Cosa Rimane. La Leggenda Dei Nabat E I Ragazzi Dell'Oi! I Nuovi Live E Le Parole Di Steno (di Hobo The Mag) Stampa
Storia Punk
Scritto da Joel   
Lunedì 04 Febbraio 2019 10:00
Cosa Rimane. La Leggenda Dei Nabat E I Ragazzi Dell'Oi! I Nuovi Live E Le Parole Di Steno
Cosa Rimane. La Leggenda Dei Nabat E I Ragazzi Dell'Oi! I Nuovi Live E Le Parole Di Steno (di Hobo The Mag)

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Hobo The Mag

Oggi proviamo [la cautela e' d'obbligo quando si tratta di band seminali] a parlare dei Nabat, storico gruppo punk Oi! italiano, e per farlo pensiamo che la cosa migliore sia guardare indietro, un bel po' indietro ad essere precisi.
Nel 1918, quando il regime bolscevico russo comincio' una ferrea persecuzione degli anarchici, molti di loro pensarono di riparare nell'unico posto che, allora, pareva essere terreno fertile per gli ideali libertari: l'Ucraina.
Il popolo ucraino, nato in una terra storicamente patria di ribelli, briganti e contadini, aveva un'immensa anima libertaria tenuta assieme da una figura storica dell'anarchismo russo, Nestor Makhno. Assieme a lui, fin dai primordi della rivoluzione russa, gli anarchici ucraini cercarono di mettere in pratica i loro principi, cercando - e, molto spesso, riuscendo - di costruire, nei villaggi e nelle citta', una societa' anarchica e autogestita.
Fu questo il contesto culturale in cui i fuoriusciti anarchici russi andarono a rifugiarsi, contesto nel quale, assieme ai compagni ucraini, tentarono di creare la testa dell'incudine che avrebbe dovuto scardinare sia il regime zarista e borghese, sia la crescente deriva autoritaria del governo bolscevico: una confederazione di tutte le anime anarchiche dal nome Nabat (in russo "Campana e Martello").
Dopo anni di lotte e di successi, quell'esperienza, purtroppo, mori' [cosi' come morirono altre esperienze libertarie che lasciavano intravedere una possibilita' di successo organizzativo degli ideali anarchici] stroncata dalle forze rivoluzionarie russe divenute, ben presto, strumento della reazione.

Da questo esperimento di liberta' arriva l'origine del nome della band bolognese; questo tanto per essere chiari e per fugare ogni dubbio sulle inclinazioni politiche del gruppo punk, inclinazioni che tutt'ora portano avanti con orgoglio.
E, tanto per continuare nell'opera di dissipazione delle nebbie che, in questo paese, avvolgono i movimenti e le idee politiche, ci sembra il caso di fare un'altra digressione e di parlare, per un attimo, del movimento Skinhead.
Qui da noi alla parola Skinhead vengono subito associate alcune immagini ben precise: una testa rasata [of course], le croci celtiche e il saluto romano. In realta' il movimento Skin non e' (o meglio, non sarebbe) niente di tutto questo.
Le origini del movimento vanno ricercate alla fine degli anni '60 nel proletariato inglese; tradizionalmente si usa dire che la cultura Skin nasce dalla fusione tra la cultura Rude Boy, tipica dei figli degli immigrati giamaicani e caratterizzata dal culto verso la musica ska e reggae, con quella dei Mods, figli dei proletari inglesi, che per primi interagirono positivamente con le comunita' immigrate dalla Jamaica, cercando di emularne lo stile di vita e accomunandosi al loro amore verso la musica ska.
Il fatto che i ragazzi dell'East End Londinese sentissero una sorta di comunanza verso i giovani immigrati giamaicani non deve stupire piu' di tanto; la classe operaia e' classe operaia, non importa in quale parte del mondo si va. Fu naturale, quindi, che i poveri, giovani, ragazzi bianchi sentissero una connessione con i poveri, giovani, ragazzi neri.
Chiassosi e violenti - di una violenza gravida di volonta' di riscatto sociale - questi ragazzi trovarono nell'odio comune verso le classi abbienti un ulteriore punto di comunione, comunione che riuscivano a celebrare ogni Sabato pomeriggio su quello che era l'unico campo di battaglia disponibile: gli spalti di uno stadio di calcio. I ragazzi ricchi dell'Upper London avevano le loro squadre di riferimento, cosi' come le avevano gli Skins; e, ovviamente, non erano le stesse. Ci volle poco, quindi, perche' nella rivalita' sportiva fosse proiettato tutto l'odio di classe covato da generazioni di sottoproletariato; odio che sfociava, ad ogni partita, in vere e proprie sommosse.
Da qui anche il cattivo rapporto con la polizia, propensa a prendere di mira principalmente la piu' povera delle fazioni, arrivando ad arrestare chiunque si presentasse nei pressi dello stadio indossando anfibi di pelle o bretelle su di una camicia a scacchi.
In questo contesto, alla fine degli anni '70, arrivo' il punk a travolgere la scena musicale e il quadro sociale; fu percio' inevitabile che, vista la sua forte connotazione proletaria, una parte di quei giovani Skinhead che popolavano i sobborghi inglesi ne rimanesse affascinata. Cosi' una branca del movimento punk si fuse con quello Skin, dando vita al Punk Oi!, genere caratterizzato da una forte pulsione anti razzista.
Quanto di piu' lontano ci possa essere dal fascismo insomma.
Questa e' la realta', che poi ci siano state importanti divagazioni a destra di parte del movimento Skin, una volta legatosi con quello punk, e' innegabile; ma che sia la devianza ad avere avuto il sopravvento - nel senso comune di pensare agli Skins - rispetto alla regola, ci pare piuttosto significativo e funzionale al tentativo di demonizzazione di una controcultura che, dalla strada, si opponeva fortemente al progressivo imborghesimento della classe lavoratrice e del proletariato in genere. Idea, questa, che da fastidio un po' a tutti, sia destra che a sinistra.
Di queste cose - passata l'ubriacatura emozionale del concerto (di cui diremo nella seconda parte di questo articolo) - ne abbiamo parlato con Steno, voce e anima del gruppo. C'e' questa cosa del punk e la curva degli stadi che da sempre ci incuriosisce; cosi' abbiamo chiesto a lui se si fosse fatto un'idea di quanto il mondo Ultras abbia ancora un legame con l'originaria cultura Oi! e Skin, ricevendo una risposta che lascia spazio ad interessanti spunti di riflessione: "Penso che l'ambiente ultras e della curva in generale non abbia piu' molti legami con il mondo Skinhead. Credo che, al contrario, la realta' Skin ambirebbe ad avere contatti con il mondo Ultras. Questo per dire che spesso le curve sono il luogo deputato in cui far vedere che tu esisti, come singolo o come gruppo".

