Negli anni '80 sono stato una delle milioni di "vittime" della pandemia subculturale scatenata dal virus "Punk-77". È stato il punk, con il suo imperativo "Do It Yourself", a spingermi a prendere in mano strumenti musicali senza avere la più pallida idea di cosa significasse suonare. Nel 1981 ho dato vita ai Negative Existence, primo gruppo punk della città di Latina, segnati esteticamente dalle mutazioni già in corso (no wave, dark, industrial), poi durante quell'incredibile decennio ho generato altre "interferenze", sonore e concettuali, con i No Existence (dei quali proprio in questi giorni, dopo 40 anni esatti, è stato ristampato The Bathos primo demotape del 1986 dall'etichetta finlandese Bestial Burst!), The Bathroom Flowers e gli Hard Score Rage.
Volgendo lo sguardo alla mia attività in quegli anni la parola che credo possa meglio definirmi è agitatore, termine che credo mi definisca perfettamente ancor oggi.
Ho creato il progetto Capit Mundi? sul web circa tre anni fa e l'ho da subito definito un "rewind antropogenetico". Si tratta, infatti, di una ricostruzione storica ma con un'ottica culturale ed antropologica. Un tentativo di capire come e perché siamo riusciti nella sciagurata impresa di dilapidare quell'enorme patrimonio, fatto di creatività condivisa, di desiderio di libertà, di sovversione - non solo artistica ma anche sociale e politica - per ritrovarci avvolti nell'attuale gelido Zeitgeist, dominato dai più reazionari impulsi di rigetto verso tutte quelle conquiste costate anni di lotte e finanche vite umane, e nel quale parole come democrazia, libertà e uguaglianza stanno sempre più, tristemente, assumendo accezioni negative.
Non è certo la prima volta che accade qualcosa di simile, per cui una delle domande più urgenti alla base di questa mia ricerca è proprio questa: siamo dunque ancora una volta "condannati a ripetere la Storia"?
Ho fatto questo preambolo per esplicitare il punto di vista con il quale conduco questa lavoro: un punto di vista che viene dal basso, dal livello più profondo (e sconosciuto) dell'underground anni ottanta di cui ho fatto parte, contribuendo a formare quel liquido amniotico della subcultura punk, quello senza il quale niente sarebbe stato possibile.
Quando, in questo percorso a ritroso, mi sono imbattuto nel media fanzine, ho provato un senso di autentico stupore (essendo assuefatto, come tutti oramai, all'istantaneità della comunicazione dell'avverato villaggio globale) nel constatare come, nell'epoca del telefono fisso e del francobollo, fossimo riusciti perfettamente a connettere persone sparse in ogni angolo del mondo, costruendo una rete così ramificata e solida da potersi definire, senza timore, addirittura più efficace di quelle digitali in cui siamo immersi oggi.
Più efficace grazie proprio alla sua materialità, condizione che, nel bene e nel male, resta imprescindibile per noi che siamo corpo oltre che mente. Qualunque tentativo umano di astrazione, difatti, affonda le radici nella materia, che è l'elemento ineludibile attraverso cui conosciamo il mondo. E sappiamo bene, oggi, quali danni abbia prodotto e stia producendo la progressiva smaterializzazione dell'esperienza conoscitiva, ad ogni livello. Poiché allora gli strumenti di comunicazione disponibili erano scarsi e lentissimi (una lettera impiegava giorni, la risposta altrettanti) c'era l'imperativo di incontrarsi, di recarsi di persona agli eventi che non si potevano partecipare in altro modo, come altresì accade oggi.
Sto parlando, in sostanza, di quel concetto di umanità che già in buona parte è andato perso e che, temo, siamo destinati a perdere del tutto in un futuro non poi così lontano.
