Il Morbo Di K: La Malattia (Inventata) Che Salvo' Moltissimi Ebrei Romani (di Vanilla Magazine) Stampa
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Scritto da Joel   
Giovedì 20 Gennaio 2022 10:00
Il Morbo Di K: La Malattia (Inventata) Che Salvo' Moltissimi Ebrei Romani
Il Morbo Di K: La Malattia (Inventata) Che Salvo' Moltissimi Ebrei Romani (di Vanilla Magazine)

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Con il Covid stiamo vivendo la paura di convivere con una malattia nuova e in continuo divenire, e gli unici che possono fornirci le informazioni necessarie per combatterla sul fronte sanitario sono i medici. Ma davvero i medici ci dicono sempre tutto sulle malattie? No, non parliamo di no-vax.

Durante il secondo conflitto mondiale a Roma si diffuse, tra le truppe tedesche, il terrore del Morbo di K, malattia contagiosa e letale. Eppure, sui manuali di medicina non c'e' traccia di questa malattia. Ma andiamo con ordine.

Le leggi razziali vennero approvate in Italia nel 1938, ma, a differenza della Germania nazista, gli ebrei italiani non subirono le stesse angherie e gli stessi soprusi fisici dei loro correligionari tedeschi, ne' tantomeno le deportazioni, almeno fino a quando il Terzo Reich non arrivo' in Italia.

Dopo l'armistizio dell'8 Settembre 1943, e il voltafaccia del governo italiano, i nazisti cominciarono a tiranneggiare nei territori occupati. Dopo la resa di Roma, il comandante nazista in Italia, Herbert Kappler, e il comandante della Wehrmacht, Albert Kesselring, diedero a Theodor Dannecker la responsabilita' di organizzare le deportazioni degli ebrei italiani. Il quartiere ebreo a Roma si estende su una riva del Tevere, proprio di fronte all'isola Tiberina, dove si trova l'ospedale Fatebenefratelli. In quegli anni il primario dell'ospedale era il dottor Giovanni Borromeo, proveniente da quella che in gergo viene chiamata "famiglia d'arte", ovvero una famiglia di medici, e convinto antifascista, fatto che di certo non aiuto' la sua carriera professionale.

Il suo maestro fu Mario Almagia', luminare della medicina di origine ebrea. Il nipote di Almagia', Vittorio Emanuele Sacerdoti, anche lui di religione ebraica, riusci' a entrare in ospedale come tirocinante, grazie a un documento falso, con il beneplacito del dottor Borromeo. Un altro giovane tirocinante era il futuro dottore Adriano Ossicini, di famiglia cattolica e attivo partigiano, coinvolto in numerose attivita' antifasciste. Quando i nazisti presero il potere alla fine di Settembre, chiesero agli ebrei il pagamento di cinquanta chilogrammi d'oro, un pegno per non essere deportati. Il dottor Sacerdoti, non fidandosi dei tedeschi, comincio' a far ricoverare sempre piu' ebrei al Fatebenefratelli, e a far spostare molti malati dall'ospedale ebreo all'isola Tiberina, con il beneplacito del primario Borromeo e del priore dell'ospedale, padre Maurizio Bialek.

All'alba del 16 Ottobre, appena i tedeschi arrivarono al ghetto per il rastrellamento, molti ebrei scapparono di casa verso il Fatebenefratelli, sapendo del dottor Sacerdoti. Gli sfollati vennero raggruppati in un reparto a piano terra, assieme a dei partigiani nascosti li' dentro, vicino dove si trovava una radiotrasmittente illegale, che il dottor Ossicini utilizzava per tenersi in contatto con i partigiani. Seguendo alla lettera gli ordini ricevuti, i nazisti entrarono al Fatebenefratelli, con l'intento di perlustrare l'edificio alla ricerca di ebrei fuggiti dal ghetto.

Il dottor Borromeo, che parlava fluentemente tedesco, senza scomporsi fece notare ai soldati quanto poco conoscessero il mondo al di fuori dei confini tedeschi, spiegando che a Roma era in corso una terribile epidemia di una malattia sconosciuta, molto simile alla tubercolosi, che mieteva vittime a non finire, e molto contagiosa, dunque un reparto, quello dove erano nascosti centinaia di ebrei e partigiani, era inavvicinabile. I nazisti, terrorizzati dall'idea di questa malattia letale, abbandonarono l'edificio senza protestare, cosi' come durante le retate successive.