Una leggenda e' una memoria di eventi accaduti in un passato mitico e inafferrabile, nel senso mentale del termine; e' una conoscenza di massa che si basa su assunti persi nella notte dei tempi, di cui non esiste empiricita' di evidenze ma che e' accettata come status reale di un passato misconosciuto ma presente nell'adesso, in guisa di sottofondo culturale e appiglio sociale nei modi di fare, nei pensieri e negli usi. La leggenda istituisce il fattore inconoscibile ma insito nelle nostre esistenze, e' il racconto di cio' da cui siamo venuti in salsa ancestrale; e' la storia orale, tramandata con rime e suoni provenienti da "l'altrove" e che e' necessario riconoscere come possibilita' di essere vera, per trarne insegnamenti e giovamento, per poter essere costituente della nostra personale bussola, a guidare e orientare i nostri costumi e a dare un senso concreto ai nostri movimenti, in quanto portatrice di echi sia di sbagli che di successi, valevoli di costituire un insieme dinamico di precetti fondanti e fondativi, capaci di trovare risposte ai nostri "perche'" e di dare un senso ai nostri "come".
I Nabat sono una leggenda. E lo sono in quanto costituiscono sia il significante che il significato di un genere e di una sottocultura che pare non aver mai attecchito nell'Italia del festival di sanremo (il minuscolo e' imperativo), ma che in realta' e' diffusa tra migliaia di ragazzi, facendo prima da catalizzatore e poi diffondendo la sua energia primordiale attraverso una rete di condivisioni ed eventi che non hanno niente a che vedere con il "social" ma che hanno tutto a che fare con la "partecipazione"; a discapito di quelli che sono i proclami dei politici di turno, di qualsiasi schieramento essi siano, il circuito dei centri sociali sopravvive da decenni, tra lotte, disfatte e a volte troppo piccole vittorie, ma aggrappato imperterrito ad una idea di diffusione di contenuti per cui si potrebbe tranquillamente parlare di "cantieri sociali" senza dover andare a scomodare politiche "smart" e "kilometri zero", dacche' esistono da molto prima che queste definizioni facessero la loro comparsa al servizio della politica di imposizione sociale in atto e di appropriazione indebita delle formule che finora erano state bollate semplicemente come dannate utopie libertarie e/o roba da freakettoni.
Sono passati trentotto anni dal 1979 e non e' venuta meno la necessita' di offrire concerti interminabili a fronte di trovare queste diffuse nicchie primitive in cui accogliere ogni genere di inadeguatezza manifesta e farla sfogare in deflagrazioni rumorose, sudate e coinvolgenti; sto parlando del fatto che tutti coloro che sono e si sentono all'interno di una bolla antica e navigata, si stringono intorno ai fuochi tribali delle loro convinzioni con propri simili, con i quali e' lecito poter trovare sempre e comunque quel punto di contatto che caratterizza una vita che altrimenti sarebbe solo stanca e piena di rabbia. Intendiamoci, non che non lo sia per il novanta percento del tempo, ma esiste la possibilita' di poter stare ad ascoltare - e stare a raccontare - quelle storie che tanto si vorrebbe sentire, che parlano di noi nonostante siano gia' passati Reagan e la Thatcher e gli scioperi dei minatori nel Regno Unito, la marcia dei colletti bianchi, la caduta del muro e le guerre di assestamento che ne sono derivate e che tuttora sono in atto, l'avvento dell'informazione digitale e la progressiva ed estrema fascistizzazione del confronto, roba che si deve tornare indietro di cento anni per vederne di uguale nella violenza delle istanze, in particolare a livello di istituzione e tolleranza, da parte dello stato (degli stati), di certe formazioni sociali.
Perche' Philopat aveva provato a spiegare ai sociologi che noi siamo costretti a sanguinare, e che la cosa ci piaccia o no, o debba o meno essere oggetto di tesi di laurea di una disciplina di scienze sociali non ha importanza, in ogni caso sanguineremo; nessuno si prende la briga di provare nemmeno a parlarne, figuriamoci a capire. E poiche' l'afflusso, che se ne dica che vada tutto bene, in realta' e' cospicuo ed aumenta di anno in anno, qualcuno deve pur raccoglierlo.

