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Racconto D'Inverno (di Olga Foti) Stampa
Anarchia
Scritto da sberla54   
Giovedì 29 Novembre 2007 22:30

Racconto D'Inverno
di Olga Foti

http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/305/62.htm

A - rivista anarchica
anno 35 n. 305
febbraio 2005

A 35 anni dalla defenestrazione di Giuseppe Pinelli, un breve racconto ne ricorda la tragica fine.

Dicembre 2004

Sembra che a Milano, in questura, si aggiri un fantasma.
Un mio conoscente, il signor B., mi ha rivelato un episodio accadutogli non molti giorni fa.
Venendo di notte dalla stazione centrale si trovo' a passare da via Fatebenefratelli dove, appunto, ha sede la questura. Guidava lentamente in quella calma notturna senza traffico quando, staccando gli occhi dalla strada: "Toh, guarda, si disse, come si agita al vento quel lenzuolo!"
Ma non c'era vento.
C'era la nebbia. Poca. Una luce fredda priva di colore, e quella figura bianca sul davanzale della finestra che, a dire il vero, non dava l'idea di un semplice lenzuolo.
...che fosse un fantasma?
Ma i fantasmi bazzicano gli antichi castelli e le case scricchiolanti nelle brughiere, i quartieri abbandonati anche, ma in pieno centro cittadino, in questura poi... Mai sentito!
Per non dire che gli spettri attendono i rintocchi della mezzanotte prima di venir fuori, e' cosa risaputa, e alla mezzanotte mancava ancora un buon quarto d'ora, l'orologio parlava chiaro.
Gli venne in mente persino una poesia di Trilussa dove un vecchio, lui solo fra tanta gente spaventata, pensa:

Io senza dubbio vedo che e' un lenzuolo
ma piu' che dir la verita' da solo
preferisco sbajamme in compagnia.
Dunque e' un fantasma, senza discussioni.


Ma... altra storia questa.
Provo' a darsi una spiegazione sensata: la stanchezza, il sonno che avanza... Qualche volta la notte proietta film girati senza cinepresa e per farli dileguare basterebbe bagnarsi il viso con l'acqua fredda delle fontanelle.
A trovarne una pero'! E di bar aperti a quell'ora neanche l'ombra.
I palazzi erano bui e quieti, perfino troppo, come se gli abitanti fossero andati via chissa' per quale ragione misteriosa. Insomma, pareva esserci solo il fantasma.
Ed eccolo staccarsi dal davanzale, rimanere sospeso, precipitare nella strada. Lungo disteso sul selciato, come morto.
Poi si era alzato, era sparito, era riapparso alla finestra e si era lasciato cader giu' di nuovo. Una volta, due volte, piu' volte.
Un fantasma che si suicidava.
Il signor B. lascio' che il motore si spegnesse e rimase li' con le mani sul volante, immobile, come marmorizzato.
Si sa di morti che restano nel luogo dove sono morti, di luci che si accendono e inspiegabilmente si spengono, di passi e voci in case disabitate, anche di spettri affacciati alle finestre.
Il signor B. sentiva un brivido percorrergli la schiena.
Nel palazzo di fronte un balcone si apri' e si richiuse con sbatacchiare frettoloso, ma nella strada nemmeno un passante, solo la nebbia e il fantasma. Pareva guardare verso di lui, ora, verso la macchina. La fissava. Poi si mosse lentamente, la raggiunse, fece segno di voler salire.
Come dire di no a un fantasma?
E apri' la portiera, mise in moto.
"Dove vuole che andiamo?" ed era stupito di avere ancora un fil di voce.
Non ebbe risposta. Ma improvvisamente, inspiegabilmente, il signor B. seppe il percorso che doveva fare: piazza della Repubblica, via Manzoni, il Duomo con la Madonnina, piazza Castello...
Una corsa nella notte attraverso la citta' illuminata, le statue come sentinelle, la luce cruda dei lampioni,
quella violenta delle insegne. Lui e il fantasma, in macchina.
Roba da non crederci. Che storia, che storia! Guarda cosa doveva capitarmi stasera!
Ma poi di colpo: in una sera come questa, molti anni fa, in questura, non era successo un fatto strano?
Sicuro, ma sicuro, ne avevano parlato tivu' e giornali!

Dicembre 1969

In quella stanza dell'ufficio politico della questura, in via Fatebenefratelli, al quarto piano, c'erano il commissario, un ufficiale dei carabinieri, un sottufficiale, e l'uomo da interrogare.
Come aveva trascorso le ultime ventiquattro ore, volevano sapere.
Era scoppiata una bomba alla banca dell'Agricoltura, una strage con decine di morti, feriti, e un ragazzo condannato alla sedia a rotelle per tutta la vita.
L'uomo rispondeva calmo, tranquillo: dove aveva trascorso la giornata potevano testimoniarlo in tanti... "Quel giorno, a quell'ora, Pino era al bar." Cosi' il barista.
E il fornaio e il vigile urbano del quartiere: "Abbiamo giocato a carte, gli abbiamo vinto anche dei soldi."
Ma dopo quel volo dal quarto piano il questore dichiara alla stampa:
"Il suo alibi non reggeva, non c'erano riscontri, e l'abbiamo visto alzarsi all'improvviso, aprire la finestra e buttarsi sotto."
"Si e' avvicinato alla finestra che era aperta e inavvertitamente e' scivolato giu'" cosi' invece il commissario. Un cronista pero' gli aveva fatto notare che la finestra era alta e l'uomo non avrebbe nemmeno potuto scavalcarla con il suo metro e sessantasette di statura.
Di sicuro l'uomo era morto, l'omicidio veniva escluso, e il suicidio (era stato dimostrato) era tecnicamente impossibile.
Una storia complicata e scritta con lenti di colore diverso.
Molti affermavano che parlare di suicidio era solo una leggenda metropolitana; per altri era leggenda metropolitana parlare di omicidio.

Ricostruiva i suoi ricordi il signor B., si dimentica, certo, ma se si da' una scrollatina alla polvere del tempo tutto ritorna come fosse ieri. Invece era successo nel dicembre del 69.
Il giorno del funerale la strada era piena di folla: bandiere nere, bandiere rosse, tanta gente senza bandiere; giovani ma anche anziani, vecchi, sconosciuti, compagni, amici. E la moglie, piccola, minuta, chiusa in un cappotto lungo.
Freddo, un gran freddo quel giorno.
Ripensava a quei fatti il signor B. e continuava a guidare, accanto al fantasma immobile. Avevano lasciato il centro, superata Porta Genova, erano gia' al quartiere Ticinese, ai Navigli.
Fredda, quasi bagnata, la luce cambiava. Vie piene di ombre e di silenzi, case poco illuminate, piu' lontano una chiesa e il buio che sostava sull'acqua del canale, catturava un'ombra che spariva in un portone.
Il fantasma d'improvviso fece un cenno, indico' una strada, una casa, una come tante, con i fiori alla finestra e nel balcone disegni scoloriti di bambini ormai cresciuti.
Si fermarono. Un gatto miagolo', una saracinesca calo' nel silenzio.
Anche la casa era immersa nel silenzio, ed era buia, forse disabitata, ma il fantasma la guardava, guardava quella casa, e il signor B. guardava lui.
Lo poteva vedere solo di profilo, e forse per colpa della luna, apparsa all'improvviso nel triangolo dei tetti, non capiva se erano giochi di luce o lacrime quelle sul lenzuolo bianco del fantasma.

Olga Foti

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