A questa fantomatica malattia venne dato, appunto, il nome di Morbo di K, dove la K stava per Kappler o Kesselring, quest'ultimo nome usato anche dal dottor Borromeo per indicare i pazienti speciali all'interno dell'ospedale, ovvero gli ebrei, gli antifascisti e i partigiani, dove trovavano rifugio dai rastrellamenti. Il dottor Borromeo raccomandava ai pazienti speciali di tossire molto quando nei paraggi c'era un ospite indesiderato, fosse egli fascista o nazista, per scoraggiarlo dall'avvicinarsi.

Ufficialmente, nessun malato del Morbo di K usciva vivo dal Fatebenefratelli; in realta', vicino l'ospedale si trovava una tipografia clandestina: i rifugiati rimanevano cosi' in ospedale il tempo necessario affinche' venissero stampati documenti falsi con nomi cattolici. Dopodiche' venivano dichiarati morti con i loro veri nomi, mentre fuggivano verso conventi e strutture religiose, con l'aiuto del dottor Ossicini, il quale aveva trovato l'appoggio necessario nel giovane Monsignor Montini, il futuro papa Paolo VI. Non solo Ossicini, anche Borromeo era in contatto con i partigiani, in particolare con l'amico e Generale Roberto Lordi, del quale era anche medico personale. Il Generale Lordi si fece arrestare insieme al Generale Sabato Martelli Castaldi il 17 Gennaio 1944, per scagionare un amico partigiano. Quando i nazisti chiamarono in casa Borromeo, la famiglia temette il peggio. Il figlio di Borromeo racconto' molti anni piu' tardi:
"Papa' afferra la cornetta: stavo uscendo, vi aspetto. Teme rappresaglie per la famiglia. Non puo' non andare... al portone c'e' gia' la pattuglia delle SS in attesa... A via Tasso [sede del comando nazista] papa' scopre il perche' della convocazione: il Generale Lordi e' malato di cuore e ha chiesto del suo medico. Data la sua posizione di alto ufficiale, gli e' stato concesso... Papa' ottiene di visitare privatamente il proprio paziente. Appena soli, Roberto Lordi gli sussurra: mi tortureranno e io non so se riusciro' a non fare i nomi di tutti e tu devi impararli a memoria con gli indirizzi, i recapiti, tutto, devi avvertirli che si mettano in salvo al piu' presto. Papa' intanto lo visita perche' potrebbero essere spiati. Si salutano con una stretta di mano. Tutti vengono immediatamente avvertiti e fuggono".
La visita del dottor Borromeo al Generale Lordi avvenne il 12 Febbraio 1944. Grazie a essa tanti partigiani si salvarono; la stessa cosa non successe ai Generali Lordi e Castaldi, che furono tra le vittime del massacro delle Fosse Ardeatine. Nel 1944, inoltre, Ossicini si laureo' e continuo' la specializzazione in psichiatria al Fatebenefratelli. Ebbe anche un'importante carriera politica tra le file del gruppo degli Indipendenti di Sinistra e fu Ministro per la famiglia nel governo Dini, tra il 1995 e il 1996. Borromeo invece continuo' a lavorare nell'ospedale, ma fino al 1961, anno della sua morte, non rivelo' mai a nessuno la verita' sul Morbo di K, per paura di non avere piu' una scusa pronta nel caso che i nazisti fossero tornati al potere.

Alla fine degli anni '90, quando ormai il pericolo politico sembrava passato, finalmente si conobbe la storia del Morbo di K direttamente dai suoi fautori, Adriano Ossicini e Vittorio Emanuele Sacerdoti, e dai figli di Giovanni Borromeo. A loro si unirono Gina Almagia', nascosta con la madre, Claudio e Luciana Tedesco, che si salvarono con i genitori e i nonni, e Giorgina Agio', nata in una famiglia di religione ebraica e poi convertitasi al cattolicesimo, salvata con il marito Antonio Briganti, originario di Palermo. I sopravvissuti descrissero nei particolari le istruzioni impartite dal dottor Borromeo e di quando i nazisti, durante una delle loro retate, trovarono sei ebrei polacchi, che vennero imprigionati a Regina Coeli in attesa della deportazione. Tuttavia, un mese dopo, gli Alleati entrarono a Roma e i sei polacchi, come tutti i malati Kesselring, sopravvissero alla guerra. I superstiti si diedero dunque da fare per far conoscere al mondo l'altruismo del dottor Borromeo, chiedendo allo Yad Vashem di insignirlo del titolo di Giusto fra le Nazioni, titolo che arrivo' nel 2004, insieme all'albero piantato nel Giardino dei Giusti.
Roberta Zuccarello

Sotto, il figlio di Giovanni Borromeo racconta l'eroismo del padre:


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