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Storia Di Un Anarchico (di Il Tascabile) Stampa
Anarchia
Scritto da Joel   
Martedì 23 Maggio 2017 10:00
Camillo Berneri
Storia Di Un Anarchico (di Il Tascabile)

Una riflessione intorno all'eredita' intellettuale di Camillo Berneri.

http://www.iltascabile.com/linguaggi/berneri-anarchico-dimenticato/

Il Tascabile

Il 5 Maggio 1937, a Barcellona, due anarchici italiani vennero arrestati da un gruppo di stalinisti, nel quadro delle repressioni interne alla sinistra durante la guerra civile. Si chiamavano Francesco Barbieri e Camillo Berneri. I due furono assassinati e abbandonati a poca distanza nel centro cittadino, dove vennero ritrovati dalla Croce Rossa. L'autopsia confermo' la causa della morte: colpi d'arma da fuoco.

Pochi giorni prima, Berneri aveva tenuto su Radio Barcellona un commosso ricordo di Antonio Gramsci. Eppure, a differenza di Gramsci e tanti altri protagonisti del periodo - i fratelli Rosselli, Salvemini, Ernesto Rossi e cosi' via, con cui dialogava alla pari - l'anarchico e' rimasto nell'oblio. Il suo pensiero non ha nulla da invidiare a quello dei nomi citati, per complessita' e importanza; ma al di fuori dei circoli libertari, e' quasi del tutto ignorato.

Perche' ricordarlo oggi? Non tanto per il vezzo degli anniversari, e non solo per colmare un vuoto e tributargli quanto gli spetta; ma anche perche' le sue idee sono estremamente attuali. In un momento dove la democrazia sta scricchiolando, e rischia di essere preda del populismo di ultradestra - o di piani schiettamente autoritari come in Turchia e Ungheria - l'anarchismo ha ancora molto da dire. Influenza indirettamente l'azione di alcuni movimenti recenti, come Occupy e Black lives matter; vive rielaborato nell'autodeterminazione dal basso del Rojava; ed e' stato cruciale nella formazione dello zapatismo. E' una risorsa tutt'altro che marginale; e nella sua storia, Berneri ha un ruolo importantissimo.

"Una vita di quotidiani sforzi di volonta'"
Camillo Berneri nacque a Lodi il 20 Maggio 1897 da una famiglia piccolo borghese: il padre era segretario comunale, la madre insegnante. Militante socialista fin da ragazzo, si converti' all'anarchismo poco prima dei vent'anni e inizio' a collaborare con un gran numero di riviste del movimento. Studio' a Firenze con Gaetano Salvemini - che ebbe su di lui un notevole influsso, e lo ricordera' sempre con affetto - e si dedico' all'insegnamento, senza mai smettere l'attivita' antifascista e di propaganda. Negli anni Venti collaboro' anche con il gruppo di "Non mollare" e la Rivoluzione liberale di Gobetti, a testimonianza di una delle sue qualita' principali: l'eclettismo.

Naturalmente inviso al regime, fu costretto all'esilio e a una durissima vigilanza, che lo costringeranno (in particolare dopo un arresto a causa di una spia fascista nel 1930) a vagare senza tregua per l'Europa, clandestino ed espulso quasi ovunque. Non per questo smise di lottare, anzi. Nel 1936 approdo' in Spagna durante la guerra civile, approdo naturale per moltissimi anarchici. Come scrivera' sua moglie Giovanna Caleffi, lei stessa militante libertaria:
Lo scoppio della rivoluzione spagnola, nel Luglio 1936, fu la vera liberazione di Berneri, l'attimo tanto atteso per poter dare finalmente tutto se stesso, anima e corpo, alla causa della rivoluzione anarchica.
Schierato con la Repubblica, il lodigiano partecipo' ai combattimenti (benche' fisicamente poco dotato) e animo' il periodico Guerra di classe. In particolare, si spese affinche' la rivoluzione catalana non finisse preda ne' del comunismo autoritario sovietico, ne' della democrazia borghese. E proprio per questo fu ucciso a sangue freddo. Del resto, ricorda Camillo Levi, gia' nel Dicembre 1936 la Pravda aveva pronunciato la sentenza: "in quanto alla Catalogna e' cominciata la pulizia degli elementi trotzkisti e anarco-sindacalisti, opera che sara' condotta con la stessa energia con la quale la si condusse in Russia".