I ragazzi della Underdog, armati di secchi e stracci, pare stiano facendo il possibile per pulire il sangue nella loro parte di mondo, creando situazioni in cui e' possibile spurgarlo efficacemente dagli occhi e dai pori, e tutto questo assume l'aspetto di un rito pagano, in cui ci si dimena e ci si agita e si salta con gli altri e addosso agli altri e ci si tocca e si scambiano umori e odori e ci si abbraccia e in una catarsi collettiva ci si prende cura l'uno dell'altro e ci si capisce e ci si rispetta.
"Fate i Nabat!" e' il grido di guerra che si urla nella danza collettiva, sia che sul palco ci siano i Colonna Infame sia che ci siano gli stessi Nabat, perche' ha il valore di un esorcismo e di un anatema, non come il "Valerio!" vociato negli eventi tipo Festa della Luna di Pelago (un modo educato di chiamare la Festa della Droga) che era giusto un mero e tossico tentativo di identificazione sociale e immedesimazione in un gruppo improvvisato di gente che ti avrebbe piantato un paletto da tenda in un occhio solo se interpretavano male uno sguardo.
Al K100 di Campi Bisenzio Fidel e Camilo, vergati sui muri dietro al palco, sembrano invitarti come perfetti ospiti di casa, esaltando quella fratellanza che fa dei punk un plotone di soldati resistenti, nascosti dietro ai cespugli del sistema - come quelli fisici che Guazzaloca fece collocare in piazza Verdi e via Zamboni a Bologna nei primi 2000, per celarli al pubblico borghese che doveva tornare a vivere ed esaltare l'economia dei portici, cosi' insidiata dai giovinastri e dai loro cani - pronti a saltarti addosso urlandoti negli orecchi rime impronunciabili che parlano di rivolta e non conformita'. E nei concerti che sono le loro personali battaglie, il fuoco di fila delle Katjusa sparate dalle artiglierie degli amplificatori rompono le dimensioni come i personaggi di Pirandello e spaccano la quarta parete come Deadpool, rivolgendosi impuniti e sornioni sia a chi vuole ascoltarli che a chi ne viene costretto dal volume assordante delle loro urla.
Steno si lancia come un gladiatore sulle mani arrembanti di chi lo ha visto suonare e cantare centinaia di volte e anche di chi e' la prima volta che ne apprezza l'onore; gli abbiamo domandato del pubblico, degli aficionados e dei neofiti, e rispettivamente afferma, per i primi, che "l'odore della naftalina che proviene dalle coppole e' bello" e, per i secondi, che "non si puo' parlare di cosplay nel punk ma di un esempio di cultura che continua a macinare sempre nuove realta' e che forse ormai ha trovato un significato anche qui da noi".
Ci appropriamo quindi come iniziati o fan del concerto e del palco, intoniamo cori da stadio e celebriamo i 15 anni del Centro Sociale Camilo Cienfuegos; il punk e' musicalmente sempre lo stesso? Le soluzioni, i riff, i suoni... sentiti uno sentiti tutti? Forse si', ma quello che si realizza e quello che si riesce a vivere ad un concerto punk resta sempre e comunque un evento che raggiunge un grado di coinvolgimento difficilmente replicabile.
Ogni periodo oscuro che si rispetti e' stato caratterizzato da movimenti culturali, e mi pare sempre una roba che proprio adesso le teste tardino a rotolare sulle pubbliche piazze. Ma il 1789 e' finito da un pezzo. Nel '77, 40 anni fa, il punk fu un grido di furia e dolore rispetto a situazioni divenute insostenibili.
Steno ci tranquillizza: "Quelli che stiamo attraversando sono anni che definirei punk. Data l'equazione del punk 'no future', oggi viviamo sulla nostra pelle e quella dei ragazzi quello che i punk hanno urlato dal 1977 ad oggi".
Facciamone tesoro, non disperiamo, keep on.

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Cosa Rimane. La Leggenda Dei Nabat E I Ragazzi Dell'Oi! I Nuovi Live E Le Parole Di Steno (di Hobo The Mag)
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