualunque cosa questo soggetto dica o voglia dire. C'e' sovranita' solo come istanza comune, per quanto essa debba essere assunta di volta in volta da qualcuno singolarmente. Il che vuol dire che il capo non e' colui (o, piu' raramente, colei) che comanda, dato che nessuno puo' piu' degli altri, dunque nessuno puo' imporre agli altri le proprie decisioni. Anzi, la pretesa di una superiorita', che e' sempre contro gli altri, finisce per squalificarsi da se'. Cosi' presso i "selvaggi" ha luogo una fondamentale disgiunzione tra l'essere capo e il potere, in cui l'iniziativa rimane una responsabilita' di ciascuno, che non puo' essere delegata (ossia di cui e' impossibile liberarsi), ma che preserva anche dalla costituzione di un polo di potere opposto alla vita della tribu'.

Evidentemente la nozione di debito qui implicata e' molto diversa da quella esclusivamente monetaria, divenuta oggi dominante. Mentre il debito monetario e' pensato esclusivamente in vista del suo saldo, che lo annullerebbe, salvo poi prolungarsi indefinitamente nella permanenza di un rapporto di sottomissione finanziaria, il debito di cui e' intessuta la nozione di capo costituisce quella mancanza che e' la sola a essere in grado di fondare un gesto realmente sovrano. Essere all'altezza della sovranita' vuol dire impegnarsi ad accogliere il debito che sta a fondamento delle relazioni, non per colmarne la mancanza, ma per assumerne la potenza generativa. Essere capi implica pertanto assumere il difficile compito di istallarsi nella radicale differenza tra titolo e esercizio. Forse la proliferazione di capetti nella nostra societa' non puo' essere compresa sinche' non verra' messa in relazione con il rifiuto generalizzato di questo debito, il solo a creare sovranita'. La' dove manca un gesto di sovrana anarchia non c'e' spazio che per i boss, la cui rissosita' e' proporzionale alla mancanza di autorita'. Per questo o troveremo la strada verso un gesto di anarchica sovranita' oppure saremo destinati ad annullare nei litigi tra boss cio' che resta di una vita civile.
Gianluca Solla

.LINKS.
Fonte: L'Anarchia Selvaggia Del (Vero) Capo (di Doppio Zero)
Home Page Doppio Zero: http://www.doppiozero.com/
Facebook Doppio Zero: https://www.facebook.com/00doppiozero
Twitter Doppio Zero: https://twitter.com/00doppiozero

.CONDIVIDI.