Togliatti, fedele alla linea di Mosca, dira' poi che l'anarchico era stato "giustiziato dalla Rivoluzione democratica, a cui nessun antifascista puo' negare il diritto di legittima difesa". Poco dopo cerco' di sviare in maniera vergognosa, parlando di un incidente. L'appartenenza di Berneri al movimento libertario fu un ulteriore motivo di disconoscimento. E qui e' bene precisare un punto. Nel discorso comune, la parola "anarchia" e' spesso ancora usata come sinonimo di disordine o confusione, in cui ognuno fa quel che vuole senza badare agli altri. Nulla di piu' falso. L'anarchia (intesa come societa' ideale propugnata dall'anarchismo) e' una comunita' priva di Stato, fondata sull'aggregazione autonoma, dove il ricorso all'autorita' e' ridotto al minimo. In essa la liberta' vive come principio fondamentale, ma non e' sciolto da una tensione alla responsabilita'; tutt'altro: come diceva Berneri, "la liberta' non e' quindi mai assoluta, perche' deve contemperare il rispetto di precisi doveri verso gli altri".

Purtroppo, questa filosofia e' sempre rimasta minoritaria. Alla meglio, gli anarchici furono visti dalla sinistra statalista come degli illusi, dei romantici sognatori: alla peggio, e la morte di Berneri lo conferma, furono giudicati provocatori o banditi. Ma per quanto la sua vita possa apparire romantica e avventurosa - fu soprannominato "l'italiano piu' esiliato d'Europa" - Berneri aveva le idee chiare su sentimentalismi del genere:
Il romantico ama i tempi remoti perche' puo' metterli in cornice. Il nuovo gli sfugge e gli fa paura. Cosi' il romantico ama gli eroi, perche' puo' idealizzarli a suo piacimento.
Il suo pensiero e' ispirato invece alla massima lucidita' e teso all'efficacia; non ha nulla del vagheggiamento e non cerca di piegare la realta' a ideali irrealizzabili. Non solo. Berneri non dimentico' mai la necessita' di apprendere e far apprendere: l'anarchismo in cui credeva negava il ricorso all'autorita' come principio gerarchico, ma difendeva l'autorevolezza del pensiero, il bisogno di studiare e dialogare. Per citarlo ancora: "Una vita di quotidiani sforzi di volonta' e di quotidiane esperienze di dolore e di amore vale certo piu' dei sogni infingardi dei Super-uomini, che si credono tali solo perche' non sanno, non vogliono essere 'uomini'".

Anarchismo anti-dogmatico
L'aspetto centrale del pensiero berneriano e' la sua mobilita'. Scrisse Salvemini:‭ "‬Si interessava di tutto.‭ ‬Mentre molti anarchici sono come case le cui finestre sulla strada sono tutte murate‭ (‬a dire il vero non sono i soli‭!)‬,‭ ‬lui teneva aperte tutte le finestre". Si preoccupo' di coltivare le virtu' dell'intelligenza e di un'autocritica costante. Lavoro' sulla psicanalisi freudiana nel pamphlet Le juif antisemite. Scrisse un profilo su Mussolini dove - in linea con le idee di Gobetti - verificava nel dittatore la presenza di difetti nazionali da combattere.

Piu' nel dettaglio, l'opera e la militanza di Berneri furono cruciali per lo sviluppo dell'anarchismo. Seppe sfruttare e rivitalizzare l'insegnamento dei suoi maestri libertari - Fabbri e Malatesta su tutti - per trarne una sintesi coraggiosa, innovativa e soprattutto all'altezza dei tempi: un pensiero che fosse realistico senza abbandonare la necessita' dell'utopia: "l'anarchismo‭ [...] deve sapere affrontare il complicato meccanismo della societa' odierna senza occhiali dottrinari e senza eccessivi attaccamenti all'integrita' della sua fede.‭" Cosi' scrive uno dei massimi esperti di Berneri, Stefano d'Errico:
L'orizzonte critico del lodigiano scava cosi' in profondita' nel paradigma libertario, tocca cosi' tanti argomenti, da potersi definire davvero il tentativo di rivederlo globalmente, a tratti nella ricerca di una riattualizzazione, altrove cercando di 'ripulirne' l'ideologia dalle scorie sedimentate di differente provenienza, e non di rado assistiamo ad una vera e propria opera di riforma.
Per questo si spese con un'attivita' di propaganda e produzione intellettuale inesausta. Si scaglio' contro i dogmi che pervadevano anche una filosofia anti-dogmatica come l'anarchismo, andando senza tregua alla ricerca delle sue debolezze e dei suoi automatismi: il "cretinisimo astensionista", la mancanza di progetti concreti della societa' futura, un ottimismo cieco, e la mancanza di flessibilita' quando si trattava di stabilire alleanze - pur momentanee - con altre forze politiche. A tutto questo Berneri oppose una visione dell'anarchismo come qualcosa di "piu' vivo, piu' vasto, piu' dinamico. Egli e' un compromesso tra l'Idea e il fatto, tra il domani e l'oggi". Per lui non si trattava ne' di ripetere formule stantie, ne' di fare i meri distruttori senza piani precisi per il "dopo". Si trattava anzi di elaborare programmi minimi, proposte sostenibili e chiare per le masse. Nelle sue parole: "Essere col popolo e' facile se si tratta di gridare: Viva! Abbasso! Avanti! Viva la rivoluzione! - o se si tratta semplicemente di battersi. Ma arriva il momento in cui tutti domandano: Cosa facciamo? Bisogna avere una risposta. Non per far da capi, ma perche' la folla non se li crei".