Le fanzine, in quel contesto, erano esattamente ciò che oggi sono i nodi del rete del world wide web. Possedevano un indirizzo fisico - via, numero civico, CAP, città - che funzionava nei fatti come un indirizzo IP. Questi oggetti artigianali, Lo-Fi per definizione - collage di immagini e testi manoscritti o dattiloscritti, riprodotti per ciclostile o fotocopiatrice - resero possibile, con gli occhi di oggi in modo davvero sorprendente, una connessione assolutamente capillare. Alimentando uno scambio creativo continuo tra le persone e tra le scene musicali e artistiche che spontaneamente prendevano forma, generarono quella che, parafrasando il filosofo Pierre Lévy, definirei una creatività collettiva. Già il poeta e attivista americano John Sinclair aveva già asserito, in tempi non sospetti, che la stampa controculturale era il media capace di unire le persone. Al contrario, quello a cui assistiamo oggi è un digitale divide et impera, deliberatamente pianificato per scopi economici e politici.
Ad oggi ho censito 702 produzioni, di cui 769 numeri completi sono già disponibili gratuitamente in PDF, leggibili e scaricabili da chiunque fedelmente allo stesso spirito DIY di condivisione con il quale furono prodotte.
Considero questa mappatura, nonché l'archivio digitale che ne è conseguito, importante per diverse ragioni. Prima di tutto per il processo medesimo: costruirla ha significato riesumare relazioni rimaste a volte sopite da troppo tempo, sia tra me e i protagonisti di quella stagione, sia tra loro stessi grazie ai contatti che ho rimesso in movimento. Poi perché restituire vita a questi documenti, tirarli fuori dagli scatoloni in cantine dove spesso giacevano e renderli accessibili a tutti sul web, vuol dire permettere loro di dare una nuova occasione di veicolare i valori che ne avevano ispirato la creazione: quello spirito DIY di cui, nell'epoca in cui è sempre più l'IA a fare sempre più tutto al nostro posto, si sta smarrendo completamente il senso più profondo.
Si tratta in definitiva di riaffermare quel desiderio di libertà che si traduce fattivamente in un controllo più consapevole innanzitutto del proprio pensiero e, quindi, delle azioni che ne discendono. Per questo ritengo così prezioso questo lavoro sulla memoria di quegli anni e non lo considero una operazione nostalgica tout court.
Perdere questa memoria, come qualsiasi altra, significa perdere un frammento della nostra storia; un frammento di ciò che siamo oggi. Ed è evidente che cancellare la memoria comporti sempre l'erosione di identità, del pensiero critico e, di conseguenza, del desiderio di libertà: obiettivi che ogni sistema di potere persegue strutturalmente per garantire la propria continuità.
Questa mappatura delle fanzine italiane nate dalla subcultura punk degli anni ottanta costituisce, come ho già accennato, solo una sezione del progetto Capit Mundi?.
Grazie proprio a quel processo di riattivazione di relazioni, di cui ho sopra accennato, il passo successivo, ormai imminente, sarà la pubblicazione (prevista per il mese di Maggio) di un vinile compilation intitolato No Capitulation, allegato alla fanzine Capitzine?. Nell'ambito della mia ricerca, una ragazza di nome Karen Eliot mi ha contattato e mi ha fatto dono di diverso materiale sia audio che cartaceo del tutto sconosciuto quasi da sembrare proveniente da un'altra dimensione.
Ho proceduto al restauro di questi reperti e No Capitulation sarà la sintesi del percorso compiuto fino a qui. La presentazione del vinile avverrà il 16 Maggio nell'ambito di Eufonica - Salone della Musica a Bologna, ove come Capit Mundi? allestirò uno stand/mostra cartaceo-digitale delle fanzine ed organizzerò un convegno con esperti e protagonisti dell'autoproduzione.
Con la speranza di generare qualche nuovo "stato di agitazione", di far tornare a soffiare almeno un refolo di quello spirito DIY. Magari di innescare quel battito d'ali di farfalla capace di inoculare una goccia di caos nel deserto culturale in cui siamo immersi. E di riaccendere un barlume di pensiero critico e di maggiore consapevolezza nell'uso dei nuovi media digitali - che sempre più azzerano le nostre capacità critiche, ci dividono e ci disumanizzano.
Paolo Palmacci
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