Cosa facciamo? Questa domanda pervase l'intera vita di Berneri, e la ricerca di una risposta lo porto' a esplorare una quantita' di soluzioni differenti, pur restando fermo nella sua fede anarchica. Guardo' con interesse agli sviluppi del sindacalismo. In economia non propugno' un comunismo assoluto e accentrato, bensi' una struttura economica piu' leggera e aperta, di carattere collettivista, che garantisse la proprieta' privata (ma non il suo sfruttamento in chiave capitalistica). Sapeva che il corpo sociale e' un affare tremendamente complesso, irriducibile alla visione irenica di una comunita' isolata in campagna. Questo sogno primitivista, comune a molti libertari della prima ora, rischiava di offrire il fianco alle critiche di chi vedeva nell'anarchismo un progetto irrealizzabile e refrattario alle contaminazioni.

Seguendo l'impostazione malatestiana, Berneri rifiuto' inoltre l'associazione istintiva (che ancora oggi perdura) tra anarchismo e pura violenza: "quest'idee a braccetto:‭ ‬anarchici e bomba,‭ ‬mi pare sarebbe l'ora di metterle in soffitta.‭ [...] La violenza non e' che una piccola parte ed eccezionale dell'attivita' anarchica.‭" Non che l'uso della forza, per Berneri come per altri, fosse da rifiutare in via della rivoluzione: ma si trattava sempre di un uso misurato e teso a evitare il peggio; lo strumento principe restava la propaganda. Difese con parole infiammate la tolleranza ("quando non si intenda con questo termine il menefreghismo") e il pluralismo.

Avvio' anche un fruttuoso dialogo con il gruppo di Giustizia e liberta': uno dei momenti piu' stimolanti dell'intera storia politica italiana, purtroppo anch'esso ben poco studiato. Con Rosselli e compagni, Berneri non fu tenero: ribadi' la sua distanza dalle opzioni riformiste, e rifiuto' l'approdo statalista che teorizzava GL. Egli era anarchico e anarchico restava: lo Stato era il nemico e cercare di riformarlo non aveva senso. Cio' detto, concordava su diversi aspetti della politica rosselliana: ne apprezzava lo spunto libertario di fondo, la grande moralita', e il rifiuto della "dittatura del popolo" di stampo sovietico. Del resto, in una lettera giovanile a Gobetti, aveva definito gli anarchici "i liberali del socialismo" - ovvero i critici piu' serrati di qualsiasi involuzione autoritaria della prassi comunista. Cosi' riassunse egli stesso il suo pensiero:
la generalita' degli anarchici e' atea ed io sono agnostico, e' comunista e io sono liberista (cioe' sono per la libera concorrenza tra il lavoro e commercio cooperativi e lavoro e commercio individuali); e' anti-autoritaria in modo individualista ed io sono semplicemente autonomista-federalista (Cattaneo completato da Salvemini e dal Sovietismo).
La febbre del sogno, il purismo rivoluzionario, l'idea di una rivoluzione spiccia fondata sulla mera violenza, sono stati e sono tuttora i nemici di un'autentica trasformazione della societa'. Berneri fu un rivoluzionario sincero, ma era anche un uomo cauto e razionale. Per questo le sue idee lo fecero spesso passare per un moderato: un'accusa fastidiosa, fra i rivoluzionari dell'epoca. Ma come gli ricordo' il maestro Salvemini, queste etichette valgono poco: "un estremista che non cava un ragno da un buco serve quanto un moderato che non si arrischia nemmeno a cercare il ragno".

Perche' leggere Berneri oggi
Cerchero' ora di mostrare l'attualita' del pensiero di Berneri, e quali sue idee possono farci da guida nel marasma politico e sociale contemporaneo; e lo faro' citandolo direttamente. (Questo anche per farvi assaggiare il suo stile: il nostro scriveva bene, con nitore e concretezza). Le citazioni sono tratte per lo piu' dalla raccolta di Scritti scelti, edita da Zero in condotta nel 2013. Con un'avvertenza: come precisa Gianni Carrozza nella prefazione a questo libro, la produzione di Berneri fu frammentaria, frutto di militanza attiva, e legata a dibattiti dell'epoca; non comprende alcuna opera sistematica. Il rischio e' dunque quello di levarlo per intero dal contesto storico. Cerchero' di evitare tale pericolo, limitandomi ad alcuni luoghi salienti della sua opera.

1) Contro il giustizialismo e lo spirito forcaiolo.
Berneri rinnegava il giustizialismo e l'istinto della forca contro cui si scaglio' gia' Malatesta. Conosceva bene i rischi, oggi quanto mai visibili, dell'ossessione punitiva priva di un'attenta ricerca del vero: "credo che l'idea di giustizia sia nel popolo, ma non credo alla giustizia popolare, intesa come giustizia di folle". In tal senso, riconosceva il bisogno di un minimo di diritto penale anche in una societa' anarchica. Spiega Stefano d'Errico: "Berneri non crede alla giustizia sommaria delle masse, ne' alla societa' 'trasparente' impaludata su se stessa senza istituzioni. La societa' libertaria si deve creare intorno alla responsabilita' e quindi anche con l'accettazione di regole, condivise ma cogenti."

2) Per un federalismo libertario.
Prima di essere reso un feticcio razzista dalla Lega Nord, il federalismo in Italia aveva una nobile tradizione (da Cattaneo e Gioberti fino al Manifesto di Ventotene). Per Berneri l'idea di un insieme di comunita' autonome ma confederate era lo sbocco naturale di una critica al potere centrale: "La rivoluzione italiana non deve limitarsi all'abolizione dei podesta', funzionari di nomina regia, deve opporsi al mantenimento dei prefetti, anche rossi. I comuni non devono essere piu' degli organi dell'amministrazione centrale, del potere governativo, ma degli organi di sintesi amministrativa locale e di cooperazione, regionale e nazionale. [...] Contro la centralizzazione unitaria bisogna opporre la grande idea dell'autonomia." Oggi idee non dissimili sono realizzate nel municipalismo libertario del Rojava. E mentre gli stati-nazione stanno dando spesso cattiva prova di se' - tra il rinfocolare del nazionalismo xenofobo e l'accentramento autoritario del potere - la proposta di parcellizzare le funzioni amministrative e governative e' molto interessante.

3) Per un compito delle elite.
In uno dei suoi saggi piu' celebri, L'operaiolatria, Berneri critico' la mitizzazione della classe operaia come una massa angelicata, gia' edotta in materia rivoluzionaria e sempre nel giusto: "vidi il proletariato, che mi parve, nel suo complesso, quello che ancor oggi mi pare, un'enorme forza che si ignora; che cura, e non intelligentemente, il proprio utile; che si batte difficilmente per motivi ideali o per scopi non immediati, che e' pesante di infiniti pregiudizi, di grossolane ignoranze, d'infantili illusioni." Parole che mettono a tacere ogni populista contemporaneo. E che preparano a un compito preciso dell'intellettuale, ben lontano dalla difesa del proprio meschino potere o dall'elaborazione di retorica: "La funzione delle elite mi parve chiara: dare l'esempio dell'audacia, del sacrificio, della tenacia; richiamare la massa su se stessa, sull'oppressione politica, sullo sfruttamento economico, ma anche sull'inferiorita' morale e intellettuale delle maggioranze."

4) Per un dialogo autentico.
L'attivita' polemica di Berneri fu ampia; molti dei suoi testi sono risposte e obiezioni a scritti altrui. Ma come puntualizza Camillo Levi, "Berneri rifiuto' sempre i facili giochi di parole per aver ragione dell'avversario, puntando invece sul concreto, cercando di mostrare, con la massima chiarezza, le contraddizioni centrali del pensiero dell'interlocutore". Sulla ricerca di un dialogo autentico, volto a sviscerare con passione i problemi e attento alle idee altrui, valga in particolare questo paragrafo; un antidoto a tempi dove si parla per il piacere di farsi ascoltare o schiacciare l'altro con la propria retorica:
Quando, in una riunione, mi capita di trovare il tipo che vuole fumare anche se l'ambiente e' angusto e senza ventilazione, infischiandosene delle compagne presenti o dei deboli di bronchi che sembrano in preda alla tosse canina, e quando questo tipo alle osservazioni, anche se cordiali, risponde rivendicando la 'liberta' dell'io', ebbene, io che sono fumatore e per giunta un poco tolstoiano per carattere, vorrei avere i muscoli di un boxeur nero per far volare l'unico in questione fuori dal locale o la pazienza di Giobbe per spiegargli che e' un cafone cretino. Se la liberta' anarchica e' la liberta' che non viola quella altrui, il parlare due ore di seguito per dire delle fesserie costituisce una violazione della liberta' del pubblico di non perdere il proprio tempo e di annoiarsi mortalmente. [...] Il guaio e' che molti vogliono cercare le molte, numerose, svariate, molteplici, innumerevoli ragioni, come diceva uno di questi oratori a lungo metraggio, invece di cercare e di esporre quelle poche e comprensibili ragioni che trova e sa comunicare chiunque abbia l'abito a pensare prima di parlare.
"L'unica cosa bella veramente"
Insomma: come ha spiegato ancora con chiarezza Stefano d'Errico, e' proprio dalla 'crisi della politica' che deriva l'attualita' del pensiero di Camillo Berneri. Da quella richiesta forte, e sempre meno eludibile, di una trasformazione della mistificazione della delega assoluta di potere in partecipazione cosciente ed attiva, in decentramento federalista ed in democrazia diretta. Dalla spinta a invertire l'incipit fondamentale dell'organizzazione umana, nel passaggio dei modi della rappresentanza, per dirla con Berneri, dal 'sono governati' al 'si governano'. In poche parole, dalla necessita' di una riconversione etica della politica.

C'e' solo una cosa da aggiungere. Poche ore prima di essere assassinato, l'ultima notte della sua vita, Berneri scrisse una lettera alla figlia. Quasi con istinto preveggente, in poche parole raccolse la sua eredita', lo spirito della sua lotta, e quel bisogno istintivo di schierarsi dalla parte dei piu' deboli; per dirla come Malatesta, "un sentimento, che e' la molla motrice di tutti i sinceri riformatori sociali, e senza il quale il nostro anarchismo sarebbe una menzogna o un non senso. Questo sentimento e' l'amore per gli uomini, e' il fatto di soffrire per le sofferenze altrui". Merita di essere trascritta per intero:
Stanotte tutto e' calmo e spero che la crisi si risolvera' senza ulteriori conflitti, tali da compromettere la guerra. Sono quasi le due e vado a letto.

La casa stanotte e' in armi. Mi sono offerto di stare alzato per lasciare gli altri andare a dormire e tutti hanno riso di me dicendo che non udirei nemmeno il cannone, ma poi, uno ad uno, sono andati a nanna ed io veglio per tutti, lavorando per coloro che verranno. E' l'unica cosa bella interamente.

Piu' assoluta dell'amore e piu' vera della realta' stessa. Che cosa sarebbe l'uomo senza questo senso del dovere, senza questa commozione di sentirsi unito a coloro che furono, ai lontani ignoti, ai venturi?

Delle volte penso che questo senso messianico non sia che una evasione, non sia che la ricerca e la costruzione di un equilibrio, di un'economia che, mancando, ci precipiterebbe tutti nel disordine o nella disperazione. Comunque sia, certo e' che i piu' intensi sentimenti sono i piu' umani.

Ci si puo' illudere su tutto e su tutti, ma non su quello che si afferma con la coscienza morale. Se mi fosse possibile salvare Bilbao con la mia vita non esiterei un attimo. Questa certezza non me la leva nemmeno il filosofo piu' sofistico. E questo mi basta per sentirmi uomo e mi consola di tutte le volte che sono al di sotto di me stesso, della stima dei migliori e dell'affetto delle creature che piu' amo e piu' stimo. In ogni caso di coscienza, con la ragione non arrivo a decidere. L'ultima ratio, quella che decide, e' lo stile: questo non e' il mio stile, e' per me definitiva sentenza. Quanto sopra e' di una solennita' un po' ridicola per chiunque non viva qui. Ma forse un giorno, se potro' parlarti di questi mesi, capirai. Tuo papa'.
Giorgio Fontana

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Fonte: Storia Di Un Anarchico (di Il Tascabile)
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